
Il pane nudo
di Rachid Benhadj

Il marocchino Mohamed Choukri, due volte candidato al Nobel, è considerato uno dei più importanti scrittori arabi del Novecento ed ha esordito nel 1973 con il romanzo Il pane nudo, scoperto dallo scrittore americano Paul Bowles, che lo ha tradotto in inglese, e presentato in Francia da Tahar Ben Jelloun. Il libro è uscito anche in Marocco, dove è stato subito censurato, perché per la prima volta mostrava il mondo arabo senza veli, ma ha continuato a circolare in clandestinità fino a diventare il manifesto di una generazione. Si tratta di una storia autobiografica, in cui lo scrittore ripercorre la sua vita, dalla difficile infanzia segnata dalla povertà fino alla rivelazione salvifica della scrittura e dell’insegnamento. Da questo libro il regista algerino Rachid Benhadj (autore di Mirka, uscito nel 1999 e premiato dall’Unesco) ha tratto l’omonimo film, che ha visto la collaborazione dello stesso Choukri alla sceneggiatura, oltre che un suo breve ma prezioso cammeo nella parte finale del film, in cui interpreta se stesso, anziano, sulla tomba del fratellino ucciso dal padre, presso la quale ha scritto la maggior parte del romanzo.
Il film, prodotto da Roberto De Laurentiis, è una co-produzione italo-francese, ma ha visto anche la collaborazione del Marocco, soprattutto grazie all’interesse di Ben Barka, collaboratore di Pasolini ed ex direttore del Centre Cinématographique Marocain. Girato tra Rabat e Morlupo, alle porte di Roma, il film vede tra i suoi interpreti Saïd Taghmaoui (noto per la sua interpretazione ne L’odio di Kassowitz) nelle vesti del protagonista, l’esordiente sul grande schermo Marzia Tedeschi, nel ruolo di Sallafa, per il quale ha ricevuto diversi premi, e il giovane figlio del regista, Karim Benhadj, nel ruolo di Taferseti. La storia ha inizio con l’infanzia difficile del protagonista, vissuta nel Rif, con un padre violento e alcolizzato ed una madre succube. Il giovane Mohamed cerca di fuggire dalla miseria, non solo materiale, che lo circonda e si rifugia in una sessualità aspra e ossessiva, trovando però conforto tra le prostitute del porto. Passa da una vicenda all’altra incontrando personaggi che, come lui, cercano in qualche modo di riscattarsi dalla povertà, di emergere da un ambiente ostile, attraverso l’illegalità e il contrabbando. Mohamed conosce la bella Sallafa, che lo strega col suo fascino un po’ folle, sospesa tra una sensualità istintiva e un’instabilità quasi infantile. In seguito ai tumulti politici degli anni ’50, Mohamed viene imprigionato con alcuni dimostranti, e qui conosce un intellettuale (interpretato dallo stesso Benhadj) che fa nascere in lui il desiderio di imparare a leggere e scrivere. Mohamed comprende che la cultura potrà renderlo libero da una costrizione peggiore della prigione, potrà riscattarlo dalla miseria, offrendogli un orizzonte più ampio verso cui guardare. È così che, dopo alcuni anni, diventa un maestro, insegnando ai bambini quello che lui stesso ha imparato: che la scrittura è «come una barca, se ci mettete dentro tutti i vostri sogni, vi porterà lontano».
La narrazione si concentra sulle vicende personali del protagonista, ma sullo sfondo si affacciano i problemi e le tensioni, sociali ma soprattutto politiche, che il Marocco si è trovato ad affrontare in quegli anni. I numerosi personaggi collaterali arricchiscono il quadro con le loro storie che intersecano quella di Mohamed, vi si intrecciano per un periodo e poi la lasciano, cedendo il posto a qualcun altro, in una catena di incontri che lasciano in lui un segno profondo. Purtroppo, come spesso accade nella trasposizione cinematografica di un testo letterario, dove i tempi della narrazione sono maggiormente dilatati e in cui i personaggi e le situazioni hanno modo e spazio per svilupparsi completamente, si perde un po’ il filo profondo che lega gli eventi, che rischiano di perdersi in una sequenzialità ordinaria, e gli stessi personaggi rimangono spesso abbozzati e privi di spessore. Ad aggravare la situazione, a mio avviso, contribuisce un doppiaggio non all’altezza degli interpreti, che appiattisce notevolmente la storia. È veramente un peccato dunque che nella versione homevideo, curata da Millennium Storm, non sia disponibile l’opzione in lingua originale con sottotitoli. L’edizione in DVD è molto semplice anche per quanto riguarda la categoria extra, che comprende solo una breve serie di immagini tratte dal backstage o dal film.
Maddalena Franzosi


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