
30 Ans e La Vertu: l’Africa delle donne
di Alice Casalini

Tra i tanti sguardi sull’Africa presentati nell’ultima edizione del Festival d’Amiens, quelli dei cortometraggi, con le loro brevi storie concentrate in pochi minuti, sono stati di particolare interesse. Tra i vari corti hanno colpito molto quelli che hanno come protagonisti dei bambini: indifesi testimoni di drammi come la povertà e l’Aids. Eppure due registi hanno scelto di osservare l’Africa di oggi attraverso gli occhi di due donne: 30 Ans del marocchino Mohamed Chrif Tribak e La Vertu del congolese Guy Bomanyama-Zandu hanno raccontato in due modi e due stili diversi la società dei rispettivi paesi.
30 Ans è un film dove la parola è praticamente assente, costruito com’è sugli sguardi dei protagonisti: un uomo, una donna, un’altra donna. In un pomeriggio si consuma la consapevolezza che devono prendere delle decisioni sul futuro, hanno già 30 anni. La città semideserta è solo un labirinto opprimente, lo specchio un nemico che permette di mentire e nonostante la passione e l’amore che c’è stato e forse c’è ancora, le parole non hanno più senso: nella luce calda del pomeriggio tutto si fa più pesante, la repressione della gioia, dei sentimenti che non possono essere manifestati in pubblico. La vita all’esterno è soggetta a regole più rigide, spesso ipocrite, mentre al contrario è all’interno delle case, nel privato, al riparo da occhi indiscreti, che si può essere sé stessi.
30 Ans è un grido contro le difficoltà a comunicare, contro la solitudine, e Tribak arrivato al suo quinto cortometraggio continua ad esplorare il complicato rapporto tra uomini e donne e le difficoltà ad amarsi liberamente e seguendo le proprie passioni nella società marocchina, dopo aver affrontato il delicato tema perfino con i toni fantastici in L’Extraterrestre (2004), s’immerge in un insopportabile silenzio dal quale sembra non esserci via d’uscita.
Dall’Africa del nord, con La Vertu si scende nel cuore del continente dove Bomanyama-Zandu racconta la storia della giovane Maria: a 15 anni viene violentata e rimasta incinta vuole abortire, ma il medico, pur comprendendo la sua situazione e disprezzando l’uomo che l’ha ingannata e violentata, non può aiutarla. Il regista sceglie proprio la figura del medico per esprimere lo sdegno nei confronti di un fenomeno dilagante, di un problema sociale che vede come uniche vittime le donne. La recitazione è forzata, e i toni, soprattutto quelli del medico, sono molto simili a quelli di una lezione, ma gli occhi tristi di Doudou Luzubu Matafadi che interpreta Maria, fanno in parte dimenticare i difetti del primo corto di finzione del regista congolese che prima di La Vertu aveva realizzato e prodotto con la Zandu Films, la sua casa di produzione, solo documentari.
Le lacrime di disperazione di Maria si aggiungono a quelle di tante altre ragazze, se si pensa che il Camerun le madri schiacciano i seni alle giovani figlie con sassi e spatole roventi per ritardarne la crescita e renderle il più tardi possibile sessualmente attraenti, si può anche immaginare quanto sia sentito il dramma apparentemente comune e insignificante che racconta La Vertu.
Due cortometraggi e due storie raccontano il percorso che le donne stanno facendo in Africa, seppur in paesi e in società molto diverse tra loro, per l’indipendenza e per l’affermazione dei propri diritti.
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