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Nei panni dell'arabo in Italia, con onore

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Ahmed Hafiane

Duke Hotel, sabato 20 ottobre. All’indomani dell’applaudita proiezione ufficiale de La giusta distanza, che è uscito oggi in sala, la hall dell’albergo è curiosamente tranquilla. L’esordiente Giovanni Capovilla, lo studente in medicina che Mazzacurati ha voluto per il ruolo di Giovanni, non stacca l’orecchio dal cellulare. Il regista è seduto a chiacchierare con Valentina Lodovini, a disposizione per interviste. Ma io sono qui anzitutto per incontrare Ahmed Hefiane, tra gli interpreti più interessanti del cinema tunisino degli ultimi anni, che qui incarna, con mirabile misura e dolente credibilità, il meccanico Hassan, imputato di aver ucciso Mara, la nuova maestra del paese.

Partiamo dall’inizio. Quando è stato contattato dalla produzione del film stava già lavorando in Italia, sul set de La straniera di Marco Turco...
Avevo fatto due settimane di riprese in Marocco e tre a Torino ma a un certo punto la lavorazione è stata interrotta, quando mancavano ancora tre settimane di riprese. Dopo un anno, mi arriva una telefonata dall’Italia e la direttrice del casting mi propone il film. Io ricordo di averle detto: «Sai, ora sto lavorando all’Otello, un ruolo importante per un attore sulla quarantina, e da noi non capita tutti i giorni uno spettacolo da Shakespeare». Poi però la cosa è saltata e allora mi sono rifatto vivo. Sarei dovuto venire in Italia per incontrare il regista ma avevo qualche problema burocratico che mi rallentava. Un giorno Mazzacurati mi chiama e mi dice: «Non ti preoccupare. Vengo giù io». «Ma - dico io - sono Brad Pitt, che uno si muova apposta dall’Italia per incontrarmi?». È stato un gesto molto toccante e quando l’ho incontrato, mi ha subito colpito quest’uomo grande e gentile. Siamo andati a cenare alla Goulette, abbiamo cominciato a parlare del film e deciso di fare tre giorni di prove. Però appena cominciato, mi ha detto che mi avrebbe preso. Io a dirgli: «Carlo, facciamo almeno le prove...» ma lui si è convinto subito. Così sono venuto a Padova, la città di Giotto, del Rinascimento, e ho imparato l’italiano in sei settimane...

Abbiamo visto i risultati...
Ogni giorno facevamo quattro ore di lavoro, ogni sera mi addormentavo sulla grammatica e ho chiesto a tutti sul set di parlarmi in italiano. Alla fine sono fiero di essere riuscito per la prima volta a recitare in italiano.

Conosceva Mazzacurati prima?
No. Il primo giorno che sono arrivato, mi hanno dato un DVD de Il toro. Quando ho visto la sequenza del passaggio del toro sulla neve mi sono detto: «accidenti che gran cinema che fa questo signore». Poi sa, ogni tanto mi capita di mettermi in discussione, di domandarmi se sono fatto veramente per fare questo mestiere. E invece il lavoro è partito subito bene. Ho impostato un lavoro di composizione, seguendo anche un atelier di preparazione con un meccanico a Padova. E mi ricordo quando abbiamo girato la prima scena, nel tribunale, il momento della prima battuta è stato come rinascere. E poi la cosa che mi appassionava era la presenza di tre altri sceneggiatori che avevano collaborato allo script...

Li ha incontrati?
Sì, e mi ha molto colpito questo clima di collaborazione e ho capito che è qualcosa che appartiene alla migliore tradizione del cinema italiano. È stata una grande lezione per me, e trovavo stimolante poter suggerire delle cose in un testo che però era già così profondo, complesso e coerente.

Non ha mai sentito l’imbarazzo o il peso di dover interpretare il personaggio dell’arabo, l’impressione che il suo ruolo avesse una connotazione diversa rispetto agli altri?
No, al contrario. Sono molto fiero di aver lavorato su un bel film italiano che ha forgiato un’immagine diversa degli immigrati del sud del mondo, completamente diversa da quella che ci propongono gli altri film europei. Ho trovato una grande attenzione alla complessità, all’identità e alla diversità culturale dell’immigrato. Uno sguardo che non è di pietà, ma di integrità intellettuale e artistica. Sono onorato di aver interpretato un arabo in un film di Mazzacurati o di Marco Turco e di aver partecipare a film d’autore come questi.

Che novità ci sono sul film di Marco Turco?
Devo incontrarlo proprio in questi giorni e spero che ci siano novità positive. È un film a cui tutti teniamo molto. Sappiamo che nella produzione di un film indipendente l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ma credo che tante persone credano nel film e nel bel romanzo di Younes Tawfik da cui è tratto. Marco è qualcuno che ha il cinema nel sangue.

Prossimi progetti?
Sto per fare la mia prima regia teatrale in Tunisia. E poi ci sono un paio di proposte di film, una in Tunisia e una in Italia, ma niente di sicuro. Il testo teatrale, che si chiama Paris-Dakar, è scritto da un autore tunisino poco noto, Fawzi Arbi, e lo stiamo allestendo nel villaggio dove sono nato, il cui nome, Salakta, viene dal latino Selectum. Mi hanno detto che nell’antico porto fluviale di Roma è stata ritrovata una stele in cui c’è la scritta «Buona fortuna ai marinai di Selectum». Dopo questo testo, monterò Tarfufo di Molière. Ma per tutta questa energia creativa devo ringraziare il cinema italiano.

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