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Il futuro del cinema in Ruanda

di Giuseppe Sedia

Un oggetto ancora informe rimbalza tra la polvere. I volontari e i tecnici sistemano sul terreno uno schermo auto-gonfiabile che attraverserà le colline delle cinque province ruandesi. Anche se la maggioranza delle proiezioni si è svolta nella capitale Kigali, il Rwanda Film Festival (RFF) ha preservato la sua vocazione itinerante. Il rituale del cinematografo attira un pubblico eterogeneo. Per alcuni giorni la borghesia di Kigali è chiamata a condividere gli stessi luoghi con gli agricoltori delle province di Kibuye, Umutara, Butare e Kibungo. Alcuni di loro non hanno mai visto delle immagini muoversi su uno schermo.

Il rituale dell’iniziazione audiovisiva va avanti grazie all’impegno del Rwanda Cinema Center (RCC) che applica una politica di programmazione aperta. Il RFF continua a selezionare cortometraggi e documentari africani ma anche blockbuster internazionali per attirare la giovane popolazione del “paese delle mille colline”. Attualmente il Ruanda può contare soltanto su una sala cinematografica nella capitale. Le iniziative di cooperazione tra il RCC e le istituzioni culturali dei paesi stranieri assumono un’importanza strategica per la promozione della cultura cinematografica nel paese.

Nel 2007 il Tribeca Film Festival ha invitato un gruppo di danzatori ruandesi a esibirsi a New York. Ma soprattutto la rassegna creata da Robert De Niro e Jane Rosenthal ha avuto il merito di proporre al pubblico festivaliero una selezione di film prodotti da cineasti africani. Il fondatore del RCC Eric Kabera, produttore di 100 Days (2001) – considerato il primo lungometraggio sul genocidio ruandese – ha presentato con orgoglio al pubblico americano Through My Eyes (2005), un documentario-affresco realizzato dalla giovane Kavila Matu sulla generazione degli artisti ruandesi sopravvissuti al massacro del 1994.

La scorsa estate il Tribeca Film Institute ha inviato sei cineasti americani a Kigali per discutere un possibile piano di sviluppo per l’industria cinematografica locale. Quest’anno gli americani hanno ricambiato il gesto invitando altrettanti registi ruandesi a Greenwich Street in occasione della sesta edizione del TFF in programma alla fine di aprile.

Tra i film selezionati al al TFF 2007 anche il cortometraggio The Last Dog in Rwanda (2006) diretto dallo svedese Jens Assur. Il film racconta la dialettica tra attrazione e repulsione – infantile e poi adulta – per la guerra da parte del fotoreporter David, alter ego del regista. Tra i partner del RCC, la Svezia gioca un ruolo molto importante nel campo della formazione cinematografica. Lo Swedish Film Institute collabora da tre anni al programma “Film on Youth by Youth” (FY2), un laboratorio audiovisivo ideato dal RCC al quale hanno partecipato almeno quaranta studenti ruandesi. Nell’ambito del programma FY2, il centro africano ha promosso anche un seminario sulla scritttura del genere comico.

Lo scorso anno Eric Kabera ha dichiarato al quotidiano britannico The Guardian di voler realizzare la prima commedia della storia del cinema ruandese. Un progetto realizzabile che trova una possibile conferma nel tono leggero di Igare Rya Rufonsi (Alphonse’s Bike, 2007). L’ultimo documentario di Kabera descrive l’invenzione di una bicicletta-taxi da parte di Alphonse Maniriho, un giovane autista che si guadagna da vivere trasportando i clienti con la sua bicicletta senza ammortizzatori lungo i sentieri accidentati dei Monti Virunga.

La produzione canadese J’ai serré la main du diable (2004) – basata sulle memorie ruandesi del ex-generale Onu Romeo Dallaire – si aggiunge alla lunga lista di film e documentari sul genocidio ruandese coprodotti con capitali stranieri. Nessuno vuole mettere in dubbio l’importanza di pellicole come Hotel Rwanda per avvicinare il pubblico occidentale al passato recente del paese. Eppure la voglia di portare altri temi sul grande schermo è molto forte da parte degli artisti ruandesi: «Non vogliamo vivere nel passato soltanto perché abbiamo vissuto il genocidio», ha spiegato l’attore Kennedy Mazimpaka alle videocamere della BBC. Negli ultimi anni i cineasti ruandesi hanno mostrato di poter realizzare dei film più interessanti dei documentari agricoli commissionati negli anni settanta-ottanta dall’Office Rwandais de l’Information. Un cinema giovane con una buona memoria storica ha il diritto di guardare con fiducia al futuro.

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