
Cannes 65. El taaib
di Merzak Allouache
Pentiti e pentimenti

Il regista algerino Merzak Allouache sembra instancabile e continua senza sosta il suo lavoro d’esplorazione e analisi del nostro tempo, del Mediterraneo e in particolar modo della propria terra: è da poco è uscito nella sale francesi Normal! (2011) girato a ridosso della primavera araba del 2011, nel quale s’interroga sul ruolo della creatività, dell’artista nella nuova Algeria, mentre il suo ultimo lavoro El taaib (Il pentito, 2012) è stato appena presentato all’interno della Quinzaine des Réalisateurs durante il Festival di Cannes da poco conclusosi e dove l’ultimo lavoro di Allouache ha vinto il Premio Label Europa Cinemas. Dopo l’analisi del calvario dei migranti clandestini nel Mediterraneo con Harragas (2009), Allouache torna nella sua Algeria e affronta un tema decisamente scomodo, quello dei terroristi pentiti: El taaib si apre con un cartello nel quale si ricorda che nel clima di perdono e concordia civile è stato permesso ai terroristi di ravvedersi e tornare a casa. Ma con quali conseguenze?
El taaib racconta la storia di Rashid, giovane originario dell’interno dell’Algeria che si pente e torna a casa dove però non trova una calorosa accoglienza da parte di altri membri del villaggio che lo accusano della morte di donne e bambini. Rashid va in città, è seguito dalla polizia a scopo di protezione e viene aiutato a trovare lavoro in un bar. In città tutto sembra andar bene quando Rashid riconosce un uomo del quale conosce un segreto: il farmacista della città. Da questo momento per Rashid inizia un viaggio senza ritorno: non sarà facile per lui liberarsi del passato, delle sue scelte proprio mentre cerca il modo per scappare dall’Algeria, dove comunque come pentito non può vivere serenamente.
Allouache si avvicina con sguardo severo e compassionevole allo stesso tempo a Rashid e a tutti i personaggi che s’intrecciano con la sua storia, dai genitori al farmacista. Rashid è una pedina, ma è per il regista anche il simbolo di un sistema malato dal quale nessuno riesce a liberarsi, di un perverso e violento circolo vizioso dal quale sembra non si riesca ad uscire.
Allouache è vicino ai suoi personaggi, li segue con discrezione, salvo poi fermarsi sui primi piani, accompagnati spesso da lunghi silenzi. Un richiamo al neorealismo nel mostrare la vita dei protagonisti, nel seguirli nei gesti quotidiani, fino ad arrivare ad un finale secco e scioccante. Il suono della natura, della città dei passi nel silenzio assordante delle montagne hanno un ruolo fondamentale in El taaib. Allouache osserva i suoi personaggi sgretolarsi attorno all’odio, all’incomprensione e a un vortice senza fine di violenza: il regista sembra non credere alla soluzione apparentemente facile e comoda dei “pentiti”, o meglio, sembra piuttosto affermare se non è possibile trovare una soluzione al problema se non all’interno di un lavoro di recupero di tutto un contesto socio-politico.
El taaib uscirà difficilmente, come quasi sempre accade per i film di Allouache nella sale italiane, però lunedì 11 e martedì 12 giugno ci sarà modo di vederlo nelle sale romane perché il film è stato fortunatamente inserito nella selezione dei film di Cannes a Roma: un’occasione da non perdere per vedere un film che entra nell’immaginario in punta di piedi ma che finisce per lasciare impresse nella memoria volti e immagini che aiutano a riflettere su una parte del mondo che siamo abituati troppo spesso a giudicare attraverso informazioni filtrate da una stampa disattenta e poco interessata.
Alice Casalini | 65. Festival International du Film


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