
Leroy
di Armin Völckers
Integrazione e omologazione

Alla 6. edizione del Festival IndieLisboa di Lisbona (23 aprile-3 maggio 2009) è stato presentato Leroy, il secondo lungometraggio di Armin Völckers – tedesco di nascita, cresciuto in Brasile, diventato adulto in patria – che unisce la teen comedy romantica al dramma sociale in un film eclettico a forte rischio di superficialità che trae la prima ispirazione dall’autobiografismo.
«Sono nato a Berilino (1963) ma sono cresciuto in Brasile. Sono tornato in Germania negli anni Settanta. Ho avuto enormi problemi con gli altri bambini e con tutto quello che ho trovato qui in Germania». Così Völckers racconta “la prima pietra” della storia di Leroy, diciassettenne afro-tedesco carino, intelligente, timido ma deciso a trovare il suo posto nel mondo contro ogni violenza e oltre ogni tabù.
Vissuto nel vivace fermento d’una famiglia felicemente atipica e radicalmente multiculturale (mamma bianca impiegata come serissima rappresentante civica nel consiglio comunale della sua città, papà nero fiero e sereno, inventore goffo e vitalistico genitore), Leroy scopre, ormai quasi maggiorenne, l’insospettata complessità della relazione tra “diversi” quando conquista con inaspettata facilità il cuore della più bella della scuola, la biondissima Eva. L’incanto sembra inattaccabile, ma in un attimo il ragazzo dal suo idillio d’amore si trova catapultato nel più fosco incastro degno d’una tragedia: la famiglia di Eva (padre, madre e quattro fratelli maschi) è in realtà un truce manipolo di neonazisti convinti e aggressivi.
L’eclettismo è a un tempo il peggior difetto e la cosa migliore del film, che finisce per essere diseguale ma mai noioso: all’inizio il riferimento più evidente è la serie televisiva per adolescenti, buffa e dinamica con quel tanto di malizia e di banalità che servono a tenersi il grande pubblico. Presto però i registri iniziano a susseguirsi e alternarsi uno dopo l’altro, poi si aggiunge il coraggio di qualche trovata decisamente sopra le righe.
Quando alla fine lo scontro sembra inevitabile, la violenza sembra non possa che esplodere, nulla la ferma, qualcuno anzi – come purtroppo accade nella realtà – ci rimette pure le ossa. Il lieto fine, con ogni evidenza, è d’obbligo, ma il film, fino a un certo punto costruito con una chiara schiettezza di fondo, giunto alla chiusura, imbocca la via peggiore. Così l’ideologia della violenza e l’odio per il "diverso" – nella specifica, tragica e spinosa declinazione che ne fa il neonazismo –, sulle prime mostrati secondo gli schemi della parodia di grana grossa, vengono guardati poi nelle loro “spiacevoli conseguenze”, viste come ottuse gabbie di pericolosa antisocialità.
Leroy, affrontati con coraggio gli ostacoli, gli imbarazzi e i pugni sulla via dell’amore per la sua Eva, si sente chiamato a risolvere una volta per tutte i dissidi con i suoi rivali – fratelli della ragazza – disinnescando per dir così il loro nero potenziale. La pensata del ragazzo, che a tutti sembra geniale, è che i quattro vandali versino il loro “impegno politico” nelle performance d’una boy band guidata dal giovane – ora consapevole – ex avversario Leroy, portatore dei valori e dell’ispirazione musicale del Black Power. Il risultato è un iperbolico e ridicolo trionfo.
Quasi a dire che una volta ridotto a brand anche il peggior satanasso torna dentro le regole della società civile. Il risvolto, chissà quanto inconsapevole, del ragionamento è però che anche il peggior satanasso – insieme alla sua dottrina blasfema (cos’è il neonazismo se non questo?) – possa e forse addirittura debba esser omologato, parificato, riassorbito nel vago e sciagurato multiculturalismo di chi confonde il dialogo e il confronto con l’indistinzione e l’indifferenza.
Silvio Grasselli


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