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Le quattro piume

di Zoltan Korda

Dallo scorso mese, è disponibile in homevideo un classico del cinema (imperiale) britannico degli anni Trenta, Le quattro piume (The Four Feathers). Diretto nel 1939 dall’ungherese nazionalizzato inglese Zoltan Korda, e prodotto dal fratello Alexander, il film è tratto dal noto romanzo dell’inglese A.E.W. Mason, pubblicato nel 1902 e destinato ad ispirare numerosi rifacimenti, tra cui un remake fatto dallo stesso Korda nel 1955 (Tempesta sul Nilo, di recente riproposto su Retequattro): l’ultimo, firmato da Shekhar Kapur nel 2002, è stato interpretato da Heath Ledger. Ma se ne parliamo in queste colonne è perché il film, di ambientazione storica, reintepreta liberamente alcuni episodi della guerra anglosudanese (1881-99), nel corso della quale le forze insorte locali, al capo del leader religioso Muhammad Ahmad (detto Mahdi) e poi del Khalifa Abdallahi, seppero tener testa alle truppe dell’esercito inglese - negli stessi anni in cui gli etiopi facevano altrettanto con quello italiano - malgrado non disponessero di armamenti moderni.

L’azione prende il via in Gran Bretagna, nel 1885, anno della presa di Khartoum da parte del Mahdi. La notizia della caduta della città non stupisce il generale Faversham (Allan Jeayes) e il generale Burroughs (C. Aubrey Smith), ormai disillusi circa l’impegno della corona a sostegno della politica imperiale britannica e ancor più sul valore dei vertici militari. Ciononostante, entrambi continuano a vivere nel culto dei valori dell’esercito. Faversham già sta formando il giovanissimo figlio Harry a prendere il suo posto nella carriera militare e così fa Burroughs. Passano dieci anni e l’esercito è pronto a riprendere il sopravvento in Sudan. Harry (John Clements), giovane e promettente ufficiale, si fidanza con la figlia del generale Burroughs, Ethne (June Duprez), di cui era innamorato anche l’amico John Durrance (Ralph Richardson): loro due insieme a Peter Burroughs (Donald Gray) e a Tom Willoughby (Jack Allen) formano un quartetto inseparabile che si prepara a coprirsi di onore e gloria nella guerra imperiale. Ma, al momento di partire, Harry decide inesplicabilmente di rinunciare ai gradi e rimanere in patria: gli amici e la fidanzata ne rimangono profondamente delusi, e gli fanno pervenire ciascuno una piuma bianca, simbolo di codardia.

Ferito dall’accusa che in cuor suo ritiene giusta, Harry decide poco dopo la partenza degli amici di imbarcarsi clandestinamente per il Sudan e farsi passare per indigeno pur di raggiungere la colonna dei suoi e dare prova del proprio coraggio. Per questo, accetta di farsi marchiare la fronte con il marchio della tribù ribelle al Khalifa dei Sangali, così da essere scambiato per uno dei suoi membri, puniti con l’asportazione della lingua e quindi muti. Gli inglesi subiscono un rovescio improvviso, che causa la decimazione dei vertici militari: assistendo alla battaglia in incognita, Harry riesce fortunosamente a salvare la vita a John, rimasto cieco, e a liberare Peter e Tom, nel corso dell’assedio di Omdurman, riconquistando l’onore perduto.

Come scrive Armando Pajalich nel suo studio Il bianco, il nero, il colore [1]: «Il disegno complessivo è kiplinghiano e tipicamente macho-imperialista […], i colonizzati sono o buoni alleati (gli Arabi) o cattivi musulmani (terroristi e sadici e primitivi selvaggi (ovvero, rispettivamente, i Dervisci crudeli e i Fuzzy Wuzzy ridicoli con le loro grida di “Ugga-Ugga”…). […] Il film non si chiede mai perché gli Inglesi si trovino in quelle terre così “barbariche” e desertiche, né indaga sui motivi delle guerre di liberazione anticoloniale». Difficile non sottoscrivere il giudizio di Pajalich, ancorché assai severo e liquidatorio. Dal punto di vista dell’efficacia emozionale della macchina narrativa e dell’impianto di messinscena, il film di Korda appare debitore di un’estetica filmica assai vetusta e pomposa. A rimanere impressi sono, a distanza di oltre settant’anni, la resa smagliante del technicolor (Borradaile e Périnal avevano fotografato già Bozambo e altri successi di Korda) e l’impatto spettacolare delle scene girate sul posto.

Sul piano dei modi di rappresentazione dell’altro e della guerra coloniale, Le quattro piume si inserisce perfettamente nel discorso prodotto dalla cultura imperiale tardo ottocentesca sotto forma di racconti, romanzi, drammi, reportage giornalistici, fumetti, e via via film e quant’altro. Vi ritroviamo per esempio il tipico topos dell’inversione, con le forze locali – mostrate come assalitrici e provenienti dall’esterno – che assediano e minacciano con il loro maggior numero la legittima presenza e dominazione dell’autorità coloniale (l’immagine più ricorrente è quella del fortino assediato, evocata nell’antefatto del film, con la sconfitta del generale Gordon, celebrata peraltro nel successivo film Khartoum del 1966, con Charlton Heston); o ancora la naturalizzazione stessa della presenza coloniale, mai giustificata, ma pagata idealmente con il sangue dei militari che sacrificano la propria vita per la sopravvivenza dell’impero. Sul versante della messinscena, gli unici due neri a guadagnarsi il proscenio nel film recitano in blackface: l’uno, comprensibilmente, è Harry che si fa passare per ribelle Sangali, l’altro è il sadico Khalifa (John Laurie) che in una scena da teatro amatoriale fa torturare proprio Harry, dando prova della propria malvagità nativa.

Ma il film, e qui il discorso meriterebbe una riflessione più accurata, che qui possiamo solo accennare, evoca in modo interessante anche due questioni intrecciate: il rapporto genitori/figli e la dialettica fra valore militare e politica coloniale. Le questioni appaiono imbricate dal fatto che i figli - rampolli di storiche dinastie militari - si ritrovano investiti fin dalla nascita dall’onere di continuare la tradizione di famiglia, anche se per carattere e inclinazione ne sono lontani (come Harry che, per la vergogna del padre, legge di nascosto da ragazzo le poesie dell’antimilitarista Shelley).

Qua e là, all’interno della macchina simbolica del film - taluni identificano in tutti i film dei Korda una dialettica interna fra il punto di vista, più liberal, di Zoltan, e quello, più imperialista, di Alexander - emergono elementi che lasciano trasparire un disincanto nei confronti della politica imperiale: Harry che definisce la spedizione del 1895 «un’avventura egiziana idiota» (si dirà: espierà fino in fondo questa sua ignavia) e ancora, nel finale, Harry che decostruisce il racconto mitologico della battaglia di Bataclava, tormentone del suocero-generale, dimostrando come il segnale decisivo della carica fosse stato rappresentato in realtà da un inopinato scatto del cavallo imbizzarrito. Elementi che, nell’economia simbolica dell’insieme, non inficiano la pervasività del discorso imperiale, ma sicuramente tradiscono già a questa data - il film esce nel 1939, a guerra scoppiata da poco - la comparsa di alcune crepe nelle certezze circa il carattere imperituro dell’impero britannico.

L’edizione homevideo è piuttosto spartana, comprendendo oltre al film (in 110’, un minutaggio lontano dai 129’ d’origine) solo due extra, vale a dire un trailer originale del 1939 e una galleria fotografica composta soprattutto di locandine. Spicca per bizzarria, all’interno del cast tecnico riportato nel retro della copertina, l’attribuzione della regia a George Cukor.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsLe quattro piume (The Four Feathers)
Regia: Zoltan Korda; sceneggiatura: R.C. Sherriff, dal romanzo omonimo di A.E. Mason; collaborazione ai dialoghi: Lajos Biró, Arthur Wimperis; fotografia: Osmond Borradaile, Georges Périnal; montaggio: Henry Cornelius; scenografia: Vincent Korda; musiche: Miklós Rózsa; interpreti: John Clements, Ralph Richardson, C. Aubrey Smith, June Duprez, Allan Jeayes, Jack Allen; origine: Gran Bretagna, 1939; durata: 110’; produzione: Alexander Korda per London Film; produzione homevideo: Sinister Film; distribuzione homevideo: Cecchi Gori Home Video; data di uscita: 11 maggio 2010.
DVD nella confezione: 1; supporto: DVD5 – singolo lato, singolo strato; regione: 2; formato video: 1,33:1 (4/3), colore; formato audio: mono; tracce audio: inglese (originale), italiano; sottotitoli: italiano; extra: trailer originale, galleria fotografica.

Note

[1] Armando Pajalich, Il bianco, il nero, il colore. Cinema dell’Impero Britannico e delle sue ex-colonie 1929-1972, Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 125-126.

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