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L'Africa vista dal futuro

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Wanuri Kahiu

Incontriamo Wanuri Kahiu la mattina stessa in cui ha ricevuto il premio Città di Venezia alla Mostra del Cinema, riconoscimento che le ha consentito di essere presente nel programma ufficiale con due dei suoi film più apprezzati e premiati. L’opera prima «From a Whisper» (2009) è un dramma intimista che si svolge sullo sfondo degli attentati all’ambasciata americana di Nairobi del 1998, un po’ l’11 settembre del Kenia. Il film è stato molto apprezzato nei paesi dell’Africa orientale ma anche in Nigeria, dove ha sbancato gli Africa Movie Academy Awards dell’anno, aggiudicandosi i premi principali. «Pumzi» (2009), un corto di fantascienza visivamente folgorante e riscaldato da un profondo messaggio ecologista, ha sedotto non solo i festival di settore ma anche le platee esigenti del Sundance e di Cannes: Pumzi era presente allo Short Film Corner ma ha vinto anche il premio per il miglior corto al Festival du Film Indépendant. Alle sue spalle, ci sono un altro corto, «Ras star», visibile in streaming (al link), e un documentario sul Premio Nobel Wangari Maathai. Insieme al sudafricano Teboho Mahlatsi, per chi vi scrive Wanuri è il talento più visionario emerso negli ultimi anni.

Partiamo dalla tua formazione. Hai frequentato una scuola di cinema?
Sì, ho conseguito un master in regia e produzione all’UCLA.

Durante la premiazione hai citato un cortometraggio sull’islam. È stata la tua prima esperienza da regista?
No. La mia prima esperienza professionale è stata The Spark That Unites, il making of del film Catch a Fire del regista Phillip Noyce. Io seguivo gli attori americani e li aiutavo a calarsi nel contesto sudafricano. Ras Star era invece la storia di una ragazza musulmana che voleva diventare una star del rap, ed è stato il mio primo corto.

A proposito dei numerosi film stranieri che vengono girati ogni anno in Kenia, spesso e a proposito vengono criticati per l’immagine dell’Africa che propongono. D’altra parte, possono rappresentare un’opportunità importante soprattutto per giovani che vogliono formarsi professionalmente ed acquisire competenze tecniche all’avanguardia…
Sì, assolutamente. Tutti i tecnici kenioti lavorano molto con le produzioni internazionali. Abbiamo un buon personale tecnico ma quanto riguarda invece la sceneggiatura e la regia, sono mestieri che stanno emergendo solo ora e io sono molto eccitata di far parte di questo processo. Ci sono molte opportunità.

L’idea di «From a Whisper» è stata tua?
Veramente si è trattato di un lavoro su commissione. Mi è stato chiesto di fare un film per commemorare il decimo anniversario degli attentati del 1998. Tutti gli altri avevano proposto un documentario mentre io sola volevo fare un film di finzione. Ho pensato che fosse il modo migliore, perché quando succede una tragedia nazionale, le persone diventano numeri e si dimentica che hanno delle facce, nomi, storie, dolori che ancora fanno male.

Il film ha una struttura narrativa estremamente complessa, romanzesca. Tu hai scritto anche la sceneggiatura?
Sì, di tutte e due, sia From a Whisper che Pumzi, ma le sceneggiature hanno subito anche diversi cambiamenti, perché le persone con cui lavori ti danno nuove idee. Per esempio in From a Whisper, quando ho finito la sceneggiatura, qualcuno mi ha parlato di una donna che andava ogni giorno al memoriale dalla morte del marito. Quando le è stato chiesto perché continuasse ad andarci, lei ha risposto che non riusciva più a credere nella vita. E noi abbiamo usato questa frase nel film. Quindi continuamente quando scrivi o giri accadono cose intorno a te che ti condizionano. E tu le usi, per nutrire la tua immaginazione e il film.

«Pumzi» e «From a Whisper», pur avendo molti in comune sul piano dello stile, per le storie che mettono in campo sembrerebbero incompatibili con una stessa linea poetica. Non riesco a pensare a un altro regista africano che avrebbe potuto girare due progetti così diversi uno dietro l’altro. Hai vissuto «From a Whisper» come un film di finzione uguale agli altri, oppure ti sei sentita investita da una responsabilità maggiore?
Sia l’uno che l’altro sono progetti personali, nonostante appartengano a generi completamente diversi. In entrambi in qualche modo ho esplorato la mia vita, per come la stavo vivendo in quel momento. In From a Whisper, mi sono confrontato con la questione del perdono. Il perdono nei confronti di persone vicine a me, di amici. A un certo punto, quando vedi qualcuno che ti ha ferito, fai un atto di scelta a perdonarlo. Ho usato la mia esperienza personale per raccontare From a Whisper. E in Pumzi, in gioco c’erano un mio viaggio spirituale e una serie di ossessioni personali legate all’ambiente.

Mi ha molto colpito il modo in cui hai lavorato sul personaggio dell’attentatore, calando completamente nel contesto ambientale che racconti e umanizzandolo, invece di dare l’impressione che si trattasse di qualcuno venuto dall’esterno o semplicemente di un bad guy. Nel tuo film, è come se il processo del perdono sia già per così dire messo in cantiere. Non ti poni tanto il problema del perché o del come si sia potuti a questa tragedia, ma di come si possano fare i conti con la sua memoria… È stata una responsabilità enorme, trattandosi di un’opera prima, e te le sei cavata molto bene. Vorrei sapere quali sono state le reazioni al film nel tuo paese. Prima hai raccontato di aver avuto molte minacce dagli ambienti islamici a film in corso, e di aver girato durante le riprese con le guardie del corpo…
Prima di mostrare il film, abbiamo fatto alcune proiezioni di prova con tutte le componenti del mondo islamico ed è stato molto importante per me, perché non volevo offendere nessuno. Il film è stato ricevuto bene, così abbiamo iniziato a farlo vedere in pubblico ed ha avuto una buona accoglienza. Tanti spettatori mi hanno detto che avevano rimosso in qualche modo il trauma dell’attentato. Ancora prima di girare, quando stavo facendo le audizioni per il casting, vari mi hanno detto di conoscere membri delle cellule di Al Qaida in Kenia. Così è nato un dialogo molto interessante intorno al film. Non ho mai voluto raccontare una storia in cui ci sono buoni e cattivi. In ognuno di noi c’è una parte buona e una cattiva. Per me è stato importante riuscire a dirlo, perché o riusciamo a capire da dove vengono fuori queste persone oppure non riusciremo a risolvere questo problema. A me non piace la parola terrorismo perché ognuno segue le proprie ragioni. Se domandi loro perché si comportano così, ti rispondono facendo riferimento alle loro ragioni, non si considerano terroristi. Dobbiamo essere in grado di avere un dialogo in cui ognuno possa comunicare le proprie sofferenze, capire tutto questo e poi andare avanti. Senza dialogo non andremo da nessuna parte.

Che tipo di distribuzione ha avuto il film? Direttamente in DVD oppure…
No, non è stato nemmeno distribuito in DVD ancora, perché in Kenia è una vera sfida fare una distribuzione in DVD, ogni anno ci sono norme nuove ed è davvero costoso. Abbiamo fatto diversi tipi di distribuzione: abbiamo fatto alcune proiezioni in sala, lo abbiamo reso visibile in VOD negli Stati Uniti, abbiamo contatti per una distribuzione in Gran Bretagna e questo processo va tuttora avanti, ed è interessante perché questi canali sono quelli che continueremo ad usare anche in futuro. I festival sono stati molto utili. Il fatto di girare per molti festival e di essere conosciuti in tutto il continente è stato molto importante. Il film è stato scelto per far parte anche di un’iniziativa chiamata Cinetoile. Questo programma lavora su otto diversi paesi africani e mostra cinque film; dopo le proiezioni c’è la possibilità di avere incontri col pubblico e i film sono tradotti in varie lingue.

A proposito, quale lingua parlano nel film, a parte l’inglese?
In swahili. Quindi, ti dicevo, il film è stato tradotto in francese ed è molto importante che nell’Africa occidentale si possano vedere film dell’Africa orientale.

Ci sono state reazioni da parte delle autorità keniote?
Non abbiamo avuto nessun tipo di problema.

Tra i vari lavori che hai fatto c’è un documentario su Wangari Maathai, «For Our Land». Raccontaci un po’ di questa esperienza e del rapporto che hai instaurato con lei.
Adoro quella donna, è sempre stata una mia eroina. Avere la possibilità di fare un documentario su di lei è stato davvero un privilegio.

Tra la lotta per la terra della Maathai e il messaggio ecologista di «Pumzi» ci sono curiose affinità…
Sì, sono due progetti nati a poca distanza l’uno dall’altro ed è stato davvero singolare che mi sia trovata a lavorare in tempi così ravvicinati a due progetti così legati ai tema dell’ambientalismo. Conoscere la Maathai è stata davvero una benedizione. È affascinante, buffa, forte, mi ha insegnato così tanto su che cosa significa essere una donna lavorare su questo documentario. È stata davvero un’esperienza eccezionale.

Mi ha molto colpito, sia in «From a Whisper» che in «Pumzi», il tuo stile di regia e di montaggio, che mi sembra caratterizzato da due elementi, frammentazione e selezione. Nel montaggio hai un ritmo molto serrato che non ha nulla a che vedere con la propensione della maggior parte dei registi africani verso la ripresa in continuità, e anche quando insisti su inquadrature più lunghe lo fai giocando sulla messa a fuoco, che mette in risalto sempre una zona dell’immagine. Usi molto gli storyboard?
In Pumzi ho lavorato molto con gli storyboard. È stato davvero necessario in quel caso persino all’inizio del film, anche solo per aiutarci a capire di quanti effetti speciali avremmo avuto bisogno. Avevamo un budget davvero ristretto e anche un numero limitato di scenografie, così dovevamo fare uno storyboard per tutto. Alcune delle scenografie che abbiamo utilizzato ci sono servite per due inquadrature, prima abbiamo filmato una metà della stanza e poi abbiamo spostato oggetti di scena e scenografie per fare il controcampo. Alla fine ho imparato che gli storyboard sono davvero necessari quando stai tentando di dare forma al film e vuoi comunicare agli altri della troupe un’idea che non può essere facilmente compresa perché magari è un’immagine futuribile. In ogni caso quasi tutte le riprese sono state fatte in esterni reali, solo le inquadrature con ologrammi sono state realizzate in studio.

Posso chiederti il budget dei due film?
Pumzi è costato 35 mila dollari e From a Whisper circa 200 mila dollari.

E sono stati filmati in HD immagino.
Sì, in HD. Con l’uso di obiettivi però. Non mi piace l’HD puro, è troppo duro e a me piace ottenere una certa morbidezza nelle immagini.

«Pumzi» è stato prodotto sulla base del progetto Africa First, promosso dalla Focus Features. Il loro è stato il primo contributo sul piano produttivo?
Sì, ma anche il Goethe Institut ha contribuito e il Changamato Fund del Kenia. Poi abbiamo incontrato i produttori della Inspired Minority Pictures, una società specializzata nella realizzazione di effetti speciali. Loro hanno creduto nel film e lo hanno spinto molto. Uno dei produttori della società, Simon Hanson, è un vero genio. Una delle cineprese con cui abbiamo girato è basato sulla tecnologia Si-2K. Lui è uno dei creatori di questa cinepresa e quindi è stato un enorme privilegio lavorare con lui. È stato davvero generoso e disponibile a mettere a nostra disposizione le sue conoscenze. Non avevo mai fatto un film di fantascienza prima…

Se è per questo, è una novità assoluta per l’Africa subsahariana…
Sì, e quindi ero molto intimidita all’inizio. Ma lui è stato molto gentile e mi ha insegnato come usare la cinepresa per usare diversi effetti. Grazie a lui ho capito meglio anche le potenzialità che offrivano le location. Ed è stato fantastico.

La troupe era mista, tra sudafricani e kenioti?
No, era composta solo da sudafricani. Io ero l’unica keniota. Mi sarebbe piaciuto prendere alcuni attori kenioti ma non potevo coprire le spese del viaggio dal Kenia.

Quindi le riprese sono state effettuate tutte in Sudafrica?
Sì, nei dintorni di Cape Town.

Hai avuto dei modelli cinematografici o visivi cui ti sei ispirata per la rappresentazione del futuro in Africa?
No, non ce l’avevo. Mi sono basata solo sulla mia immaginazione. A dirla tutta, non sono una fan della fantascienza, anche se lo sono diventata adesso [ride]. A cose fatte, qualcuno mi fa fatto notare che ci sono dei punti in comune con THX di George Lucas, e con un corto che aveva fatto prima di fare il film [Electronic Labyrinth THX 1138 4EB, del 1967]. È un genere che vorrei decisamente continuare ad esplorare. Del resto, noi abbiamo nella nostra tradizione orale storie fantastiche.

Più in generale, uscendo dall’UCLA avevi dei registi di riferimento?
Ho conosciuto alcuni grandi registi africani un po’ in ritardo rispetto alla mia formazione...

Non certo all’UCLA immagino…
No, invece molti proprio all’UCLA.

Davvero?
Sì, perché li ho conosciuti in un corso di cinema che ho seguito…

…tenuto da?
Tenuto da Teshome Gabriel, che purtroppo è scomparso di recente [il 15 giugno 2010, ndr]. È stato eccezionale poter seguire il suo corso e avere conversazioni con lui. Lui mi ha dato la possibilità di conoscere il terzo cinema…

È stato uno dei primi studiosi ad occuparsene, nell’area anglofona.
Sì, quindi è stato davvero un privilegio e un onore. Ma penso di essere stata influenzata anche dal cinema occidentale, perché abbiamo possibilità maggiori di vedere questi film. E sono una grande fan del cinema francese. È stato utile poter anche trarre ispirazione dal cinema europeo, dai registi italiani. Queste cose continuano a lavorare dentro di me, non voglio limitare le mie influenze a una sola regione del mondo. Poi, per il fatto di essere keniota, traggo molta ispirazione dalla musica, e da diverse altre componenti della nostra cultura, e questa è una benedizione.

Mi ha molto colpito la qualità psicologica, oltre al carisma, di questi due personaggi femminili protagonisti di «From a Whisper» e «Pumzi».
Tra l’altro, le due attrici non avevano mai recitato prima…

Davvero? Sono davvero espressive. Giorni fa abbiamo discusso a lungo di «Venus noire», che non hai amato particolarmente ma, senza tornare sul film, come ti relazioni col fatto che tanti registi hanno la tendenza a costruire storie su forti figure femminili, ma finiscono per sovraccaricarle a volte di valori simbolici e politici, dimenticando la componente umana?
Forse il fatto è che io sono una donna, e quello che faccio in genere è mettermi al posto dei miei personaggi. Uso me stessa e lascio alle attrici la possibilità di usare le loro immagini del personaggio. Quando trovo gli attori, avvio un lungo processo di preparazione con loro nel quale illustro loro tutti i particolari sulle vite dei personaggi, che cosa è successo nei momenti importanti della loro infanzia e dell’età adulta. Passare per questo processo li aiuta molto sul piano creativo, nel definire per esempio come camminare, come parlare… In effetti, mi piacerebbe molto essere considerata una regista di attori, piuttosto che una virtuosa della tecnica. Non che io non sia capace di lavorare sulla componente tecnica…

Lo sei in modo evidente…
Sì, ma a me interessa che questi due aspetti siano funzionali l’uno all’altro.

Prima stavamo accennando un po’ al cinema keniota. Pensi che ci sia una nuova generazione emergente di registi?
Assolutamente sì. Anche solo considerando i progetti di Africa First, mi sono reso conto dei talenti che stanno venendo fuori, e si tratta di un buon osservatorio, perché si tratta di progetti scelti con grande intelligenza. E Kisha Cameron-Dingle che gestisce il programma insieme a Matthew Plouffe sono davvero molto attenti a scegliere i progetti più interessanti, vogliono persone dinamiche e originali, non solo che abbiano storie da raccontare. Sono tutti registi che vogliono raccontare l’Africa di oggi, quella in cui vivono loro, non quella dei loro nonni o della tradizione. È davvero un privilegio poter fare parte di questa nuova onda di giovani registi e aver potuto confrontarmi con loro per guardare all’Africa di oggi in un modo nuovo.

Ne deduco che la tua relazione con i produttori è stata finora molto positiva. Non credi che invece i produttori europei o i gestori dei fondi europei di sostegno al cinema africano abbiano ancora la tendenza a continuare a dare ai registi le stesse pillole contro i sogni che vengono propinate alla protagonista di Pumzi? Sono ossessionati da quello che loro pensano essere la realtà africana e poco interessati invece a un cinema più personale, che si nutra di sogni, incubi, fantasmi…
Il mio vantaggio è stato quello di aver scelto la mia storia a monte. A un certo punto ho deciso che volevo raccontare una certa storia e a tutti quelli cui ne ho parlato ho detto: se non puoi fare questo viaggio con me, allora troverò qualcun altro. E questo è stato l’approccio migliore per me, perché per me fare un film è come fare un figlio. Quindi è stato importante trovare ogni volta il partner giusto. Quindi è così che voglio continuare a lavorare, prima trovare la storia e poi il produttore, e non il contrario.

Leonardo De Franceschi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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