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JCC 2010: il cuore oltre gli ostacoli

di Leonardo De Franceschi

Il programma delle 23. Journées Cinématographiques de Carthage

Parte da oggi la 23. edizione delle storiche Journées Cinématographiques de Carthage, primo festival panafricano e panarabo del continente, a cadenza biennale, fondato nel lontano 1966 e diretto dalla produttrice tunisina Dora Bouchoucha. Tra le novità previste dal ricco cartellone, che testimonia di una rinnovata vitalità, l’introduzione beneaugurante di una nuova sezione competitiva destinata a dodici cortometraggi tunisini: in giuria siederanno, tra gli altri, due talenti in ascesa del cinema arabo, come il regista marocchino Nabil Ayouch e l’attore egiziano Khaled Abul Naga. Da segnalare anche uno spazio mercato (Producer’s Network), destinato a cineasti, produttori e operatori dell’audiovisivo.

La sezione più attesa, vale a dire il concorso lungometraggi presenta 13 titoli in lizza, che verranno giudicati da una giuria piena di spiriti liberi e combattivi, dall’haitiano Raoul Peck al senegalese Joseph Gaye Ramaka (Karmen Gei), passando per il compositore tunisino Anouar Brahem. Sul piano delle provenienze dei film, vale la pena sottolineare, oltre la presenza puramente rappresentativa del Medio Oriente (appena due titoli, da Libano e Siria), il peso consistente di cinematografie storicamente e attualmente forti come quella egiziana (due titoli, tra cui Messages de la mer, di Daoud Abdel Sayed) e sudafricana (due film, il pluripremiato Shirley Adams, e State of Violence di Khalo Matabane) e l’ascesa sempre più evidente dell’area anglofona (con il keniota Soul Boy e l’ugandese Imani), mentre fa rumore l’assenza totale dei paesi dell’ex (?) Françafrique (Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Gabon, ecc.). Dal Marocco arriva il già segnalato La mosquée di Daoud Aoulad Syad. Sul fronte nazionale ben tre titoli, da esponenti di due generazioni, i sessantenni (il veterano Abdellatif Ben Ammar, col suo film sulla guerra di Bizerta, Le palmiers blessés) e i quarantenni: Moez Kammoun, (qui all’opera seconda, Fin décembre) e l’esordiente, ma con lunga gavetta, Ayda Ben Aleya (Chronique d’une agonie). Ognuno ha le sue chance per i Tanit (La mosquée e Shirley Adams forse qualcuna in più) visto che l’unico carico da novanta (Mahamat Saleh Haroun con l’ultimo Un homme qui crie) apre le danze fuori concorso e anche Yousry Nasrallah (Ahky ya Chahrazade), che terrà una lezione di cinema, è stato, chissà perché, relegato nella sezione Cinéma du monde.

Altra novità dell’edizione numero 23, la competizione documentari segnala l’effervescenza di un settore in piena ancorché problematica espansione, grazie alla progressiva diffusione delle tecnologie digitali e nonostante la circuitazione limitata fondamentalmente alla rete dei festival. Diversi i nomi che contano in lizza per i premi, dall’universitario maliano ma newyorkese d’adozione Manthia Diawara al palestinese Mohamed Bakri. I titoli di maggiore interesse sul versante africano, almeno sulla carta, sono, oltre a Lieux saints del camerunese Jean-Marie Teno e Un conte de faits del tunisino Hichem Ben Ammar, La guerre secrète du FLN en France dell’algerino Malek Bensmail (che rilancia e approfondisce uno dei temi al centro di Hors-la-loi di Bouchareb, vale a dire la politica di propaganda e repressione dei partiti concorrenti svolta dal FLN in Francia durante la guerra d’Algeria) e Giran dell’egiziana ma naturalizzata canadese Tahani Rached (sul quartiere residenziale di Garden City al Cairo e sui suoi segreti).
Tra gli undici titoli in gara sul versante cortometraggi, segnaliamo una volta di più Pumzi, il poema sci-fi ecologista di Wanuri Kahui e Khouya, dell’algerino Yanis Koussim, terribile tranche de vie domestica con al centro una famiglia tenuta sotto scacco da un primogenito violento e tradizionalista.

Dando uno sguardo alle sezioni non competitive, in Cinéma du monde, verrà riproposto il collettivo L’Afrique vu par, insieme ad altri titoli di punta dell’ultimo biennio, dall’egiziano Wahid wa sefr ai francesi Uomini di Dio e Benda Bilili. Tra le cosiddette Proiezioni speciali, il pubblico tunisino potrà vedere il citato Hors-la-loi di Bouchareb, Molock tropical di Peck e Venus noire del connazionale Kechiche). Il programma è arricchito poi da un ampio panorama del cinema tunisino di oggi (con ben 36 titoli, fra corti, lunghi e doc) e dalla sezione Découvertes, che presenta alcune collezioni tematiche che guardano verso il futuro del cinema panafricano.
Importante l’Atelier de projects, istituito dal 1992, che anche quest’anno offrirà ad alcuni cineasti, valutati da una giuria (in cui siedono, tra gli altri, Imunga Ivanga e il documentarista Mustapha Hasnaoui) la possibilità di riscrivere le proprie sceneggiature, grazie al sostegno di alcuni organismi internazionali: undici i progetti presentati, perlopiù esordienti, salvo la filmmaker palestinese Mai Masri.
Di particolare significato gli omaggi di quest’edizione, il più doveroso dei quali va al grande interprete Sotigui Kouyaté, scomparso ad aprile di quest’anno: oltre a Bouchareb, spazio anche alla documentarista egiziana Ateyyat El Abnoudy e al musicista tunisino Hedi Jouini, compositore della colonna sonora del film La septième porte, su cui torneremo in coda.

Diversi i colloqui previsti nel programma. Segnaliamo, oltre all’assemblea straordinaria della FIPRESCI, una tavola rotonda dedicata all’immagine della donna nel cinema arabo, e un convegno di due giorni sui problemi e le potenzialità del cinema maghrebino nella realtà del mercato culturale contemporaneo.
Per chiudere, ci piacere tornare su Hedi Jouini, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. Il celebrato compositore e interprete ha avuto un ruolo in due film francesi degli anni Quaranta, Le possedé/Al majnun di Jean Bastia (in qualità di attore) e soprattutto La septième porte (1948) di André Zwobada, nel quale è autore delle canzoni, che in due casi interpreta in scena. Come ricorda il curatore Férid Boughedir, il film occupa un posto a parte nel panorama del cinema coloniale francese: sceneggiato dalla coppia d’oro del cinéma de papa Jean Aurenche e Pierre Bost e diretto da un ex-assistente di Renoir con idee progressiste, il film, ispirato a racconti e leggende maghrebine come il precedente (Noces de sable, 1945), fu girato in doppia versione, francese e araba, con la partecipazione di attori e cantanti maghrebini (come l’algerina Keltoum, nel 1967 protagonista del felice esordio di Lakhdar-Hamina, Le vent des Aurès). Presentato nella versione restaurata dal CNC, il film sarà presto visibile in homevideo grazie alla società francese Les Documents Cinématographiques, cui dobbiamo anche il DVD di Jungla nera.

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