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28 TFF: Il pieno e i vuoti

di Leonardo De Franceschi

Sul cartellone del Torino Film Festival (26 novembre-4 dicembre 2010)

Oggi scatta l’appuntamento con la ventottesima edizione del Torino Film Festival, forte di una programmazione sempre più ricca: ben 234 i titoli in cartellone, di cui 30 anteprime mondiali e 24 internazionali. Continuiamo ad essere nondimeno basiti dalla composizione della squadra di Gianni Amelio, nella quale persiste l’assenza di un corrispondente per l’Africa e per il mondo arabo: questa scelta continua a ridurre in modo considerevole la possibilità di individuazione di titoli in anteprima da queste lande cinematografiche, già relativamente poco produttive. L’Africa, come al solito, ce la racconteranno, con maggiore o minore attenzione o talento, registi europei.
Nella sezione competitiva Torino 28, dedicata ad autori di opere prime (ma anche seconde o terze), non possiamo quindi che essere incuriositi dall’unico film africano (ma la coproduzione è Sudafrica/Canada), vale a dire l’opera prima The Bang Bang Club del documentarista e produttore Steven Silver, già apprezzata al Toronto Film Festival. Tratto da una storia vera, ambientato ai giorni cruciali della liberazione di Mandela, il film segue le vicende incrociate di quattro fotografi d’assalto che raccontarono gli ultimi colpi di coda dell’apartheid, arrivando persino a vincere il premio Pulitzer.

Un certo interesse anche per l’affresco operaio Les hommes debout del francese Jérémy Gravayat, in lizza anche per il premio Cipputi. Anche in questo caso si tratta di un’opera prima, ma nell’ambito della non fiction, presentata in diversi festival di settore, tra cui quello di Marsiglia. Gravayat è un documentarista attento alle tematiche dell’esilio, delle migrazioni, dei popoli senza terra: questa volta il suo è un omaggio alla memoria operaia, che sopravvive attraverso il presente dei nuovi schiavi, gli immigrati irregolari, spesso provenienti dalle ex-colonie, che vivono nei vecchi impianti industriali dismessi.
Tocca tematiche simili Qu’ils reposent en révolte del francese Sylvain George (nella sezione Festa mobile), anch’esso passato a Marsiglia e Lussas e in lizza per il Cipputi: 153’ minuti di documentario per raccontare la vita di un gruppo di migranti a Calais nell’arco di tre anni, dal luglio 2007 al gennaio 2010: umiliati, privati di ogni diritto, queste donne e uomini diventano gli eroi di una nuova forma di resistenza contro la barbarie.

Segnalato un thriller scifi ambientato a Detroit con Thandie Newton (Vanishing on 7th Street, di Brad Anderson – nella sezione Rapporto confidenziale), spendiamo qualche parola in più su un saggio di due allievi della Fémis, Vincent Le Port e Jean-Baptiste Alazard, che sulla carta promette emozioni e scoperte: Moussem les morts (in Onde), liberamente ispirato allo Straniero di Camus segue l’itinerario di fuga di un francese espatriato in Marocco che si ritrova ad uccidere per caso un uomo ed è poi costretto a nascondersi nel profondo sud.

Da seguire con attenzione Italiana.doc, sezione che programma ben tre titoli di interesse africano. Bakroman di Gianluca e Massimiliano De Serio, già autori del pluripremiato corto Zakaria, ci regalano stavolta un lungo girato tra i ragazzi di strada di Ouagadougou in Burkina Faso, stretti da speranza di riscatto ed esposizione a una vita piena di pericoli e violenze.
Con una curiosità particolare aspettiamo Una scuola italiana, non solo perché è firmato da due sensibili filmmaker e generosi operatori sociali come Angelo Loy e Giulio Cederna, ma perché ci porta a capire qualcosa in più su una scuola materna, la Carlo Pisacane di Roma, al centro di molte polemiche politiche negli ultimi anni, a causa dell’alto numero di figli di migranti che la frequentano.
Fuori concorso, segnaliamo anche Frammenti di altra quotidianità, girato in Mozambico da una troupe formata in larga parte da ragazzi del barrio di Maputo, scelti in un laboratorio di fotografia e video, secondo una formula che proprio Loy con Amref ha praticato con ottimi risultati (Tv_Slum, African Spelling Book).

Chiudiamo con il cacciatore bianco John Huston, qui omaggiato con una retrospettiva integrale, nella quale passeranno anche i tre film africani del carismatico regista: oltre al documentario Tunisian Victory sulla guerra d’Africa (firmato ufficialmente da Capra nel 1944), il celebrato La regina d’Africa (The African Queen, 1951 – girato tra Congo e Uganda) con i due antidivi Humphrey Bogart e Catherine Hepburn e i meno noti Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil, 1953 – sceneggiato da Capote e girato in costiera amalfitana) e Le radici del cielo (The Roots of Heaven, 1958 – girato parzialmente in Ciad). Sarà un’occasione preziosa per ricavare uno sguardo d’insieme sulla sua Africa.

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