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Il Festival di Rotterdam ha 40 anni

di Leonardo De Franceschi

Occhio a "Raiding Africa" e alle altre finestre sul continente nero

È in corso il Rotterdam Film Festival (26 gennaio-6 febbraio 2011). Il festival più indipendente e spinto nello scouting di talenti in tutto il mondo compie quarant’anni ma sembra non avere alcuna intenzione di mettere la testa a posto e istituzionalizzarsi. Porta avanti per esempio con il suo programmer Gertjan Zuilhof la direttrice di valorizzazione di giovani filmmaker dallo scacchiere sudorientale dell’Africa avviata lo scorso anno con la sezione “Forget Africa”: quest’anno, alcuni dei protagonisti della sezione, per l’esattezza sette, sono stati coinvolti in un nuovo progetto, “Raiding Africa”, compreso nella sezione Signals. Affiancati questa volta da un team di registi affermati e provenienti dall’area del Far East, sono stati seguiti in un viaggio di scoperta e conoscenza in Cina, che ha portato a un cantiere di numerosi cortometraggi, presentati appunto in anteprima mondiale.

L’idea, sicuramente stimolante, era quella di rovesciare lo stereotipo, con buoni dati di certezza, che vede molti uomini d’affari cinesi andare a investire in Africa, con una politica neocoloniale molto aggressiva ed efficace, rovesciando lo sguardo e restituendo una sorta di controcampo agli africani, con in più la possibilità di confrontarsi, per alcuni filmmaker, con colleghi professionalmente riconosciuti e in grado di introdurli a macchine e tecnologie più sofisticate. Il risultato è stato una serie di 15 titoli (più una striscia di dodici shorts comici da cinque minuti, col titolo Les boulistes), arricchita da un documentario degli inglesi Nick e Marc Francis (When China Met Africa) e da un lungometraggio che molto ha girato nei festival di settore (Imani, della keniota Caroline Kamya). Alcuni di questi titoli ci auguriamo, come fu già per “Forget Africa”, di poterli rivedere al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, tra i partner dell’iniziativa, insieme al Fondo Hubert Bals, al Göteborg Film Fund e al Festival di Durban.

Ma Rotterdam ha in serbo altre sorprese interessanti per chi s’interessa di cose africane. In Spectrum, per esempio, passerà in anteprima internazionale il nuovo film dell’egiziano Ibrahim El Batout, già vincitore a Taormina per Ein Shems/Eye of the Sun: Hawi/The Juggler, sua opera terza, è ambientato in una Alessandria frenetica nella quale si incrociano tre storie ed è girato come suo costume senza una sceneggiatura predefinita e con interpreti non professionisti. Nella stessa sezione, è in programma Zohra: A Moroccan Fairytale, una storia alla Romeo e Giulietta ambientata nel Marocco degli aspiranti migranti in Europa a tutti i costi, girata dall’inglese Barney Platt-Mills.

Anche la sezione più aperta alle opere prime e seconde, Bright Future, ha il suo spazio per l’Africa e le sue storie. Il collettivo ugandese Yes! That’s Us, che aveva portato alla Berlinale il suo primo lavoro (Divizions) nel 2008, torna a Kampala stavolta con una storia dall’impianto più realistico, anche se imparentato con lo stile melodrammatico dei film low budget di Nollywood: Speak ha per protagonista una ragazza sordomuta, Hope. Anche in Imagine, the Sky, della documentarista svizzera Brigitte Uttar Kornetsky, sono di scena dei ragazzi, ma stavolta si tratta di bambini ciechi di Freetown, in Sierra Leone, ripresi all’interno di una scuola, e coinvolti in una sorta di processo in cui sono chiamati a rispondere dei loro presunti crimini. Storie di bambini e ragazzi in cerca di riscatto, da un’Africa in movimento.

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