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Locarno 64: di briganti, migranti e diritti negati

di Leonardo De Franceschi

Note sul cartellone della 64a edizione (3-13 agosto 2011)

Da oggi e per dieci giorni, il Festival del film di Locarno torna a regalare ai suoi frequentatori un buon ventaglio di titoli recuperati/sfuggiti alla confusione e alla grandeur di Cannes, Venezia e Toronto. Il concorso internazionale presenta due anteprime di notevole rilievo. Anzitutto Rabah Ameur-Zaimeche, che torna dopo Dernier maquis (2008): Les chants de Mandrin viene presentato come una sorta di elegia popolare in onore di un brigante del XVIII secolo ma non molto altro è dato sapere sul primo film in costume di questo regista franco-algerino figlio di banlieue, talentoso e discontinuo, tra i più coccolati dai Cahiers.

Di straordinaria attualità, in questi giorni di assordante indifferenza per la conversione in legge del decreto che aumenta a 18 mesi la possibilità di permanenza nei CIE e per le rivolte mosse da braccianti neri e richiedenti asilo, arriva dalla Svizzera Vol spécial, documentario girato nel penitenziario di Frambois a Ginevra, dove vivono dei migranti irregolari, spesso con legami affettivi e familiari solidi in Svizzera, in attesa di essere rimpatriati nei loro paesi di provenienza. A firmarlo è Fernand Melgar, nato a Tangeri ma di origini spagnole, già premiato a Locarno e in numerosi festival internazionali per La forteresse (2008), un altro doc che indagava dall’interno la condizione di vita dei richiedenti asilo nei centri svizzeri. Il progetto Vol spécial continuerà con un webdocumentario, sulle orme di alcuni dei protagonisti, una volta rientrati in patria.

Rifugiato politico, dal destino e dal passato incerto, è anche Bachir Lazhar, protagonista dell’omonimo film del quebecchese Philippe Falardeau, segnalatosi già con diversi premi nazionali Jutra per Congorama (2006) e altri film: l’attore brillante algerino Fellag (Michou d’Auber, Les barons) interpreta questo rifugiato che si propone per sostituire una maestra elementare morta tragicamente, su un soggetto tratto da un dramma teatrale.
Fuori concorso, nella sezione riservata agli autori già consacrati, troviamo Aller au diable, in cui Claire Denis continua la sua personale indagine sull’Africa e i suoi rapporti con l’occidente: in questo caso, per un corto realizzato nell’ambito del Jeonju Digital Project, si tratta di un incontro con un discendente dei maroon Aluku, scappati quattro secoli fa dalle piantagioni olandesi di canna da zucchero.

Tra i Pardi di domani, nel concorso internazionale da segnalare il corto Liberdade degli statunitensi Benjamin Crotty e Gabriel Abrantes, una love story tra un ragazzo angolano e una ragazza cinese a Luanda.
Nella sezione riservata alle produzioni nazionali, Appellations Suisse, trovano spazio anche titoli orientati al continente africano e alle sue diaspore, come An African Election di Jarreth Merz, doc sulle ultime elezioni in Ghana. Da menzionare anche gODDESSES - We Believe We Were Born Perfect, girato in Sudafrica dalla documentarista Sylvie Cachin, sulle tracce della ballerina-coreografa Mamela Nyamza, in lotta insieme a molte altre donne, contro la violenza di genere, con le armi della sua arte.

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