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Segnali da Rotterdam

di Alice Casalini

Panoramica sul 41° Rotterdam Film Festival

Dopo due anni di politica culturale forte sull’Africa, con altrettante sezioni a tema, il Rotterdam Film Festival (41° edizione, 25 gennaio-5 febbraio), volta pagina, forse fisiologicamente, ma l’onda lunga delle primavere arabe del 2011 si fa sentire anche in Nordeuropa, meritandosi l’attenzione dei programmatori, che a Egitto e Siria hanno dedicato un’intera, ampia, sezione, dal titolo Signals: Power Cut. Diverse decine i titoli in programmazione, in larga parte cortometraggi e documentari, anche se non mancano omaggi a registi del neorealismo egiziano come Mohammed Khan e Daoud Abdel Sayed e a uno dei più grandi autori del cinema siriano, Mohamed Malas.

Di Africa e diaspore quest’anno nel concorso internazionale non si parla, ma la tendenza, anche in questo caso, non è nuova. Per trovare titoli interessanti per noi bisogna scendere nelle sezioni più trasversali ed eccentriche. In Bright Future ritroviamo film già segnalati altrove, da The Invader di Provost a Shame di McQueen, da Skoonheid di Hermanus a Sur la planche di Kilani, passando per An Oversimplification of Her Beauty, fresco di Sundance. Ma la sezione potrebbe riservare diverse sorprese, per esempio Matière grise, del rwandese Kivu Ruhorahoza, un metafilm sulle vicende di un regista che vuole girare un film su un fratello e una sorella ancora alle prese con i demoni del genocidio, e deve fare i conti con mille problemi e pressioni contrarie. That Small Piece, opera seconda no-budget dell’ugandese JOSEph S KEN, racconta invece come una lite tra vicini per un pezzo di terra venga risolto facendo ricorso alla magia nera e come tutto questo sconvolga la vita di una giovane coppia. Odore di Panafrica anche nel tedesco Der Fluss war einst ein Mensch, nel francese L’hypothèse du Mokélé-Mbembé, nell’olandese Wavumba e nel brasiliano Rânia, ma scommetterei piuttosto su Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom) del francese Sylvain George, presentato come un reportage lirico sui migranti che stazionano a Calais e dintorni in attesa di passare la Manica e sul transnazionale Un nuage dans un verre d’eau, diretto dall’iraniano Srinath C. Samarasinghe, di origini srilankesi, ma cresciuto a Parigi, che racconta un’intricata storia ambientata nella ville lumière, incentrata sulle vicende di un vecchio proiezionista cairota, interpretato dal grande Gatim Ratib.

Anche in Spectrum, scorrono titoli già menzionati nelle nostre scorribande come Miracolo a Le Havre, El cuaderno del barro e Los pasos dobles, Monsieur Lazhar, Une vie meilleure, il Wuthering Heights di Arnold, ma anche un paio di titoli brand new sulla carta di tutto interesse nell’ambito della non fiction.
Peace versus Justice, dell’olandese Klaartje Quirijns, segue il processo di trattative in atto in Uganda tra governativi e Lord’s Resistance Army (LRA) e il parallelo tentativo da parte della Corte Penale Internazionale di catturare il leader dell’LRA Joseph Kony, accusato tra l’altro di rapire sistematicamente bambini per farli combattere nel suo esercito, tentativo però osteggiato dagli stessi locali, per desiderio di pace e in reazione a quella che percepiscono come un’ingerenza neocolonialista. Punk in Africa, una coproduzione Sudafrica/Repubblica Ceca codiretta da Keith Jones e Deon Maas, ci racconta il Sudafrica degli anni Settanta, in pieno apartheid, e l’impatto avuto nel Paese da alcuni gruppi punk, composti da musicisti bianchi e neri e attivi nei paesi vicini, Zimbabwe, Mozambico e Kenya. Speriamo di poter recuperare alcuni di titoli e di poterveli raccontare con maggiore attenzione.

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