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Venezia 69: L'Africa fuoricampo

di Leonardo De Franceschi

Note a margine del programma della Mostra (29 agosto - 8 settembre 2012)

Se uno dei segnali qualificanti della direzione Muller era stato il ritorno a Venezia del cinema africano e dei suoi autori diasporici, non c’è che dire, basta una scorsa al programma ufficiale della prima edizione di Alberto Barbera per capire che il vento è cambiato e spira in tutt’altra direzione. Vale la pena ricordare che in otto anni di gestione Muller alla Mostra sono transitati autori e talenti del calibro di Chahine, Gerima, Lee, Akomfrah, Kechiche, Julien, Nasrallah, Maher, McQueen, Ferroukhi, Singleton, Fuqua, Teguia, Bensaidi, Amari, Khouri e Hasnaoui. Diversi di essi sono stati schierati in concorso e non a far colore nelle sezioni collaterali, alcuni hanno ricevuto una consacrazione attesa (Haroun, Kechiche) o una riscoperta tardiva (Gerima). Quest’anno, la Panafrica sarà sostanzialmente ostaggio dello sguardo dell’altro o omaggiata con eventi fuori programma.

Come quello che aprirà la Mostra il 29 agosto, con la proiezione del documentario di Carlo Mazzacurati Medici con l’Africa, girato in Mozambico e dedicato al CUAMM, una benemerita ONG italiana attiva in campo sanitario. Il regista è sensibile alle tematiche dell’incontro e della convivenza, l’operatore si chiama Luca Bigazzi, insomma c’è da aspettarsi del buono, ma l’Africa, fortunatamente, è anche molto altro.
Di black aveva ancora qualche sfumatura più marcata Michael Jackson, quando venticinque anni fa uscì il suo fortunato Bad, rivisitato dal doc di Spike Lee, al Lido per ricevere venerdì 31 agosto il Premio Jaeger-Le Coultre Glory, in una cerimonia che verrà seguita appunto dalla proiezione in anteprima mondiale del suo Bad 25.

Con nessun nero o africano nelle giurie internazionali, nessuno si accorgerà della quasi assenza di registi panafricani nelle competizioni. Spicca, nel suo magnifico isolamento, la selezione in Orizzonti dell’egiziano Ibrahim El Batout col suo El sheita elli fat (Winter of discontent), considerato uno dei talenti più promettenti della primavera cinematografica araba, scoperto già nel 2008 a Rotterdam e Taormina con Ein Shams (The Eye of the Sun). Questo suo quarto film, le cui riprese sono iniziate alla vigilia della caduta di Mubarak, è un nuovo sguardo finzionale impossibile a un paese investito da una rivoluzione epocale, interpretato da Amr Waked, attore in prima fila nei giorni più caldi di piazza Tahrir, conosciuto in Italia per il suo ruolo da coprotagonista in Il padre e lo straniero di Tognazzi.
Fuori concorso passerà invece l’unica altra regista africana al Lido, la tunisina Hinde Boujemaa, selezionata per il documentario Ya man aach (It was better tomorrow), il quale segue, nel suo farsi, l’altra rivoluzione, quella che ha fatto fuori Ben Ali, pedinando una donna-coraggio che in quei giorni di riscatto vuole portare a casa un pezzo di dignità anzitutto per la propria famiglia.

Rimane da dare uno sguardo alla Kinshasa dei bambini-stregoni salvati dalla musica, reinventati dal docu-drama Kinshasa Kids (Venice Days) del belga Marc-Henri Wajnberg; rendere omaggio al talento di performer di Kad Merad, anonimo Superstar per Xavier Giannoli (lui sì in concorso); e aprire due finestre sul passato. L’una, recente, va a Tabu del portoghese Miguel Gomes, racconto postcoloniale di una storia a cavallo tra Europa e Africa, già apprezzato della giuria Fipresci all’ultima Berlinale e qui riproposto da Venice Days, nell’ambito del Premio Lux. L’altra permette il recupero di un raro documentario a sei mani, nel quale viene ricostruita la storica marcia di King a Washington del 1968, con riprese che mostrano il reverendo nelle sue ultime settimane di vita prima dell’omicidio: per Free at Last, di Gregory Shuker, James Desmond, Nicholas Proferes, appuntamento alla sezione retrospettiva dall’Archivio Storico della Biennale, denominata «80!».

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