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Noirs et Blancs en couleurs

di Maurice Dubroca

Un'arida stagione bianca

France Ô è il canale della televisione pubblica francese dedicato all’attualità e alla cultura dei dipartimenti d’oltre mare, dove maggiore è la presenza di cittadini afro-discendenti. Lo scorso dicembre, nell’ambito di un ciclo di documentari in onda ogni martedì sera in seconda serata, la trasmissione Archipels ha presentato Noirs et Blancs en couleurs di Maurice Dubroca. Il film riassume in 50 minuti le luci e soprattutto le ombre che hanno segnato la storia della presenza di attori neri nel cinema francese, dai fratelli Lumière ai nostri giorni.

Il film apre con un momento di grande speranza per le nuove generazioni: la consegna del premio César a Omar Sy per la sua performance nel film Quasi amici (2011). Si tratta della prima volta che un nero si aggiudica il titolo di migliore attore del cinema francese se si esclude il César a Isaac de Bankolé come migliore “espoir masculin” nel film Black Mic-Mac del 1987.

Come mai tanta riluttanza? È su questa domanda che il film cuce, nei minuti seguenti, i momenti più pregnanti per la storia dell’ascesa nera all’Olimpo delle sale cinematografiche francesi.

L’arco del Novecento è ripartito in decenni e analizzato a volo d’uccello attraverso interviste alle figure più rappresentative del cinema franco-africano contemporaneo. Tra questi, spiccano i simpatici aneddoti di Eriq Ebouaney, gli stimolanti interventi di Alex Descas e Greg Germain e le riflessioni puntuali dello storico Pap N’Diaye. Le loro voci, insieme a molte altre, denunciano con amarezza l’enorme diffidenza delle produzioni francesi nei confronti di ogni progetto che ponesse un nero al centro della narrazione filmica. Le ragioni? Un copione già visto: il pubblico non ama identificarsi con un protagonista nero; detto in soldoni, i neri non fanno audience.

L’andamento del documentario resta per lo più cronologico, con propositi dichiaratamente didattici. Le prime figure ad essere evocate sono silhouette anonime: africani importati dalle colonie per il divertimento del pubblico parigino all’esposizione universale del 1900. Si accenna a Saartjie Baartman, meglio nota come la Venere ottentotta, per poi passare a Rafel Padilla, conosciuto dal pubblico con lo pseudonimo Chocolat. Padilla fu un clown nero dalla vita mirabolante, reso celebre dal duo comico Footit et Chocolat e immortalato in un celebre quadro da Toulouse-Lautrec.

Attraverso le sequenze di Zouzou (1934) e altri spettacoli di vaudeville si rende omaggio a Josephine Baker, prima attrice nera (afroamericana naturalizzata francese) a cavalcare, nel primo dopoguerra, lo stereotipo erotico coloniale. Secondo Pap N’Diaye la Baker avrebbe incrinato, con la forza del suo sorriso, il cliché fallocentrico e imperialista della “negra selvaggia” radicato nel pubblico francese d’inizio Novecento. Certamente una pietra miliare nella storia del cinema tout court.

Molti altri nomi e volti decisivi sfilano in pochi minuti sullo schermo, occupando appena lo spazio di un aneddoto in un film che i brevi tempi televisivi hanno purtroppo costretto ad una frettolosa maratona di titoli e celebrità nere: Afrique sur Seine (1955) di Paulin Vieyra; Orfeo Negro (1959) di Marcel Camus; Moi, un noir (1958) di Jean Rouch; La Noire de… (1966) di Sembene Ousmane. Una ricca generazione di cineasti e attori di colore che purtroppo non ha saputo colmare la distanza con il pubblico della grande distribuzione.

Per ritrovare un ruolo veramente popolare interpretato da un attore nero bisognerà aspettare la serie Médecin de Nuit (1979) che consacra la fama di Greg Germain, nel ruolo del dottor Alpha. Sulla scia del successo di Germain nasce una nuova generazione di attori neri e di registi interessati a dedicare ruoli importanti a personaggi afro-discendenti. Divengono popolari i nomi di Jacques Martial, grazie alla serie televisiva Navarro (1989), e quello di Mouss Diouf per la serie Julie Lescaut (1992). Nel 1983 il Leone d’argento alla regista martinicana Euzhan Palcy per il film Rue Cases Nègres sembra aprire un nuovo spiraglio alla presenza nera sugli schermi francesi. Ma la gloria non basta a spianarle la strada; per finanziare il suo film successivo, Une Saison blanche et sèche (Un’arida stagione bianca, 1989) la Palcy dovette espatriare negli Stati Uniti.

Il successo di produzioni che hanno proposto protagonisti neri negli anni 2000 restano dei casi isolati in un panorama attoriale fortemente eurocentrico. Si citano a riguardo due serie televisive di grande successo: Sucre amer diretta da Jean-Claude Barny e Toussaint Louverture, miniserie prodotta da France Zodba per France 2.
Sono le parole di Ebouaney a rendere ormai evidente e ingiustificabile l’anomalia francese: “su duecentocinquanta film prodotti in Francia ogni anno, quelli che hanno per protagonista un nero sono in media due. Questa cifra ridicola appare oggi come il sintomo di un’élite intellettuale diffidente, che stenta ad integrare tanto nel proprio immaginario, quanto nella politica, una società postcoloniale, largamente multietnica e multiculturale”.

Riccardo Centola | Parigi

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