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Timira alla Pisacane

di Maria Coletti

Incontro con Wu Ming 2 e Antar Mohamed, 15 marzo 2013, ore 17

Chi conosce o ricorda la storia di Giorgio e Isabella Marincola, italoafricani o afroitaliani: cittadini dalla pelle nera, nati in Somalia e poi portati dal padre in Italia, dove hanno studiato, sono cresciuti, hanno investito sogni e delusioni e sono morti?
Forse ancora troppo pochi.
Ma forse sempre più numerosi, anche grazie all’amore e alla pazienza di Wu Ming 2 e Antar Mohamed.

Un partigiano nero morto proprio alla fine della guerra, una mondina nera in Riso amaro di De Santis: due destini incredibilmente singolari.
Se nel libro Razza partigiana (Iacobelli, 2008) di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio viene ricostruita la storia di Giorgio, in Timira. Romanzo meticcio (Einaudi, 2012) di Wu Ming 2 e Antar Mohamed (figlio di Isabella) prende vita la straordinaria avventura umana di Isabella Marincola.

Come scrivono gli autori sul blog di Razza partigiana,

“Giorgio riuscì a risolvere la sua identità, a trovare una definizione di sé attraverso la militanza resistenziale, attraverso, in sintesi, il suo essere partigiano. Isabella ha continuato a cercare questa soluzione, senza mai trovarla. L’ha cercata a Roma, dopo la morte di Giorgio, dopo il ritorno del padre dalla guerra, dopo l’allontanamento dalla casa del padre per i continui scontri con la matrigna. L’ha cercata nell’intelligencija artistico-culturale romana degli anni Cinquanta. L’ha cercata in Somalia, nella sua vera madre, nella terra natia, nella società somala che per lei aveva costituito nell’adolescenza una sorta di eden di accoglienza. Per trent’anni ha vissuto a Mogadiscio, assistendo allo sfascio di una società provata e frammentata dal colonialismo prima e dall’amministrazione fiduciaria italiana poi, dall’invasione della religione che la voleva un’infedele, una gall, bianca ed italiana, dalla dittatura militare, dalla guerra civile che nel 1991 l’ha riportata in Italia. E l’Italia non aveva ancora smesso di considerarla meticcia e somala e chissà se mai smetterà.”

E’ più che mai importante allora che le loro storie vengano lette, ricordate, ricostruite, nelle aule di una scuola primaria, di fronte a bambini di un’Italia che verrà, speriamo finalmente pronta a conservarli nella propria memoria viva.

Questo incontro è dunque la seconda tappa di un’avventura iniziata a gennaio, per il Giorno della memoria, grazie all’impegno e alla passione delle maestre della Pisacane e in particolare di Luciana Lucarelli.

E’ emozionante vedere nei corridoi della scuola le tracce del primo incontro: le foto di Giorgio Marincola, anche assieme alla sorella Isabella, appese con le date e le tappe salienti della sua vita. Che ci riguarda.

Come ci riguarda la storia di Isabella. La sua identità nomade che è anche la nostra. Migrante e in divenire, come tutti i "nuovi italiani", come tutti gli alunni delle scuole italiane, segno tangibile del futuro che ci aspetta e che inizia già oggi.

Siamo tutti profughi, senza fissa dimora nell’intrico del mondo. Respinti alla frontiera da un esercito di parole, cerchiamo una storia dove avere rifugio.

Il libro
Timira è un romanzo meticcio scritto da tre persone: la protagonista che si racconta e viene raccontata dal figlio; lo scrittore di origini somale Antar Mohamed e uno dei membri del collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming, i cosiddetti “senza nome” che rifiutano la celebrità individuale e si schierano dalla parte della democrazia e della condivisione delle opere artistiche e creative. Timira è il nome con cui la protagonista è conosciuta nella sua patria di origine, la Somalia, e si tratta di Isabella Marincola, nata a Mogadiscio nel 1925 da madre somala e padre italiano. Isabella-Timira ha passato la sua vita tra l’Africa e l’Europa, continuando a lottare per i suoi diritti di cittadina italiana, riuscendo a reagire alle difficoltà e arrivando persino a recitare nel film "Riso amaro" di De Santis, dove interpretava una mondina nera. Nelle pagine di Timira si mescolano documenti di archivio e invenzione narrativa e si passa da un continente all’altro attraversando diversi periodi storici. Antar Mohamed, invece, è il figlio di Timira e dopo la morte della madre ha continuato a raccontarne la storia prendendo il suo posto accanto allo scrittore del collettivo Wu Ming.

Gli autori
Antar Mohamed Marincola è nato a Mogadiscio nel terzo anniversario dell’indipendenza somala. Cresciuto sotto il regime di Siad Barre, vive dal 1983 in Italia, dove ha studiato, scritto, recitato, mediato conflitti, tradotto e insegnato.
Wu Ming 2, invece, indica il collettivo di scrittori che con il nome Luther Blissett ha pubblicato il romanzo “Q” (Einaudi Stile libero, 1999). All’alba del nuovo millennio, con l’aggiunta di un “quinto elemento” - Wu Ming 5, autore di “Havana Glam”, Fanucci 2001 - il gruppo ha cambiato nome in Wu Ming, che in cinese mandarino vuol dire “anonimo”. Ogni membro del collettivo, in ordine alfabetico, è contraddistinto da un numero, perché i nomi anagrafici dei singoli, anche se non segreti, non rivestono alcuna importanza e conta solo quello che si scrive. I libri di Wu Ming sono tradotti in tredici lingue e pubblicati in oltre venti Paesi.

Trama del libro
Nel 1919 Giuseppe Marincola è maresciallo di fanteria nella Somalia italiana. Combatte le tribù ribelli, addestra i dubat, mette al mondo due figli con una donna del luogo, ma a differenza di tanti commilitoni decide di riconoscerli e farli crescere a Roma. Giorgio e Isabella Marincola diventano così due dei primissimi "black italians" a frequentare le scuole della capitale, durante gli anni di Mussolini, dell’Impero e delle leggi razziali. La loro storia personale si intreccia a quella dell’Italia. Giorgio muore da partigiano in Val di Fiemme. Isabella, enigmatica mondina in "Riso amaro", schiava di Medea in una tragedia di Corrado Alvaro, modella per Guttuso, nei primi anni Sessanta torna in Somalia. Ma la guerra civile la costringe a fuggire nell’Italia di Tangentopoli, dove Timira è testimone e vittima di un nuovo razzismo (Einaudi).

Estratti dal libro

Il razzismo che ho conosciuto da ragazza era molto diverso da quello di oggi. La gente era più curiosa che ostile, almeno in apparenza. Negli anni Trenta, molti vedevano in me l’icona dell’avventura coloniale e mi vezzeggiavano come una bertuccia ammaestrata. Erano entusiasti di questa «bella abissina» che parlava italiano e faceva la riverenza, ma si guardavano bene dall’invitarmi per una merenda con le figliole. Col tempo, quelle coccole zuccherose si evolsero in direzioni opposte: da una parte, l’approccio sessuale esplicito, offensivo; dall’altra, lo sguardo indiscreto, come filtrato dai rami di una siepe. A teatro, in tram, per la strada: ovunque andassi mi sentivo studiata, con gli occhi e con le parole.

Di solito mi sentivo dire che sì, ero brava, avevo un talento naturale ed ero pure una bella figliola, ma purtroppo, con quella pelle scura, non c’erano ruoli adatti per me. M’ero così abituata a sentirmi ripetere quella manfrina, che non smettevo di domandarmi come mai De Santis mi avesse preso in considerazione. Una mondina nera, nell’Italia del 1948, non era meno improbabile di una con le unghie smaltate o di un gladiatore romano con l’orologio al polso.

La mia carriera nel cinema è stata molto breve. Ennio Flaiano diceva che se avessero tratto un film da Tempo di uccidere, il suo primo romanzo, avrebbe chiesto alla produzione di farmi interpretare la protagonista, una ragazza etiope. Ma erano promesse da Caffè Greco.

Di ritorno dalla cascina delle mondariso, feci una comparsata in Fabiola di Blasetti, un peplum pallosissimo, dove tanto per cambiare interpretavo una schiava, per di più a petto nudo, come nelle foto coloniali di fine Ottocento, con le veneri africane pronte a soddisfare le voglie dell’uomo bianco. Avevo i capelli lunghi e cercavo in tutti i modi di coprirmi con quelli, perché lì non era questione di spogliarsi di fronte a un artista, c’era l’intera troupe, c’erano i fantasmi degli spettatori futuri, e la voce dell’aiuto regista che mi spiegava nel dettaglio quanti centimetri di seno si potevano vedere.

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