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Tewfik Saleh, si spegne la voce dei non riconciliati

di Leonardo De Franceschi

La scomparsa di uno dei grandi del cinema arabo

La notizia della scomparsa, nelle prime ore di domenica 18 agosto, al Cairo, di Tawfik Saleh, uno dei più grandi registi del cinema egiziano e arabo, autore di classici senza tempo come Vicolo dei pazzi (Darb al-mahabil, 1955) e Gli ingannati (Al-makdhdu’un, 1972) è stata accolta con la più totale indifferenza dai media italiani, dalla carta stampata a internet. Con poche, rare eccezioni, naturalmente, tra cui vale la pena segnalare il lungo e appassionato post che Roberto Silvestri gli ha dedicato sul blog che condivide con Mariuccia Ciotta (vedi). Del resto, sono passati venti lunghi anni dall’omaggio che la Mostra di Pesaro (sotto la direzione di Adriano Aprà e la presidenza di Lino Micciché), all’interno di una retrospettiva sul cinema arabo, gli dedicò, presentando, oltre ai due titoli più noti, anche La lotta degli eroi (Sira al-abtal, 1961), I ribelli (Al-mutamarridun, 1966), e Diario di un procuratore di campagna (Yamwiyyat naib fi al-aryaf, 1968). Vicolo dei pazzi è stato ripresentato all’interno della retrospettiva del Torino Film Festival del 2001, ma a parte qualche altro sparuto omaggio e qualche raro e lontano passaggio su Fuori Orario de Gli ingannati, il pubblico italiano non ha mai avuto la possibilità di scoprire e apprezzare l’opera, libera, corrosiva e solitaria, di Saleh.

Del resto, anche in patria Tawfik Saleh, nato ad Alessandria il 27 ottobre 1926 da una famiglia della buona borghesia locale, di difficoltà a imporre il proprio cinema ne ha avute lungo tutta la sua relativamente breve e poco prolifica carriera. Quando, dopo studi in letteratura inglese al Victoria College d’Alessandria (come il coetaneo e concittadino Youssef Chahine), si innamora del cinema in Francia, a seguito di uno stage sul set di un film con Charles Trenet nel 1950, e rientra al Cairo, nessuno vuole saperne di prenderlo a lavorare con assistente, figurarsi a dargli credito per esordire come regista. Solo Chahine (che lo fa collaborare al montaggio di Lotta nella valle, 1954), e l’allora emergente romanziere Naghib Mahfouz, accetteranno di dargli una mano, quest’ultimo affidandogli il romanzo Vicolo dei pazzi e sceneggiando a quattro mani con lui questa storia di cieca violenza che avviene in un quartiere misero del Cairo, sulla scorta della ricerca di un biglietto vincente della lotteria, finito nelle mani di uno svanito pastore.

Benché in qualche modo in linea con la scuola del realismo sociale di Salah Abu Seif, l’altro astro nascente della scena cinematografica egiziana negli anni Cinquanta, Vicolo dei pazzi viene accolto con indifferenza dal pubblico, anche perché Salah è portatore di un talento visivo assai spiccato e scarsamente compatibile con la tradizione di un cinema amante della parola e delle star della canzone, oltre a produrre un discorso radicale e non riconciliato sulla società egiziana, attento a censire le tracce di antiche e nuove forme di sfruttamento sopravvissute all’epoca dell’occupazione inglese. La lotta degli eroi, ambientato in un paesino ostile al nuovo medico (ancora Shukry Sarhane, suo protagonista feticcio nei primi anni), incontra un’accoglienza migliore, ma a prezzo di quelle che Salah vive come concessioni al didascalismo. Con I ribelli iniziano i problemi di censura, perché il film, ambientato in un manicomio in pieno deserto, viene letta come un’allegoria della crisi del nasserismo, e il film esce solo due anni dopo e diversi tagli. Stessa sorte tocca a Il passaggio del maestro Bulti (Zuqaq al-sayyid al-Bulti, 1967), ambientato in un villaggio di pescatori e uscito anch’esso due anni dopo, e a Diario di un procuratore di campagna, tratto da un noto romanzo di Tawfik Al Hakim e bandito dalla censura col pretesto che mostrava una scena di funerali, violando una vecchia norma del 1946.

Cominciano così gli anni non meno difficili dell’esilio, prima in Siria e poi in Iraq. Nel 1972, facendosi produrre dall’ente di stato siriano, gira quello che rimane il suo capolavoro, Gli ingannati, tratto dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani Uomini sotto il sole (edito in Italia da Sellerio) e vincitore del Tanit d’Oro alle Journées Cinématographiques de Carthage. La storia è quella, tragica, di tre rifugiati palestinesi di età diverse che decidono di passare clandestinamente il confine con il ricco Kuwait alla ricerca di una vita migliore: troveranno una morte atroce lungo il viaggio, al termine di una sequenza di rara asciuttezza e forza espressiva che da sola racconta la tragedia dell’immigrazione clandestina meglio di tanti reportage e servizi televisivi di oggi. Verranno poi una discussa biografia di Saddam Hussein, girata in Iraq nel 1980 (I lunghi giorni, Al-Ayyam al-Tawila) e il ritorno in Egitto nei primi anni Ottanta, segnati dall’insegnamento e da una serie di omaggi. Uno degli ultimi gli è stato tributato dalle JCC nell’edizione 2012, la prima dopo la primavera araba. Con la scomparsa di Saleh, i giovani di piazza Tahrir e con loro i ribelli egiziani, arabi e africani, perdono un cantore lucido e visionario.

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