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Venezia 70: L'Africa (im)mostrabile

di Leonardo De Franceschi

Al via la kermesse di Venezia (28 agosto-7 settembre 2013)

Violenza, città, crisi, sopravvivenza, resistenza, donne, sfida, avventura, deserto, verità, morte, ricerca, convivenza, personaggio, famiglia. Sono le prime parole chiave che mi sono venute in mente scorrendo gli intrecci dei venti lungometraggi in concorso a questa Mostra di Venezia numero settanta che apre i battenti oggi. Si tratta di storie estreme, perlopiù tarate sul presente, in un contesto urbano segnato dalla violenza, le cui vittime e i cui carnefici fanno parte del medesimo asfittico e apparentemente tranquillo contesto familiare.

La selezione curata da Alberto Barbera porta sul Lido nomi riconoscibili e star, in film perlopiù programmati fuori concorso ma scommette anche su cineasti e storie scomode, puntando su territori poco esplorati storicamente dalla Mostra, dal documentario all’animazione, e riassestando la programmazione su una formula agile e funzionale. All’interno di una visione tutto sommato non troppo euro e americanocentrica, trovano spazio anche segni e storie che ci rinviano alle culture cinematografiche panafricane e afrodiscendenti. A partire dal concorso, dove il veterano Merzak Allouache (69 enne di Algeri, più di venti titoli alle spalle ma alla sua prima competizione in un festival di serie a) con Es-stouh/Les Terrasses ci racconta cos’è rimasto di uno dei luoghi simbolo della sua città, tradizionalmente chiuso/aperto, attraversato nel suo essere territorio di frontiera da donne ed uomini in cerca di maggiore libertà.

In Orizzonti, segnalata la presenza in giuria dell’attore egiziano Amr Waked (Il padre e lo straniero, Al mosafer), unico cineasta arabo e africano cui siano state affidate le palette coi voti, c’è attesa per La prima neve, opera seconda di Andrea Segre che torna, come in Io sono Li, a raccontare una storia di amicizia e convivenza possibili in un contesto di provincia (qui la trentina Val dei Mocheni), facendo incrociare le sorti di un migrante togolese in fuga dalla guerra civile libica e di un ragazzino segnato dalla perdita del padre e da un rapporto difficile con la madre. Nei panni del giovane rifugiato, il franco-togolese Jean Christophe Folly, al suo primo ruolo in Italia, ma con una formazione accademica di tutto rispetto alle spalle e diversi secondi ruoli di rilievo, sotto la direzione di autori come Claire Denis (35 Rhums), Costa Gavras (Verso l’Eden) e Alain Resnais (Vous n’avez encore rien vu). E a proposito di talenti afrodiscendenti, varrà comunque la pena andarsi a vedere l’opera prima di Enrico Maria Artale, Il terzo tempo, ambientata nel mondo del rugby, se non altro per ritrovare, dopo Et in terra pax, Germano Gentile, diplomato come Artale al Centro Sperimentale di Cinematografia e già nel cast del suo premiato corto Il respiro dell’arco. Corto per corto, come perdersi Minesh di Shalin Sirkar, sulla carta una tranche de vie dagli umori desichiani sulle tracce di un ragazzino in fuga dalla famiglia in crisi nel Sudafrica in oggi?

In Venezia Classici, riflettori inevitabilmente puntati su Profezia, l’Africa di Pasolini, curato da Gianni Borgna e supervisionato da Enrico Menduni, una produzione Cinecittà Luce che verrà distribuito anche in sala e dovrebbe restituire, nella sua irriducibile ambiguità, l’immaginario sull’Africa del cineasta, del letterato, del polemista Pasolini, cogliendone tanto i tratti visionari e profetici, appunto, quanto quelli ascrivibili a un retaggio tardocoloniale maldigerito. Ma che forse, piuttosto, sviluppando la suggestione di Claudio Giovannesi, si attarderà sulle visioni del poeta di Alì ha gli occhi azzurri.
E dal Marocco, assai amato e frequentato da Pasolini, arriva l’esordio alla regia di un altro transfuga della pagina scritta, Abdellah Taïa, coprodotto da Nabil Ayouch: L’Armée du salut, tratto dal suo romanzo autobiografico omonimo, racconta le vicende di un ragazzo di vita, dalla scoperta dell’omosessualità fino all’approdo a Ginevra.
Di una lotta per la difesa della propria dignità, in un contesto sociale che emargina i portatori di diversità, parlerà anche White Shadow, girato in Tanzania, con fondi tedeschi e italiani, dal filmaker tedesco Noaz Deshe: qui a tenere alta la testa è Alias, un giovane albino che cerca di sopravvivere nelle strade della capitale. Entrambi i titoli sono programmati dalla Settimana della Critica.

La sezione più curiosa di cose paesaggi e storie panafricane rimane tuttavia Venice Days.
Si spazia dall’Italia multiculturale e postcoloniale di Daniele Gaglianone (La mia classe), al Quebec intergenerazionale e interrazziale di Bruce LaBruce (Gerontophilia), dal Marocco punk rock di Sean Gullette (Traitors) alla New York dei tornei di basket scolastici (Lenny Cooke). Se Gaglianone fa saltare quarte pareti e frontiere di genere nel palcoscenico di una scuola d’italiano per stranieri, complice Valerio Mastandrea, LaBruce sceglie un maturo interprete nero di robusta formazione teatrale (Walter Borden) per raccontare l’amicizia dell’ospite di un gerontocomio con un giovane assistente sociale. Gullette, indy americano collaboratore di Aronosvky, pedina la leader di una band pronta pur di affermarsi anche ad attraversare l’Atlante con un carico di droga; i fratelli Benny e Josh Safdie, giovani di belle speranze già coccolati dal Sundance e dal Tribeca, si attardano sul caso emblematico di un talento nero del basket stritolato dal sistema.
A margine, spazio anche a chi il Sundance lo ha vinto (prima regista nera a portarsi a casa la statuetta della migliore regia), come la californiana Ava DuVernay, di cui verrà presentato il corto The Door, in apertura di programmazione. La menzione finale però, va riservata a Venezia salva, film in costume tratto da un romanzo di Simone Weil: da consigliare a occhi chiusi/aperti, non foss’altro perché il suo bianco e nero/colore è firmato dal magico DOP Tarek Ben Abdallah.

Ma quest’anno al Lido di Venezia il cinema africano è anche, finalmente, un cantiere aperto all’interesse degli addetti ai lavori, grazie al progetto Final Cut, realizzato in collaborazione con il Festival di Amiens e il FIFF di Fribourg, con la supervisione di Alessandra Speciale del FCAAAL di Milano: il 31 agosto verranno infatti presentati quattro progetti di lungometraggi, a uno stadio avanzato di produzione, diretti da altrettanti registi provenienti da Egitto, Madagascar, Sudafrica e Tunisia, dando loro la possibilità di competere per una serie di premi in servizi (assicurati finora da prestatori francesi e svizzeri: laboratori e festival italiani, battete un colpo) e di incontrare produttori e buyers accreditati alla sezione Industry.
Sulla carta, facile pronosticare successi per El Ott/The Cat, action-thriller sociale di ambientazione cairota, diretto dal pluripremiato regista Ibrahim El-Batout (lo scorso anno a Venice Days con El sheita elli fat/Winter of Discontent) e prodotto dal già citato Amr Waked.
Se ci sono progetti in fieri, la Mostra ne presenterà in pompa magna ben tre appena cotti e confezionati, grazie al progetto Biennale College-Cinema. Fra questi, da non perdere Memphis di Tim Sutton, protagonista la star emergente del soul Willis Earl Beal, disponibile in streaming (altra novità di quest’anno, mica male) per 24 ore a partire da venerdì 30 agosto.

Ah, dimenticavo. Non mancherà la consueta serata di beneficenza all’Hotel Excelsior, gentilmente offerta da Jaeger-LeCoultre: quest’anno di scena è la Sierra Leone e il centro chirurgico e pediatrico di Emergency a Goderich. Fra vip e starlette, i fotografi andranno a caccia dell’africano George Clooney, che giocherà in casa dopo aver contribuito a rilanciare un profilo social per la Nestlé (per carità, nessun paragone: Gino Strada santo subito), facendo promuovere dalla discussa multinazionale svizzera un progetto di sviluppo in Sud Sudan. Non sia mai, sentendo parlare di Africa o vedendo la faccia di un bambino nero, qualcuno potrebbe dimenticarsi di tirare fuori lo smartphone per mandare il solito sms di un euro all’ong di turno.
Ma bando ai malumori e prepariamo ad accendere le candeline per i settant’anni della Mostra, pregustando i secondi di cinema che, all’interno del film collettivo Venezia 70 - Future Reloaded, hanno regalato alla kermesse veneziana anche Karim Aïnouz, John Akomfrah e Haile Gerima.

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