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FCAAAL 2014: Khalo Matabane, un film di idee

a cura di Leonardo De Franceschi

Incontro con Khalo Matabane, a proposito di "Nelson Mandela: the myth and me"

È domenica mattina, penultimo giorno del festival. Incontro Khalo Matabane all’interno dell’ufficio stampa, al terzo piano della Casa del pane. Ieri sera è passato il suo Nelson Mandela: the myth and me allo Spazio Oberdan, seguito da un breve q&a col pubblico. L’accoglienza è stata buona ma probabilmente il regista si aspettava una risposta emotiva diversa. Forse, come osservava Alessandra Speciale a fine serata, noi italiani siamo troppo disincantati, troppo abituati a vedere i limiti dei nostri leader politici. Prima di iniziare, si intrattiene qualche minuto al computer per vedere i risultati delle elezioni politiche in Sudafrica, ma si dimostra molto attento e disponibile a rispondere. Mi colpisce un certo contrasto fra il suo sguardo limpido, con un espressione quasi infantile, e la precisione delle risposte.

Ieri sera hai raccontato di aver avuto l’ispirazione del tuo film in Spagna. Puoi spiegare un po’ meglio qual’era il contesto e quanto ci è voluto per realizzarlo?
Ero a San Sebastian, al di fuori del festival, e ho incontrato un avvocato per i diritti umani. Parlando della situazione spagnola, mi ha detto che secondo lui ci sarebbe stato bisogno di un Nelson Mandela per unificare il paese. Questa visione dall’esterno di Mandela mi ha fatto venir voglia di riflettere su di lui. Era il 2010, in estate. Ci sono voluti due anni, tra l’idea, la ricerca dei soldi e la fine del film; è stato veloce.

Sei stato supportato da alcune agenzie pubbliche nazionali come il Department of Trade and Industry, la National Film and Video Foundation, la Gauteng Film Commission. Mi domando se tu abbia un po’ barato con loro circa la natura del tuo progetto o cosa? E al di là di questo, hai subito pressioni mentre stavi preparando o girando il film?
No. Dobbiamo mettere le cose nel loro contesto, il Sudafrica è un paese dove ti puoi esprimere liberamente. Siamo l’unico paese al mondo in cui ci sia una maggioranza di neri con un partito d’opposizione bianco. E questo partito è libero di fare campagna, eccetera. È un paese molto progressista per quanto riguarda la pena di morte, le questioni riguardanti gay e lesbiche. Mi sento libero di lavorare in Sudafrica, è l’unico paese dove il mio lavoro conti. Ci sono problemi? Sì, il mio documentario parla di questo. Non ho mai sentito pressioni. Certo, c’è stata un po’ di apprensione sull’opportunità di proiettarlo finora, e quindi il film non è stato ancora mai mostrato in Sudafrica, ma non mi aspetto una campagna contro il documentario. Le persone che seguono la politica potranno forse criticarlo ma fa parte del gioco; non puoi pensare di fare delle critiche a Nelson Mandela e che la gente rimanga indifferente. Anche in Europa ho ricevuto risposte negative.

La prima mondiale del film è stata all’International Documentary Film Festival di Amsterdam, era novembre 2013 e Mandela era ancora vivo. Il film ha avuto il premio speciale della giuria e pochi giorni dopo, il 5 novembre, è arrivata la notizia della morte. Ieri sera commentavamo tra amici critici il tuo coraggio nell’affrontare il mito Mandela con lui in quelle condizioni critiche. A parte il cambio del titolo, mi domando come tu abbia reagito alla sua morte, se tu abbia considerato l’idea di rimettere mano al film e aggiungere magari qualcosa, dopo i funerali di stato e tutto quel che ne è seguito.
No, molto semplicemente. Perché il documentario esprime una posizione filosofica su di lui. Io mi sono preoccupato soprattutto di avere chiare le idee su cosa volevo filmare e cosa no. Ho avuto questo genere di preoccupazioni, ma le sue condizioni e la morte non mi hanno influenzato, perché non ho avuto intenzione di attaccarlo personalmente, la mia è stata una presa di posizione politica, intellettuale, e quindi non ci si deve aspettare che rispecchi in modo accurato le cose. Non presenta una documentazione completa su di lui, esprime il mio punto di vista. Non mi sono mai sentito in colpa o a disagio nel fare il film, perché la cosa più importante per me è stato cercare di essere onesto con me stesso e sento di esserlo stato.

C’è stato qualcosa che ti ha colpito particolarmente circa la sua morte, come è stata accolta, i funerali, ecc.? È andato tutto come ti aspettavi?
Non ho pensato alla sua morte, non ero ossessionato da Nelson Mandela, volevo fare un film su alcune idee, Mandela era per me un veicolo per esplorare delle idee, ecco perché ho inserito questi cartelli (perdono, riconciliazione, libertà).

Sono sempre stato colpito dall’enfasi con cui si tende a sottolineare la scelta non violenta di Mandela come leader dell’ANC ai tempi della sua detenzione, dimenticando come tutto sommato il movimento avesse un braccio armato già dal 1961. Lasciando stare la definizione di terrorista che per anni gli è stata data negli Stati Uniti, pensi che questa enfasi sulla non violenza non corra il rischio di sminuire la portata della sua azione militante?
Bisogna mettere tutto nel contesto, si può militare contro il colonialismo, contro l’apartheid, ecc., ma per quanto riguarda la stessa militanza di Mandela, io non penso che fosse abbastanza forte. Persino negli anni Ottanta, quando la polizia occupava le township e i giovani si ribellavano e prendevano le armi, la risposta non è stata paragonabile a quella di altri movimenti nel passato. Mandela non si è comportato come Castro o Che Guevara ed ecco perché parte dell’Occidente ha guardato con simpatia alla causa dell’ANC. Basta pensare all’atteggiamento internazionale che c’è nei confronti dei palestinesi, non c’è confronto. Non sto dicendo che tutti sostenessero l’ANC, ma di fatto era percepita non tanto come un’organizzazione militare, ma piuttosto morale, ideologica. Io ho posto questa questione al Dalai Lama: non immagina mai di poter rivoltarsi militarmente contro la Cina, per esempio? Mi ha risposto di no. Io personalmente, per quanto ammiri la non violenza, la riconciliazione, il perdono, non ci credo. Assolutamente. Penso che quando un popolo è oppresso, prima di tutto deve liberarsi, in qualsiasi modo. Non parlo di situazioni tipo Boko Haram. Parlo di un senso di libertà fondato sul piano ideologico, come la lotta contro l’apartheid. Penso fosse legittimo rivoltarsi in ogni modo in Sudafrica. È anzi bizzarro sia stato fatto così poco in termini militari. Il problema è che gente come F.W. de Klerk venga considerato ancora un eroe, si ha una grande stima sulla moralità di questi leader bianchi. Si tende ad enfatizzare la loro generosità, il fatto che ci abbiano restituito le terre, ma è proprio questo che ostacola una vera riconciliazione. Il Sudafrica si rappresenta come un paese senza vincitori né vinti, a causa del negoziato che ha avuto luogo e ha portato alla consegna del Nobel per la pace a Mandela e a de Clerk. Ma è stato completamente folle dare il Nobel insieme a Mandela e a de Clerk. Ci deve pure essere un momento in cui i bianchi sudafricani comincino ad assumere la consapevolezza e la responsabilità per quello che è successo e provino vergogna e senso di colpa. Ma non perché debbano redimersi o altro, semplicemente è importante sentano di aver fatto qualcosa di sbagliato. La ragione per cui c’è così tanta ineguaglianza e ingiustizia in Sudafrica è perché noi abbiamo beneficiato dell’apartheid, e una delle colpe politiche dell’ANC è del non aver spinto abbastanza perché i bianchi assumessero una posizione diversa, ammettessero di avere sbagliato.

Quindi pensi ci sia anche un problema di consapevolezza storica, la mancanza di una memoria storica comune su quello che ha rappresentato l’apartheid, nel senso che ognuno degli attori se lo racconta come più gli fa comodo.
Sì, il problema è che c’è un sentimento generalizzato di non volere essere vendicativi e questo rende tutto difficile. Io penso personalmente che tutto questo dovrebbe essere insegnato. Ma al di questo, penso personalmente che sia stato un errore non processare alcune persone del regime. Non per vendetta ma per giustizia. Quando non si prova vergogna si va in giro per le strade liberamente e le persone che sono state violentate, come la donna alla fine del film, Charity Khondile, continuano ad esserlo. Mandela ha perdonato, l’ANC ha potuto parlare di perdono perché c’era un consenso popolare, altrimenti non sarebbe stato possibile, ma il problema è: quale prezzo si è dovuto pagare per questo e chi paga il prezzo del perdono e della riconciliazione? Qualcuno lo paga.

In relazione a questo, è vero che tu poni una serie di domande e non dai risposte, però dai spazio a molti testimoni che di risposte ne danno e come, e anche severe. Penso ad alcuni attivisti come Nkwame Cedile e Pumla Gqola, e a Tariq Ali e Ariel Dorfman, che in sostanza contestano a Mandela di essersi arrogato il diritto divino di perdonare anche a nome del loro popolo. La domanda può suonare retorica: tu sei andato a parlare con queste persone perché volevi che un certo tipo di risposte venissero da terzi e non da te, oppure è successo tutto molto naturalmente?
È andata molto naturalmente. Volevo impostare la cosa da un punto di vista filosofico, far incontrare “Rashomon” di Kurosawa con un documentario di “talking heads” e “The Tree of Life” di Terrence Malick. Avevo questo riferimento oscuro a The Tree of Life che mi serviva per non stare troppo sulle testimonianze, non volevo buttarla sul complicato, ma lavorare sulla percezione dei diversi punti di vista, come in Kurosawa. Cosa è vero, cosa è la realtà, cosa è la memoria, come funziona?

Confesso di non aver visto State of Violence, mentre ricordo bene Conversations on a Sunday Afternoon e credo ci siano legami importanti tra questi due film. In entrambi i casi la struttura si regge sulla presenza di un personaggio-pivot di flâneur che va alla ricerca di una qualche verità, come un detective. La domanda è: questo film lo vivi come una parentesi nel tuo percorso d’autore oppure come una tappa pienamente coerente e in linea con i tuoi altri lavori?
Non ho mai pensato a connessioni tra questo film e altri. Non dico che non sia vero quello che dici, dico solo che non ci avevo mai pensato. Penso che “Conversations” fosse anche un’esplorazione fisica del paesaggio, mentre questa è stata per me più un’esplorazione filosofica e il paesaggio era meno importante per me.

Ricordo molto bene l’impatto che ebbe ai tempi su di me vedere Mandela nell’epilogo del biopic di Spike Lee su Malcolm X. Hai pensato di intervistarlo?
No, non ci ho pensato. Non ho mai approfondito la cosa. Del resto, non capisco bene quale connessione ci potesse essere tra Malcolm X e Mandela (ride).

Peraltro, hai deliberatamente ignorato di evocare il fatto che la vita di Mandela è stato oggetto di numerosi film di successo, prodotti ad Hollywood e non solo, come Mandela: Long Walk to Freedom, con Idris Elba…
Non ho nessun problema con quello che Hollywood dice su Nelson Mandela. Sta alla famiglia contestarlo se mai e la famiglia a quanto pare era stata coinvolta nel progetto di “Long Walk to Freedom” quindi chi sono io per prendere posizione su questo? A me interessava solo dire la mia su quello che ha rappresentato Nelson Mandela. Credo che ci sia una certa intolleranza in giro. Si pensa che debba esistere un’unica versione di tutto, compreso della vita di Nelson Mandela; io non pretendo di essere detentore della verità ultima su Nelson Mandela. Sembra che diversi membri della famiglia si siano commossi e abbiano pianto, il che vuol dire che questo film gli ha parlato ed è importante, forse guarderanno il mio film e non vi troveranno nulla di toccante.

Secondo te sarà mai possibile dare una visione più complessa di Mandela in un film di finzione, in grado di dar conto delle sue contraddizioni, senza limitarsi ad evocare l’aura del mito?
Ma perché Mandela non dovrebbe essere un mito? Ogni leader eroico è così, non puoi lottare contro un mito, puoi mostrarne solo le contraddizioni. Io non ho problemi su questo, sono andato avanti, sto lavorando su altri progetti, ho detto quello che volevo dire. Ci sono diverse visioni che circolano su Mandela, da parte della gente di destra, di sinistra, di Hollywood, di Oprah Winfrey, di Obama. Sono sicuro che anche i figli di Malcolm X abbiamo una visione di Mandela, io mi sono limitato a dare la mia. Non mi sento coinvolto in modo personale nella discussione su Mandela, sono distaccato. Per me è un film completamente filosofico. Non sono arrabbiato, o ossessionato, o convinto che sia stato mal interpretato, queste cose succedono nella storia.

A proposito di progetti futuri, ce ne puoi parlare un po’?
Al momento sto lavorando su un film di finzione e su due documentari. Il primo sarà tratto da un romanzo che si chiama “The Number”, scritto da Jonny Steinberg, un prison movie con sequenze fantastiche ambientato a Cape Town, di cui ho appena finito di scrivere la sceneggiatura; e poi due documentari, uno sull’attacco al mall che c’è stato di recente in Kenia, dal punto di vista di alcuni stranieri che si sono trovati coinvolti; e poi un altro sui figli di miti della rivoluzione come Che Guevara e Malcolm X, vorrei avere un ritratto intimo dei genitori, non a partire da aneddoti ma con l’idea di poter cogliere i demoni interiori di questi padri.

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