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Venezia 71. L'Africa fuori dalla coperta

di Leonardo De Franceschi

Note sul programma della 71a Mostra (27 agosto-6 settembre 2014)

Detta banalmente, questo articolo di presentazione della 71 Mostra di Venezia, potrebbe e forse dovrebbe essere ancora più breve. Il perché è presto detto. In tutte le sezioni, ufficiali e non, non c’è un, dicasi uno, titolo diretto da un regista africano o afrodiscendente. Diciamo subito al buon Haroun, che siede nella giuria di Orizzonti, che è inutile aggirarsi per le vie del lido sperando di incontrare colleghi, quest’anno non è aria. Cosa dobbiamo pensare? Semplicemente che non c’erano titoli su piazza da mostrare in anteprima? E il long feature documentary di Mariama e Kady Silla Une Single Parole, videoritratto della nonna griotte, e il post-apartheid thriller Impunity di Jyoti Mistry, che tra qualche giorno vengono presentati a Toronto, erano proprio da buttar via, tanto per dire? Come era successo di recente anche a Locarno, anche a Venezia l’unico cinema africano pervenuto è quello che figura nelle zona più nascosta della programmazione, contigua all’area industry, in cui vengono presentati i progetti sostenuti dal festival nell’ambito dell’inizitiva Final Cut in Venice, alla sua seconda edizione. Peraltro dei sei titoli proposti e in postproduzione, solo tre sono africani, quindi la coperta va restringendosi sempre più anche su quel versante.

Si tratta di tre progetti di documentari, provenienti da aree diverse per storia, cultura e tradizioni cinematografiche. Il più curioso e interessante viene da un paese solitamente fuori dal circuito dei network all news, il Madagascar, e che vanta una produzione piuttosto povera e invisibile: Tee Shirt Man percorre una tipica campagna elettorale africana (tema non nuovissimo), in cui i candidati si danno battaglia a suon di gadget e beni primari, dal punto di vista singolare di un giovane universitario, collezionatore di magliette; il regista, Tovoniaina Rasoanaivo, è diplomato in regia all’ESAV di Marrakech ed ha alle spalle già diversi doc. Promette anche l’egiziano I have a picture, opera di Mohamed Zedan, già assistente di Abdalla in Microphone, che promette di rivisitare alcune tappe della storia del cinema nazionale, dal punto di vista di professionalità solitamente poco valorizzate: la parola stavolta va infatti a Motawe’e Eweis e Kamal El-Homossany, rispettivamente comparsa e assistente alla regia. Più trendy e strutturato produttivamente appare Rollaball del sudafricano Eddie Edwards, incursione nel microcosmo dello skate soccer ghanese, una forma di calcetto per disabili affetti da poliomelite: una veloce occhiata al sito dà un’idea del taglio dell’operazione, in odore di postcolonial exoticism.

That’s all folks, verrebbe da dire e chiudere qui. Ma siccome la storia dei rapporti tra primo mondo e Africa e la linea del colore si insinuano anche nei plot dei film più disparati, spingiamoci oltre e tiriamo giù qualche nota, a beneficio degli accreditati e dei cinefili interessati alle storie d’Africa e diasporiche. La guerra d’Algeria, ad esempio, che quest’anno ricorre in ben due film. Incuriosisce ma insospettisce Loin des hommes, ambientato nell’Algeria del 1954, allo scoppio della guerra di liberazione (chissà poi perché la scheda ufficiale la definirà poi «guerra civile»…) e tratto da un racconto di Albert Camus, L’ospite, dalla raccolta L’esilio e il regno (1957): a lasciare un po’ così è la scelta di una star internazionale come Viggo Mortensen (ma c’è anche Reda Kateb…) e l’esplicito riferimento al western nelle note d’intenzioni del regista, qui all’opera seconda. Della sporca guerra di parla, perché da lì viene uno dei suoi personaggi, un disertore, in Les Nuits d’été di Mario Fanfani (Giornate degli autori), ambientato nella provincia francese del 1959, ma il plot sembra andare a parare da tutt’altra parte.

Gli attori, si diceva, meno male che ci sono loro – facce, corpi e storie familiari alle spalle di migrazioni – a ispirare i registi del primo mondo, aiutandoli a declinando in prospettive meno monocentriche e autorefenziali: penso a due nomi caldi dello star system franco-maghrebino come Roschdy Zem (protagonista del francese La Rançon de la gloire in concorso) e Tahar “il profeta” Rahim (che guida il cast di The cut, attesa rentrée di Fatih Akin, sempre in competizione). Ce ne abbiamo avuti e abbiamo anche noi, di attori e attrici afrodiscendenti di talento, esperienza e prospettiva, e la sezione retrospettiva di Venezia Classici può essere l’occasione, per chi non lo conoscesse, di avere un saggio delle doti attoriali di John Kitzmiller, ufficiale afroamericano dei buffalo soldiers di stanza in Italia nel dopoguerra e inventato attore da Luigi Zampa, qui in una delle sue prove più impegnative e convincenti, Senza pietà di Lattuada, anno 1948. E sempre a proposito di attori inventati, come non dare un’occhiata a Five Star di Keith Miller (Giornate degli autori), una storia indie di paternità putativa e coming of age nel contesto duro delle gang di Brooklyn che il regista ha affidato al newcomer James “Primo” Grant, che quella vita di strada ha fatto fino a poco tempo fa? Questo è tutto, sperando di andare verso tempi migliori per l’Africa, i suoi cineasti e le sue storie.

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