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Ricordando Omar Sharif (1932-2015)

di Leonardo De Franceschi

La scomparsa dell'ultima star di Hollywood sul Nilo

La notizia della scomparsa di Omar Sharif, alias Michel Dimitri Chalhoub (1932-2015), ha unito idealmente nord e sud, mondo arabo e occidente, resuscitando la memoria di un’età dell’oro del cinema in cui potevano bastare charme, talento, versatilità uno o due ruoli importanti per assicurarsi uno status divistico transnazionale. Sharif, il cui ultimo ruolo è stato in un film franco-marocchino, Rock the Casbah (2013), diretto dalla regista Laïla Marrakchi, era malato di Alzheimer da tre anni, come aveva rivelato il figlio Tarek a maggio. I suoi funerali, celebrati al Cairo nella moschea Mushir Tantawi domenica 12 luglio, si sono svolti alla presenza di un nutrito pubblico fra cui spiccavano attori e registi egiziani come Gamil Ratib.

Enfant gaté del cinema hollywoodiano e internazionale, Sharif ha visto la propria carriera subire un’impennata travolgente quando ebbe la possibilità di interpretare Sherif Ali, il leader della rivolta araba anti-Ottomana di Lawrence d’Arabia (David Lean, 1962). Fu scelto per sostituire un altro attore, lui che aveva già stregato le platee panarabe con alcuni epici film d’azione e melodrammi diretti dai registi di punta del cinema egiziano della Golden Age, Youssef Chahine, Henri Barakat, Salah Abu Seif, come protagonista di un piccolo gioiello restaurato a Cannes nel 2013, I giorni dell’amore (Jacques Baratier, 1958) e sposandosi nel 1955 con la "fidanzata d’Egitto", Faten Hamama (1931-2015), per la quale si era convertito, prendendo il nome internazionalmente noto di Omar Sharif.

Premiato con una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista e da un Golden Globe, il ruolo in Lawrence d’Arabia avrebbe segnato l’inizio di una lunga e travolgente carriera, pur non priva di passaggi a vuoto, durata oltre sessant’anni. Nato e cresciuto nella cosmopolita Alessandra, da una famiglia agiata di origini siro-libanesi e confessione cristiana, allevato da una madre decisa, amante delle carte e amica personale del re Farouk, il giovanissimo Michel fu costretto proprio dalla madre, preoccupata dalla sua voracità infantile, ad iscriversi ad una scuola con internato inglese; lavora poi qualche tempo nell’impresa familiare (un’industria di legname) e parte a Londra all’inizio degli anni Cinquanta per studiare alla Royal Academy of Dramatic Art. Rientra al Cairo nel 1954 dove fa la conoscenza di Chahine, allora giovane e brillante regista di 28 anni, in un sala da tè (così nel 2004 ricordò l’incontro Chahine: “Era bello da morire, fu incredibile imbattersi su un ragazzo così”). Dopo alcuni grandi ruoli assieme, i due avrebbero rotto: Chahine gli rimproverava, pare, la sua proverbiale pigrizia.

Unico divo del mondo arabo ad essere accolto ad Hollywood e dal jet set internazionale, in virtù di un aspetto e di un fascino mediterraneo che avrebbero avuto una nuova consacrazione nel ruolo di Yuri ne Il dottor Zivago (David Lean, 1965), Sharif dopo il successo di Lawrence d’Arabia si era lasciato alle spalle l’Egitto di Nasser, Fatin Hamama, per abbracciare la Columbia in un contratto di sette anni. La sua versatilità lo portò ad interpretare un giovane Che Guevara (Che!, Richard Fleischer, 1969), l’archiduca Rodolfo d’Asburgo (Mayerling, Terence Young, 1968) e un ebreo filo-israeliano della diaspora (Funny Girl, William Wyler, 1968), il che, in piena Guerra dei Sei Giorni, gli fu rimproverato per anni dalla stampa egiziana. Seguirono anni di declino, in cui l’attore cominciò ad accettare ruoli in film sempre meno significativi, per non rinunciare a una lussuosa routine che lo vide fino agli ultimi anni vivere fra due stanze d’albergo, una al Cairo d’inverno e una a Parigi d’estate, e dividendosi fra lavoro e le sue due grandi passioni, le corse dei cavalli e le sale da giochi.

Sharif amava, ricambiato, anche l’Italia, dove recitò in nove film, coproduzioni comprese, fra cui fa spicco un film in costume girato da Francesco Rosi nel 1967, C’era una volta..., con Sophia Loren come partner di lusso. Dopo anni di appannamento, era tornato in auge nel 2003 come protagonista di un dramma intimista, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (François Dupeyron, 2003), in cui interpretava un negoziante turco che si lega d’amicizia con un ragazzo ebreo, in un ruolo che gli valse un Prix César come miglior attore, e aveva riconquistato anche le platee nazionali con il blockbuster Hassan wa Morcus (Ramy Imam, 2008), in cui recitava accanto all’altra superstar egiziana Adel Emam, nel ruolo di un prete cattolico che, perseguitato dall’ala estremista del suo entourage, entra in un programma di protezione governativo che lo costringe a farsi passare per un imam, mentre ad Emam accade l’esatto opposto. Dopo il 2009, che lo vide protagonista anche dell’opera prima Al Mosafer di Ahmed Maher, presentata in concorso alla Mostra di Venezia, e fotografata da Marco Onorato, le sue apparizioni si erano fatte sempre più rare.

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