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Festival di Locarno: Open Doors e dintorni

di Maria Coletti

68ma edizione, 5-15 agosto 2015

Inizia oggi la 68ma edizione del Locarno Film Festival (5-15 agosto 2015), storico appuntamento per cinefili, studiosi e professionisti da tutto il mondo: come ogni anno, infatti, la sezione Open Doors è dedicata alle cinematografie dal Sud e dall’Oriente, per approfondire ogni volta una differente area geografica e culturale meno presente nei festival e nella distribuzione mainstream.

Con il sostegno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) del Dipartimento federale degli affari esteri, Open Doors vuole sostenere e mettere in luce i registi e i produttori di una regione del Sud e dell’Est del mondo, il cui cinema indipendente è fragile, aiutandoli a trovare dei partner di coproduzione per i loro nuovi progetti. Open Doors offre ai professionisti della regione prescelta l’opportunità di entrare in contatto con potenziali partner, principalmente europei, al fine di incoraggiare il finanziamento dei loro progetti, che sarebbero altrimenti difficili da realizzare. Ogni anno il Festival seleziona una dozzina di nuovi progetti della regione scelta. A conclusione del laboratorio, saranno conferiti diversi premi che garantiranno un sostegno nello sviluppo o nella produzione dei film.

Quest’anno, per la seconda volta dal 2005, Open Doors ospita le produzioni cinematografiche più recenti del Maghreb, presentando film dal Marocco, dall’Algeria, dalla Tunisia e dalla Libia.

Dal Marocco viene il film della regista Leïla Kilani, Sur la planche (2011), apprezzato in numerosi festival internazionali fra cui Cannes e Taormina, noir metropolitano girato a Tangeri: una storia di cronaca nera con quattro giovani non professioniste, ambientata nella Tangeri portuale, tra locali notturni e i capannoni industriali asettici della Zone Franche, praticamente un pezzo d’Europa in terra marocchina.

Dalla Tunisia post primavera araba arriva invece Horra di Moez Kamoun (2014), la storia di un giovane di una famiglia agiata, che, dopo la morte del padre, riprende i contatti con la madre, una militante comunista, e insieme si scopre attratto da una donna matura, madre di famiglia e vittima di violenze coniugali.

Ben quattro sono invece i film algerini presentati nella sezione Open Doors, prodotti fra il 2008 e il 2015, a testimoniare la vivacità delle vecchie e nuove generazioni, dal maestro Merzak Allouache ai più giovani Malek Bensmaïl, Rabah Ameur-Zaïmeche e Tariq Teguia.

Con Les Terrasses (2013), presentato alla Mostra di Venezia, Allouache mette al centro del suo film le terrazze di Algeri, luoghi in alto dai quali si domina la città, il suo panorama eterogeneo, che mescola antico e moderno, la tradizione e il nuovo, la casbah e i quartieri più ricchi della città; luoghi in alto, al riparo dagli sguardi dei passanti e della gente comune, dove il regista fa accadere storie uniche, ma trattate con un tono quotidiano.

Dopo tre lungometraggi ambientati nell’Algeria contemporanea (Dernier Maquis, Bled Number One, Wesh wesh, qu’est-ce qui se passe?), in Histoire de Judas (2015) il regista Rabah Ameur-Zaïmeche si rivolge alla parabola di Gesù, forse sempre per interpretare le contraddizioni del presente: dopo un lungo digiuno, Gesù ritrova la sua comunità e, preso di mira dai sacerdoti e dalle autorità romane, affida un ultimo incarico al suo discepolo Giuda.

Molto interessante e sperimentale è il film di Tariq Teguia, regista che ha debuttato al Festival di Roma con Rome plutôt que vous (2006), e che conferma in Gabbla (2008) il suo talento visionario e il dono per una narrazione ellittica e stilisticamente eclettica. Nel film, Malek, dipendente di un’impresa edile, viene mandato in mezzo al deserto per fare dei rilevamenti nei pressi di un piccolo villaggio allo scopo di ricostruirne la rete elettrica. Nel corso dei lavori, l’arrivo di alcuni viandanti provenienti dall’Africa Centrale e diretti in Europa scuote la quotidianità dell’équipe. In particolare, Malek conosce una ragazza, anch’ella diretta in Europa, e decide di abbandonare il suo lavoro senza riferire nulla al capo che, da giorni non ha sue notizie, per aiutarla a raggiungere la sua meta.

Nel documentario La Chine est encore loin (2009) il regista Malek Bensmaïl intreccia passato e presente dell’Algeria, filmando gli abitanti, la scuola e i bambini del piccolo villaggio di Ghassira, al ritmo delle stagioni: non un villaggio qualunque, certo, ma il villaggio chaoui dove il 1 novembre 1954 è iniziata la guerra civile che avrebbe portato, sette anni dopo, alla liberazione dell’Algeria dal colonialismo francese.

E ben dentro il presente politico e sociale algerino Bensmaïl continua a parlare di lotte e di resistenze in Contre-pouvoirs (2015), presentato invece nella sezione Fuori Concorso del Festival di Locarno: il regista piazza la sua camera nella redazione del quotidiano indipendente El Watan (all’interno della Maison de la Presse, in attesa di traslocare in una nuova sede), proprio mentre si svolge la campagna elettorale del presidente Abdelaziz Bouteflika, che spera di ottenere il suo quarto mandato presidenziale.

Per quanto riguarda la sezione Open Doors, da segnalare anche i numerosi cortometraggi maghrebini presentati.

Dall’Algeria arrivano Tarzan, Don Quichotte et nous (2013) di Hassen Ferhani e Retour, vers un point d’équilibre di Nadia Chouïeb. Dal Marocco invece sono stai selezionati tre corti: En dehors de la ville e 2=1=0 di Rim Mejdi e La Fièvre di Safia Benhaim.

A completare la vetrina maghrebina di Open Doors, anche una ricca selezione di cortometraggi dalla Libia: Mission Impossible di Najmi Own, Dead End di Ahmed Aboub, Drifting di Samer S. Omar, Land of Men di Kelly Ali, The Sandwich Maker di Samer S. Omar, The Mosque di Farag Al-Sharif, The Runner di Mohannad Eissa, The Secret Room di Ibrahim Y. Shebani, Graffiti di Anas El Gomati e Ibrahim El Mayet, 80 di Muhannad Lamin.

Titoli interessanti sul versante afrodiscendente sono anche in altre sezioni del Festival di Locarno, a cominciare dallo spazio dedicato alla Semaine de la critique, dove segnaliamo due interessanti documentari: My Name is Gary (2015) di Blandine Huk e Frédéric Cousseau, il ritratto della “città fantasma” di Gary sulle sponde del lago Michigan nell’Indiana, divenuta da capitale dell’acciaio a città per soli neri, dopo la fuga dei bianchi; e Lampedusa in Winter (2015) di Jakob Brossmann, dove l’isola dei rifugiati, come viene chiamata, lotta fra crisi, abbandono e solidarietà.

Nel Concorso Internazionale del Festival è da tener d’occhio anche The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers di Ben Rivers (2015), in cui il Marocco è lo sfondo esotico e cinematografico per il viaggio allucinato e autoriflessivo di un regista sulle orme di Paul Bowles.

Infine, nella sezione Histoire(s) du cinéma: Excellence Award Moët & Chandon Edward Norton, un flashback dedicato al regista afroamericano per eccellenza, Spike Lee e al suo capolavoro del 2002, 25th Hour, una riflessione intima e profonda sulle ferite americane post 11 settembre.

Per il programma integrale, rimandiamo al sito del festival:
http://www.pardolive.ch/it/pardo/festival-del-film-locarno/home.html?vid=

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