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Anna & Yusef. Un amore senza confini

di Cinzia TH Torrini

Niente gelsomini per Anna, o la primavera araba come fait divers

Scriviamo queste note con la consapevolezza di essere fuori tempo massimo, soprattutto a considerare le logiche editoriali di una testata online e quelle di una produzione destinata allo schermo televisivo (che, pure, può essere recuperata sul minisito Rai). Tuttavia, ci troviamo davanti alla prima di varie, fra serie e miniserie di produzione Rai, che in questa stagione appena iniziata affronteranno i temi dell’immigrazione e del multiculturalismo, anzi a un film in due parti che di fatto ha aperto ufficialmente la stagione delle fiction Rai, andando in onda lunedì 7 e martedì 8 settembre su Rai Uno. Dal punto di vista dell’audience, i risultati sono stati buoni ma non all’altezza delle aspettative, per questo social drama diretto da Cinzia TH Torrini, che ha portato a casa 4 milioni e 68 mila telespettatori (share 17.80) per la prima parte e 4 milioni e 871 mila (share 20.81) per la seconda: la sfida della serata è stata vinta nettamente in ambedue le serate ma a quanto pare i vertici di viale Mazzini si aspettavano una risposta intorno ai 6 milioni, in linea con quanto riscosso lo scorso anno dalla serie Un’altra vita, diretta sempre da Torrini e interpretata, come Anna & Yusef, da Vanessa Incontrada.

Il film, girato fra Italia e Tunisia nell’agosto e settembre 2014, e descritto dalla regista come “un ‘Romeo e Giulietta’ dei giorni nostri”, vede come protagonisti un uomo e una donna sulla trentina, la bionda, italiana, Anna e il bruno, tunisino espatriato, Yusef, che vivono e si amano a Trento. Anna, fisioterapista, viene da una famiglia della media borghesia cittadina, che ha accolto, specie la madre, con una certa diffidenza, la sua passione per Yusef (Adel Bencherif), nonostante lei venga da un matrimonio fallito e il loro rapporto sia stato cementato dalla nascita di una bambina di sette anni, Nadira (Elettra Rossiello). Figurarsi quando i genitori apprendono, durante la festa di laurea che incorona il raggiungimento per Yusef della laurea in ingegneria, che il divorzio tanto atteso da Anna è stato notificato e quindi i due potranno finalmente sposarsi. Ma dall’euforia si precipita rapidamente nell’angoscia, quando, grazie alla segnalazione alla polizia di un vicino di casa malevolo, Yusef viene portato in questura e gli viene consegnato un decreto di espulsione, a causa di un suo presunto coinvolgimento nella camorra, contestatogli in relazione a un fermo avvenuto negli anni in cui viveva senza documenti a Milano.

Costretto suo malgrado a rientrare a Tunisi all’inizio del 2011, Yusef si ritrova a fare i conti con la propria famiglia, che appartiene al ceto imprenditoriale alleato con il regime ventennale di Ben Ali, proprio nei giorni in cui le strade di Tunisi sono invase da dimostrazioni. Il padre Samir (Ali Bennour, qui Bennoor), in particolare, non gli ha mai perdonato la sua partenza, compiuta per inseguire il sogno di costruirsi una vita in autonomia, mettendo a rischio il suo progetto di affidargli la direzione dell’azienda di famiglia. La madre Aziza (Rabiaa Ben Abdallah), tradizionalista, vede di pessimo occhio la scelta del figlio di unirsi a una donna italiana. per giunta già sposata. Yusef rientra peraltro pochi giorni dopo il ritorno a Tunisi della sorella minore Aicha (Desiree Noferini), studentessa vicina ai giovani dimostranti, e poco prima del matrimonio della sorella maggiore Fatma (Souhir Ben Amara), che sta per unirsi con Habib (Zied Touati), losco manager interessato a rilevare l’azienda e coinvolto, si scoprirà, nello sfruttamento di manodopera immigrata.

Dopo aver tentato inutilmente di convincere una ex di Yusef, Yasmina (Daphne Di Cinto), a scagionare il suo compagno dalle accuse di associazione mafiosa, Anna decide di scendere insieme a Nadira a Tunisi, per rimanere vicina a Yusef. Si trova però subito davanti all’atteggiamento ambiguo della famiglia del giovane e rimane scioccata da una dimostrazione in centro nel corso della quale rischia di perdere Nadira e fa la conoscenza di Karima (Awa Ly), una profuga subsahariana in fuga verso l’Europa. La riaccesa relazione conflittuale col padre e l’ostilità materna nei confronti di Anna portano i due a un momento di crisi. Ossessionato dall’idea di essere scagionato e rientrare in Italia, Yusef arriva a rivolgersi a un suo vecchio amico nei servizi segreti, Chadi (Khaled Houissa), pur di rintracciare il connazionale effettivamente coinvolto nella camorra e con cui è stato scambiato dalla questura ma la rivoluzione è alle porte e Anna si trova a prendere una decisione drammatica che mette a rischio l’incolumità sua e di Nadira.

Anna e Yusef è stato trasmesso in prima visione in un momento di dibattito forte intorno ai temi dell’immigrazione, per le conseguenze della crisi umanitaria in atto su vari scacchieri - Siria, Libia, Eritrea, solo per citarne alcuni - che sta riversando in Europa decine di migliaia di profughi, e davanti alla quale i vertici di Bruxelles e dei paesi del vecchio continente stanno reagendo con un mix micidiale di opportunismo, populismo e impreparazione. La miniserie, rileggendo il topos dell’amore contrastato in chiave interculturale, e facendo leva sull’immagine emblematica del ponte progettato da Yusef - ad essere ripreso nel finale è l’avveniristico ponte costruito sull’Adige, in località Nomi (TN) - si presenta con un’agenda ispirata all’accoglienza e al dialogo interculturale. Non stupisce quindi che sia stata accolta dalla stampa più in sintonia col fronte fascio-leghista come un saggio di "indottrinamento multietnico", o "uno spot all’invasione" che sembra scritto dalla Boldrini.

Paradossalmente, questo tipo di reazioni, largamente prevedibili, e la risposta tiepida del pubblico, anch’essa, a ben vedere, prevedibile, rende ancora più incomprensibili alcune scelte di fondo compiute dal peraltro nutrito cast di sceneggiatori (Maura Nucciatelli, Nicola Cometti e Urbano Lione, insieme alla Torrini), a partire dalla scelta, assai infelice, di strutturare il racconto attorno alla sequenza-cornice che vede protagoniste Anna e Nadira, confuse insieme a Karima in un barcone di disperati in fuga verso le coste siciliane, sulla base di un evento reale, avvenuto all’indomani della rivoluzione tunisina, che avrebbe toccato e ispirato la produttrice Paola Lucisano dell’IIF. La miniserie mette insieme, sia pure sulla base di un’approccio soi disant multiculturalista, temi connessi ma distinti come i matrimoni misti, il dialogo interculturale, la condizione dei migranti, la piaga del caporalato e le primavere arabe, tradendo in modo flagrante la pretesa, evocata esplicitamente dalla direttrice di Rai Fiction Tinny Andreatta, di non fare delle semplificazioni.

Alla base di tutto c’è un regime di rappresentazione essenzialista, ispirato a una visione razzializzante delle culture, che vengono presentate come contenitori di identità assolute e metastoriche. Il cast segue in modo ferreo le logiche del typecasting: Anna, in quanto italiana e occidentale, non può che essere interpretata da un’attrice mediterranea ma caucasica e bionda come Vanessa Incontrada, mentre Yusef, in quanto tunisino, o meglio in quanto arabo e musulmano, ha il viso, bruno e incorniciato da una sottile barba d’ordinanza, di un attore di seconda generazione, Adel Bencherif, nato a Grenoble ma di origini tunisine, interprete di film francesi importanti come Il profeta e Samba e prossimamente coinvolto in Spectre. La bianchezza e la biondezza dell’italiana vengono costantemente evocate nel film, soprattutto nelle scene che mettono a confronto Anna con la famiglia di Yusef, espressione di un paese in cui è notoriamente impossibile incontrare individui dalla pelle chiara e magari biondi e con gli occhi azzurri. Il personaggio, assai ambiguo, di Habib, è interpretato, casi della vita, da un attore dalla pigmentazione scura, più dello stesso Yusef, il cui fenotipo viene pure, con una costanza che (non) sorprendono, enfatizzato in modo sospetto in vari articoli di presentazione della miniserie. E sì che proprio Anna rinfaccia al commissario che i suoi uomini non capiscono più niente “quando vedono una persona di un’altra razza”.

La rappresentazione delle due microcomunità, familiare e amicale, di riferimento, tende ad enfatizzare la voce di figure arroccate in un atteggiamento di chiusura e diffidenza, come le due madri. I riferimenti alla religione, completamente assenti per la parte italiana (Anna è divorziata e vuole risposarsi con rito civile), vengono immancabilmente dalla controparte araba, sia pure messi in relazione più con un tradizionalismo di matrice culturale che con una osservanza rigorista. Ma in questa specie di gioco dell’oca, dove tutte le tappe del migrante-tipo vengono necessariamente ripercorse o evocate, a mostrare più il segno di un impianto ideologico teso a blandire l’immaginario dominante sono il capitolo dedicato a Castel Volturno e in più in generale al caporalato e quello che chiama in causa la “rivoluzione dei gelsomini”, per dirla nelle parole stesse della regista, per tacere della parte che ruota intorno a Karima e ai profughi irregolari in partenza per l’Europa.

Sul primo versante, il caseggiato occupato dai migranti irregolari viene descritto come una specie di girone infernale, insicuro, sovrappopolato, sporco, da cui è assente ogni forma di solidarietà che non sia in saldo di favori passati (mi riferisco al personaggio di Tahir, interpretato da Mohamed Zouaoui, qui accreditato come Zouavi). L’intero blocco costruito sul personaggio di Abdelkader, funzionale in teoria all’evocazione del tema del caporalato nelle campagne del napoletano e più in generale del sud, viene trattato alla stregua di un bozzetto risibile nella sua approssimazione e inverosimiglianza. Risulta se possibile ancora più fastidioso lo sguardo ideologicamente reazionario che la fiction presenta sulla rivoluzione tunisina, non solo perché la famiglia di Yusef è espressione di una borghesia corrotta e collusa col regime, ma in quanto la figurina di Aicha (benché interpretata con freschezza e brio da Noferini) risulta del tutto inadeguata a dar conto delle ragioni dei dimostranti e risulta grottesca mente incomprensibile la sufficienza con cui lo stesso Yusuf giudica le dimostrazioni in atto (“se manifestano avranno le loro buone ragioni”), come se il giovane fosse rimasto lontano dalla Tunisia non sette ma ventidue anni, tanti quanti è durato il regime oppressivo e mafioso di Ben Ali e del clan Trabelsi.

Per chi segue con un minimo di attenzione le vicende del genocidio in atto nel Mediterraneo, per gli effetti di una complessa rete di fattori geopolitici e interessi difficili da cogliere e restituire in modo articolato, la micronarrazione che porta Anna e Nadira ad imbarcarsi alla volta dell’Italia risulta viziata da un mix pernicioso di ignoranza, approssimazione e sensazionalismo patemico. A farne le spese è non solo un personaggio, quello di Karima (interpretato, pure, con apprezzabile partecipazione da Awa Ly), presentato come emblema di un’intera condizione ed epitome di un atteggiamento, comune purtroppo a larga parte di registi e sceneggiatori italiani che si sono occupati di questi temi, che pretende di costruire empatia a partire da personaggi le cui coordinate storico-culturali vengono sistematicamente eluse, in fuga da un "hic sunt leones" sul quale, tra uno spot di un detersivo e uno di un automobile, non occorre spendere parole. Basta accennare ai loschi guadagni di chi - in mancanza di corridoi umanitari protetti dalla comunità internazionale, e in pieno regime proibizionistico, ma chi lo dice? - gestisce secondo logiche di mercato anche la tratta mediterranea. Basta scegliere, sempre secondo le logiche del typecasting, uno scafista grosso calvo e cattivo, mettergli a fianco una bambina indifesa e bianca, e il gioco è fatto. Si dà per pacifico che lo spettatore già sappia quello che deve sapere. Il circo della disinformazione a che serve se no? D’altra parte, si dirà, non è un film sull’immigrazione, ma su una storia d’amore che supera le frontiere.

A colpire in negativo è anche la mediocrità dell’impaginazione visivo-sonora, attestata, nonostante la cornice produttiva consistente, a una sconfortante retorica da sitcom, sollevata da qualche volo in drone e punteggiata da agghiaccianti inserti di un soundtrack che oscilla fra un corrivo easy listening in inglese e qualche tocco di etnicizzazione. A peggiorare il tutto, una gestione della questione transculturale che grida vendetta, ignorando bellamente le differenze linguistiche, e schiacciando italiani, tunisini e seconde generazioni in un doppiaggese anni Cinquanta. Viene così ad essere enfatizzata, grazie a un trattamento del suono completamente artificiale, e a bassa fedeltà, la percezione di un racconto, e di un’azione, il cui regime di plausibilità risulta comprensibile solo ed esclusivamente all’interno di una sorta di bolla, di uno spazio altro dal reale, che obbedisce alle logiche, familiari e riconoscibili, dell’immaginario rilanciato dai media. Pessimo viatico per una stagione Rai che annuncia almeno quattro produzioni di interesse, la miniserie Lampedusa, con Claudio Amendola; la serie dramedy È arrivata la felicità, con Tezeta Abraham; la serie Tutto può succedere di Lucio Pellegrini e Alessandro Angelini, ispirata a Parenthood, con Esther Elisha; e il tv movie Le nozze di Laura di Pupi Avati, con Valentino Agunu. Gli attori e le attrici afrodiscendenti - basta pensare anche al cast di questa miniserie, che schiera a fianco di una platea di interpreti tunisini (tra cui la grande Rabiaa Ben Abdallah) e al franco-algerino Bencherif (a suo modo efficace e misurato), anche volti emergenti significativi come quello di Desiree Noferini (20 sigarette), Mohamed Zouaoui (I fiori di Kirkuk), Awa Ly (La nostra vita) e Daphne Di Cinto - ci sono e non smettono di battere colpi.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAnna & Yusef. Un amore senza confini
Regia: Cinzia TH Torrini; soggetto: Maura Nucciatelli, Nicola Cometti, Urbano Lione, Paola Lucisano, Cinzia TH Torrini; sceneggiatura: Maura Nucciatelli, Nicola Cometti, Urbano Lione, Cinzia TH Torrini; fotografia: Alessandro Pesci; montaggio: Ugo De Rossi; costumi: Claudio Cordaro; scenografia: Stefano Giambianco; musica: Fabrizio Biondi; interpreti e personaggi: Vanessa Incontrada (Anna), Adel Bencherif (Yusef), Elettra Rossiello (Nadira), Rabiaa Ben Abdallah (Aziza), Ali Bennoor (Samir), Desiree Noferini (Aicha), Souhir Ben Amara (Fatma), Zied Touati (Habib), Awa Ly (Karima), Camilla Filippi (Chiara), Cristian Stelluti (Antonio), Giuseppe Gandini (Giorgio), Giovanni Bissaca (Piero), Imma Piro (Paola), Gioele Dix (Borghetti), Giacomo Rabbi (Furlan), Denis Fasolo (ispettore), Stefano Rossi (II) (giovane poliziotto Leon), Camilla Tedeschi (Sara), Ilaria Gelmi (Giulia), Daphne Di Cinto (Yasmina), Khaled Houissa (Chadi), Mohamed Zouav (Tahir), Hossein Taheri (Kaddour); origine: Italia, 2015; tipologia: miniserie, social drama; formato: HD, colore; durata: 100’ x 2; produzione: Fulvio Lucisano (IIF), Paola Lucisano (IIF), Marta Aceto (Rai), Paola Pannicelli (Rai), per I.I.F. Italian International Film, Rai Fiction; minisito Rai: Rai.tv.

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