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RomaFF11. United Artists for Italy, più di un film

di Leonardo De Franceschi

La campagna di lancio del documentario "Blaxploitalian"

Per alcuni giorni, dal 13 al 23 ottobre, grazie all’11ª Festa del Cinema di Roma, la capitale sembrerà un po’ meno lontana da altre metropoli della settima arte, come Los Angeles, o Londra. In fondo si tratta di piccoli segni, ne parleremo un po’ meglio nell’articolo di presentazione dell’edizione in arrivo, ma da quest’anno, il secondo della direzione Antonio Monda, si comincia a respirare un’attenzione maggiore alle diversità e segnatamente all’anima black, migrante e multiculturale, del cinema. Una riprova di questa apertura si avrà venerdì 14, alle 11, presso la Casa del Cinema, quando si svolgerà un evento davvero senza precedenti nella storia del cinema e dell’audiovisivo del belpaese. Radunati dal cineasta afroitaliano Fred Kuwornu (di padre ghanese, chirurgo, e madre bolognese), sfileranno davanti al pubblico degli accreditati tanti e tante cineasti e cineaste, perlopiù interpreti, italiani di nascita o di adozione ma di origine migrante, che negli ultimi anni hanno cominciato ad affacciarsi nei cast di tanti lungometraggi, corti e fiction made in Italy, convenuti per assistere alla premiere del documentario Blaxploitalian – 100 anni di afrostorie nel cinema italiano, costato oltre due anni di lavorazione, e al lancio della campagna “United Artists for Italy”.

Sarà un’occasione importante per riflettere su quello che ancora oggi è l’immaginario dominante sui personaggi neri e di migranti nel cinema e nella fiction di casa nostra e sui margini di agibilità lavorativa appannaggio di interpreti spesso usciti dalle migliori scuole di cinema e di teatro italiane, ma costretti, salvo rari casi, che qui e altrove abbiamo messo in evidenza con la dovuta attenzione, a sopportare una routine di ruoli di contorno, spesso filtrati da odiosi cliché o inaccettabili generalizzazioni da cattiva sociologia delle migrazioni. Lo spot della campagna (goo.gl/E4hrXU), diffuso in questi giorni, parla chiaro, riecheggiando concetti e aperture mutuate dall’importante discorso pronunciato dall’attore Idris Elba il 18 gennaio di quest’anno al Parlamento inglese, quando parlando di diversità, diceva opportunamente: «La diversità nel mondo moderno è più del semplice colore della pelle. È il genere, l’età, la disabilità, l’orientamento sessuale, il background sociale e – più importante di tutto, per quanto mi riguarda – la diversità di pensiero».

Nelle scorse settimane abbiamo toccato con mano con quanta decisione, sia pure dopo decenni di aspre lotte, gli Stati Uniti e il Regno Unito in modo particolare stiano spingendo sul pedale della diversità. Penso alla svolta impressa alla tradizione conservatrice della Academy of Arts and Sciences dalla presidentessa Cheryl Boone Isaacs, concretizzatasi con l’invito a far parte della prestigiosa Academy rivolto a 683 nuovi membri, molti e molte dei quali neri, ispanici ed espressione di minoranze, da registi come Melvin Van Peebles, Julie Dash, Haile Gerima, Souleymane Cissé, Mahamat Saleh Haroun, Abdellatif Kechiche, Ryan Coogler, Amma Asante ad interpreti amati come lo stesso Idris Elba, John Boyega, Ice Cube, Damon e Marlon Wayans, Dennis Haysbert, Eva Mendes, Freida Pinto. Sul versante del piccolo schermo, se l’ABC continua a formare nuovi talenti of color anche fra gli sceneggiatori di serie, grazie a specifici programmi calibrati sulle diversità, e ad affidar loro puntate delle sue serie di punta, anche l’Independent Television Service (ITVS) risponde con un nuovo Diverse Devolopment Fund, diretto a progetti di programmi di vario formato, ideati da autori espressione di diversità. Sull’altra sponda dell’Atlantico, il BFI ha lanciato quest’estate “Black Star”, la più grande iniziativa mai ideata per muovere la creatività nera nel cinema ad oggi, con una stagione intera, quest’autunno, dedicata al lancio di nuovi film, al restauro e alla riedizione di capolavori del passato, britannici e statunitensi, e una miriade di iniziative dal carattere sia divulgativo che di approfondimento, a partire dal London Film Festival, che è stato aperto dalla prima dell’atteso film A United Kingdom di Amma Asante, storia d’amore e apartheid ispirata a fatti reali, ambientata negli anni Quaranta, fra il principe del Botswana, allora Bechuanaland (David Oyelowo) e una giovane impiegata inglese (Rosamunda Pike).

Il lancio di Blaxploitalian, che mira a tracciare una mappatura della situazione attuale dei cineasti afroitaliani, rivisitando vari momenti in cui la nerezza è diventata un ingrediente significativo nell’offerta di generi del cinema italiano, dal filone storico-epico al quello coloniale fascista, via via nel dopoguerra col neorealismo, il peplum, l’esotico-erotico e l’action movie anni Ottanta, sarà importante per rendere plasticamente evidente anche agli occhi del pubblico meno attento a questo fenomeno, quanto gli interpreti neri abbiano dato negli anni al cinema (e alla televisione) di casa nostra, finendo sacrificati in ruoli stereotipati e perlopiù condannati al dimenticatoio. Purtroppo, il laborioso processo di gestazione del DDL n. 2287 sul cinema, recentemente approvato in prima lettura al Senato, ha evidenziato ritardi culturali preoccupanti a tutti i livelli della filiera e all’esterno, dagli addetti ai lavori agli stessi estensori del testo. L’auspicio è che il documentario e la campagna ideata da Kuwornu, qui al terzo documentario, dopo Inside Buffalo (sul tributo di vite pagato dai militari afroamericani nella liberazione dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale) e 18 ius soli (sulla battaglia sacrosanta per una nuove legge di cittadinanza portato avanti dalle seconde generazioni), faccia decollare quel processo di presa di consapevolezza finora rimasto appannaggio di ristretti segmenti dell’opinione pubblica.

Diritti simbolici e materiali si legano sempre a doppio filo, non solo quando si parla di cineasti, ma anche di “italiani senza cittadinanza”, come proveranno il giorno prima, mercoledì 13 ottobre alle 15, a ricordare ai senatori italiani, tante e tanti giovani di origine migrante, nati o cresciuti in Italia, pronti a scendere nuovamente in piazza in varie città per dire che la nuova legge sulla cittadinanza, passata solo alla Camera un anno fa, non può più aspettare e deve essere approvata anche al Senato, prima del referendum istituzionale di dicembre. I parlamentari sono chiamati a settare gli orologi sull’Italia di oggi, dotandola di leggi adeguate a gestire la complessità del presente e gli scenari futuri, senza inseguire le sirene di un populismo intriso di umori dichiaratamente razzisti e discriminatori, che si tratti di cinema e audiovisivo o di accesso alla nazionalità.
Per ulteriori informazioni, vi rimandiamo alla pagina Fb di United Artists for Italy (uniteditaly) e a quella di Italiani Senza Cittadinanza (italianisenzacittadinanza).

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