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Presenze africane sulla Croisette

di Maria Coletti

Festival di Cannes, 14-25 maggio 2019

Un po’ in ritardo segnaliamo alcuni dei titoli che sono presentati in questi giorni al 72° Festival di Cannes (14-25 maggio 2019).
Per la prima volta una regista africana è selezionata in Concorso nella selezione ufficiale del Festival di Cannes e sarà dunque in lizza a contendersi la Palma d’Oro: si tratta di Mati Diop, giovane franco-senegalese e doppiamente figlia d’arte, perché figlia del musicista Wasis Diop e nipote dell’immenso Djibril Diop Mambéty. Una notizia ancora più bella, perché Mati Diop è in concorso con la sua opera prima, Atlantique [nella foto]. Prima di lei solo un’altra regista africana, anche lei senegalese, era stata a Cannes nella selezione ufficiale, ma nella sezione Un certain régard: Safi Faye con Fadjal nel 1979 e Mossane nel 1996.
Mati Diop, dopo il cortometraggio Atlantiques (al plurale) e il medio metraggio Mille soleils, debutta nel lungometraggio con un film che racconta una storia di emigrazione: Atlantique (che inizialmente doveva intitolarsi La prossima volta il fuoco, da uno scritto di James Baldwin) è insieme una storia di fantasmi e una fiaba politica e, girato a Thiaroye quartiere alla periferia di Dakar, mette in scena la partenza di alcuni operai di un cantiere di Dakar, alla ricerca di un destino migliore in Europa, e la solitudine delle donne che rimangono senza di loro.
Nel concorso troviamo anche un altro giovane regista francese di origine africana, Ladj Ly, arrivato in Francia dal Mali a 3 anni. Nel suo Les Misérables il regista cita Victor Hugo – la storia si svolge proprio nel quartiere di Cherbourg – per parlare delle banlieues parigine che lui conosce da vicino, in particolare degli scontri fra le varie comunità e la polizia, riprese con un occhio terzo, quello di un drone.
In concorso troviamo anche il franco-tunisino Abdellatif Kechiche, regista più volte acclamato e premiato a Venezia e a Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro nel 2013 con La Vie d’Adèle. Sulla Croisette presenta quest’anno il secondo capitolo della trilogia iniziata con Mektoub my love : Canto uno (2017) che aveva presentato alla Mostra di Venezia. Con Mektoub my love : Intermezzo , Kechiche torna al protagonista Amin e alla fine delle sue vacanze estive, offrendoci uno straordinario ritratto della gioventù francese negli anni ’90, ritratto straordinario anche in quanto a durata, ben 4 ore, superando il film precedente.
Da segnalare nel Concorso anche il nuovo dramma sociale dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne che presentano il film Le Jeune Ahmed : ambientato in Belgio, il film ruota attorno a un ragazzo di 13 anni di nome Ahmed che si trova diviso fra gli ideali di purezza del suo imam e il richiamo alla vita da adolescente. La sua crisi mette in allarme genitori e insegnanti, preoccupati da una sua possibile radicalizzazione.

Molto ricca anche la presenza afrodiasporica nella selezione ufficiale Un Certain Régard, con un bel quartetto di registe.
In Papicha di Mounia Meddour, ambientato in Algeria negli anni Novanta dunque in piena guerra civile, Nedjma una giovane studentessa sfida la violenza per affermare la propria libertà e il diritto alla normalità, organizzando una sfilata di moda.
Dal Marocco la regista Maryam Touzani - moglie di Nabil Ayouch, per il quale ha cosceneggiato Much Loved, e nota per il cortometraggio Aya va à la plage e per il documentario Sous ma vieille peau – racconta in Adam le difficoltà di una madre single incinta che cerca di far adottare suo figlio.
Alla sua opera prima, la canadese di origine tunisina Monia Chokri ambienta la sua commedia La Femme de mon frère a Montreal, dove Sophia, una giovane e brillante laureata disoccupata, vive con suo fratello Karim. La loro relazione fusionale è messa alla prova quando Karim, un seduttore incallito, si innamora perdutamente di Eloïse, la ginecologa di Sophia.
Quanto a Bull di Annie Silverstein, il film si svolge in una zona periferica di Houston, negli Stati Uniti, e mette in scena l’incontro tra una adolescente ribelle e problematica e un afroamericano ex campione di rodeo.

Diversi titoli da tener d’occhio anche alla Semaine de la Critique.
Innanzitutto l’opera prima del regista marocchino Alaa Eddine Aljem, Le Miracle du Saint Inconnu , in cui con un tono da commedia etnografica un ladro decide di seppellire il bottino di una rapina costruendoci sopra (per meglio depistare e rendere il punto riconoscibile) una finta tomba. Ma quando andrà a recuperare i soldi trova un piccolo mauseoleo: il tumulo, ritenuto di un sant’uomo sconosciuto, è diventato luogo di pellegrinaggio.
Sempre nel concorso della Semaine troviamo Abou Leila , esordio nel lungometraggio dell’algerino Amin Sidi-Boumédiène, film anche questo ambientato durante la guerra civile algerina: due amici di infanzia attraversano il deserto sulle tracce di un terrorista in fuga.
Mentre segnaliamo fra le proiezioni speciali il debutto come regista dell’attrice franco-tunisina Hafsia Herzi, scoperta da Kechiche nel film La Graine et le mulet: in Tu mérites un amour la regista, anche protagonista del film, mette in scena una storia d’amore, tradimenti e riconciliazioni.

Nella Quinzaine des réalisateurs infine troviamo il talentuoso e pluripremiato giovane regista tunisino Ala Eddine Slim, che si era imposto all’attenzione della critica con il documentario collettivo Babylon e poi ancora di più con il suo primo lungometraggio, The Last of us. Al Festival di Cannes quest’anno presenta Tlamess , un film dall’atmosfera sospesa che mette in scena due misteriose scomparse. Dopo la morte di sua madre, a S, un giovane soldato inviato nel deserto tunisino, viene concesso un congedo di una settimana. Non tornerà mai più. Anni dopo, F, una giovane donna che si è appena trasferita in una lussuosa villa con il suo ricco marito, viene a sapere che è incinta. Un giorno, F va a fare una passeggiata nella foresta. Non tornerà mai più.

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