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Lettere dal Sahara

di Vittorio De Seta

Diario di un emigrato africano

Finalmente in sala grazie all’Istituto Luce dopo circa tre anni dalla sua realizzazione, Lettere dal Sahara segna il necessario ritorno sul grande schermo di un "maestro del cinema del reale” – come Vittorio De Seta è stato definito dal MoMA di New York in occasione della recente retrospettiva a lui dedicata. Sono passati trentatré anni dal suo ultimo film, quel Diario di un maestro che realizzò nel 1973 lavorando nella borgata romana di Pietralata, e circa cinquant’anni dai suoi splendidi documentari sulle tradizioni e i mestieri della sua terra natale, la Sicilia. L’occhio di De Seta ha sempre saputo calarsi con rispetto e amore nelle realtà che riprendeva – anche quelle più aspre, come le montagne sarde della Barbagia, ritratte nel capolavoro Banditi a Orgosolo (1961), premiato alla Mostra di Venezia.

Il regista tiene fede a questo suo approccio anche in Lettere dal Sahara, nella storia del viaggio di Assane, un giovane e colto immigrato senegalese, in Italia. Il suo viaggio si snoda a tappe come in una via crucis o meglio come in una moderna versione di Paisà, dal Sud al Nord dell’Italia, lungo un percorso fatto di incontri, di ostacoli, di nuovi incontri. L’odissea di Assane vuole essere paradigmatica di quella di tutti gli immigrati clandestini (e non) in Italia: il naufragio in mare, l’arrivo a Lampedusa, la fuga dal Centro di Permanenza Temporanea, l’arrivo a Villa Literno, il lavoro in nero come bracciante agricolo, la fuga dai traffici illegali, l’arrivo a Firenze, il confronto con una cugina modella disposta ad aiutarlo ma di cui non condivide la scelta di una vita “occidentale”, l’arrivo a Torino, il lavoro in fabbrica, l’incontro con un’associazione e una insegnante di italiano, il permesso di soggiorno tanto atteso, il pregiudizio e la violenza razziale, infine la depressione e il ritorno in Senegal. Un ritorno al punto di partenza che però non è indice di uno scacco, bensì di una speranza nuova, una nuova consapevolezza della propria identità e del proprio posto nel mondo.

Se la sceneggiatura pecca di qualche eccesso didascalico nel dipingere la “bontà” di Assane (il ragazzo disturbato con cui lui riesce subito a comunicare, il PC che non funziona da lui magicamente riparato), De Seta riesce comunque a dare un ritratto complesso e non a senso unico del protagonista e più in generale dell’universo degli immigrati africani in Italia. Le incomprensioni con la cugina, ad esempio, lungi dall’essere la prova dell’integrità morale del protagonista, mostrano chiaramente le difficoltà di comunicazione all’interno della stessa comunità, perché inficiate dalla appartenenza culturale o di genere. Come nel moraviano Lettere dal Sahara del 1982, ma all’inverso, De Seta in tutta la prima parte del film attraverso gli occhi di Assane sembra descrivere impressionisticamente, senza tentare di spiegare, la realtà italiana e quella dell’immigrazione: due mondi che scorrono paralleli, senza (quasi) mai incontrarsi. Ma è grazie all’acume e all’attenzione del regista che, come spettatori e come cittadini, scopriamo – forse la prima volta così nettamente – che dietro ogni immigrato c’è un emigrato. Una persona che ha una storia, un passato, una famiglia e degli affetti lasciati alle spalle per il desiderio di una vita migliore: in modo semplice e icastico De Seta spiega meglio di qualsiasi servizio televisivo l’inutilità e l’ingiustizia di una legge che considera l’immigrazione come un problema di ordine pubblico piuttosto che come un dramma umano e sociale che provoca dolore, ma anche immensa ricchezza.

In questo sta, soprattutto, l’importanza e l’aspetto più riuscito del film, che non a caso ha un finale bellissimo: il ritorno in Africa, che non è definitivo, ma aiuta a chiudere il cerchio e a trovare il senso del viaggio di Assane, come del viaggio che abbiamo compiuto noi insieme a lui, in quanto spettatori (del film, ma anche dei mille “sbarchi” paventati dai media). Nelle parole del professore universitario di Assane, che a me - come penso piacerebbe anche al padre del cinema africano, il senegalese Ousmane Sembène - piace chiamare semplicemente “il maestro”, appaiono chiari i limiti e le implicazioni di una concezione pauperistica e assistenzialistica del rapporto Nord/Sud. Nelle sue chiare e illuminanti parole – che rivolge ad Assane, agli abitanti del suo villaggio, ma anche brechtianamente a ciascun spettatore del film – ricordiamo che, come ci aveva avvertiti Pasolini, lo sviluppo non è sempre progresso, che il denaro ha finito per rimpiazzare i valori umani e che ogni persona che viaggia ha con sé un bagaglio di identità e di cultura che deve mantenere e che aiuta al confronto positivo con l’Altro, ovunque esso si trovi.

De Seta tiene fede fino in fondo al suo cinema didattico e di impegno civile. Se il celebre Diario di un maestro ha cambiato la televisione e il modo di pensare in Italia, speriamo che anche le parole del maestro senegalese alla fine del film possano cambiare il modo di pensare all’immigrazione e agli immigrati/emigrati in Italia. Omaggiato negli Stati Uniti da Scorsese e De Niro e premiato a Venezia con il Premio “Città di Roma – Arcobaleno Latino”, ideato da Gillo Pontecorvo (un altro grande maestro del cinema di impegno civile in Italia, che purtroppo ci ha lasciati da poco), De Seta mantiene un’umiltà che dovrebbe esserci di lezione, nell’approccio ma anche nel senso del film, riassunto dalle parole del maestro senegalese: «Un giorno o l’altro qualcuno di voi partirà verso il Nord: mantenete intatte le vostre radici, non diventate come loro, ma non sentitevi nemmeno mai migliori di loro».

Maria Coletti

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Cast & CreditsLettere dal Sahara
Regia e sceneggiatura: Vittorio De Seta; fotografia: Antonio Grambone; montaggio: Marzia Mete; scenografia: Fiorella Cicolini; costumi: Fabio Angelotti; musiche: Fabio Tronco; interpreti: Djibril Kebe, Paola Ajmone Rondo, Stefano Saccotelli, Madawass Kebe, Fifi Cisse, Thierno Ndiaye, Luca Barbeni; origine: Italia, 2006; formato: 35 mm; durata: 123’; produzione: A.S.P., Metafilm, con il contributo del MiBAC; distribuzione: Istituto Luce; sito ufficiale: www.luce.it/istitutoluce/film/sahara.html

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