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Mon Colonel

di Laurent Herbiet

Il numero di un circo finito bene ?


Parigi, oggi. Il colonnello Duplan, ex-ufficiale durante la Guerra d’indipendenza d’Algeria (1954-62) viene trovato ucciso nella sua casa da un colpo di pistola. Una serie di lettere anonime firmate dal tenente Guy Rossi svelano pian piano l’itinerario verso il(i) colpevoli.

Algeri, Saint-Arnaud, 1957. Il tenente Guy Rossi (Robinson Stevenin) si arruola volontario nella guarnigione di Algeri sotto il comando del Colonnello Raoul Duplan (Olivier Gourmet). È un giurista, e il suo compito è quello di interpretare le leggi speciali votate dall’Assemblée Nationale per fronteggiare il FLN. Il suo ruolo, già sgradevole, si fa più difficile quando viene incaricato di sovrintendere agli interrogatori. I due livelli temporali si incrociano in più momenti fino al dénouement conclusivo.

Mon Colonel – in concorso alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma - nasce dall’ispirazione di Michèle Ray-Gavras alla lettura dell’omonimo romanzo di Francis Zamponi, redatto a partire dalle lettere dei generali coinvolti nel putsch del ’61. Il soggetto passa in mano a Costa-Gavras, ai Dardenne, e al giovane Salem Brahimi cui si deve il delicato lavoro di location management in Algeria. Ha così visto la luce una vera, preziosa, coproduzione nord/sud, a sostenere questo ritratto personale di colonnello, monumento vivente alla vita militare e alle molte altre guerre che si combatterono nei castra francesi, con retroscena diplomatici che chiamano in causa la tempra mentale dei soldati, tanto più forte quanto più la guerra è classificata come missione di pace ed è condotta secondo leggi speciali.

Una storia piena di intrighi, quella diretta da Laurent Herbiet, che esalta il coté spionistico e fa di Mon Colonel un autentico poliziesco. Il film si struttura intorno a un’anti-classica polarizzazione dei due protagonisti: i loro comportamenti non corrispondono a uno schema che li oppone, ma ognuno di loro mostra un’identità forte, non necessariamente in contrapposizione con il temperamento dell’altro. Se il capitano Roger (Georges Siatidis) afferma senza indugi di voler seguire mon colonel in capo al mondo, la caricatura del tirapiedi non si stampa su Rossi.

Conteggio perfetto di parole e parametri narrativi, Costa-Gavras tira fuori dalle intricate architravi del potere la loro scioccante geometria, che fonde forma cinematografica e dialoghi da sensale, poeticamente e maniacalmente incastonati tra le pieghe di una recitazione che sta alle regole del gioco imposto dagli autori. Regole che delegano il montaggio a distruggere uno spazio scenico che si fa indice passivo di un film redatto a parole. E se da un lato Costa-Gavras e Jean-Claude Grumberg devono molto a Zamponi in virtù di una trama ben congegnata, della cura dell’ambientazione e dei gioielli di aneddotica, d’altro canto il giovane Herbiet, al debutto dopo anni di tv, si inserisce con misura nel contesto produttivo, realizzando con cura le scene di azione e pedinando con stile quelle di dialogo.

Il contributo dell’autore di Z (Z, l’orgia del potere, 1971) non finisce qui. Il film è in gran parte lui, davanti e dietro la macchina da presa. Gavras ci dice esser indispensabile «associare nella loro pregnanza interminabile presente e passato». Dunque, intorno ai solo virtuosistici, il cuore morale dello script è il terreno comune tra il passato e il presente che cerca di ravvivarlo. Così, ecco Aznavour (Monsieur Rossi), nei panni di un dolce assassino, consegnare una pistola che non si sa più in quale epoca abbia sparato. E Cécile de France (Lieutenant Galois), incaricata delle indagini. Seconda a tutti, schiava della trama gialla che vede svolgersi, a stento soffia con timore le sue poche parole, evidentemente schiacciata dal ruolo di portatrice di una memoria sensibile.

Mon Colonel non brandisce pretese teoriche, ma tocca naturalmente il delicato terreno dell’identificazione. Se Rossi si fa polo necessario dell’estremo tentativo di toccare la pelle anestetizzata del pubblico, Galois è degradata da interlocutrice a testimone dei fatti, e incarna nuovamente la nostra coscienza, immobile e muta. Figura intera, regia immobile, Gavras scrive una lacrima, legaccio poetico per avvincere passato e presente. «Psychologiquement, historiquement, politiquement».

Mon Colonel ci suggerisce e ci persuade che è insieme necessario e paradossale dover ricercare errori del passato per riconoscerli nel presente. Il cinema ha il ruolo di farsi carico di quello sciocco e inutile paradossale per semplificarvi l’accesso, materializzarlo sensibilmente, in sintesi, renderlo materia d’arte.

Simone Moraldi

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Cast & Credits Mon Colonel (Il mio colonnello)
Regia: Laurent Herbiet; sceneggiatura: Costa Gavras, Jean-Claude Grumberg dal romanzo omonimo di Francis Zamponi; fotografia: Patrick Blossier; scenografia: Ramdane Kacer, Alexandre Bancel; montaggio: Nicole D.-V. Berckmans; costumi: Edith Vespérini; musica: Armand Amar; interpreti: Olivier Gourmet, Robinson Stevenin, Cécile de France, Charles Aznavour, Bruno Solo, Eric Caravaca, Guillaume Gallienne; origine: Francia/Belgio, 2006; formato: 35 mm, col. e b/n; durata: 110’; produzione: Michèle Ray Gavras per KG Productions; distribuzione: Pathé Distribution; sito ufficiale: www.moncolonel-lefilm.com

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