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Omaret Yacoubian

di Marwan Hamed

Una speranza tinta di nostalgia

Opera prima del giovane regista egiziano Marwan Hamed, Omaret Yacubian (Yacoubian Building) è stato presentato in prima italiana nella sezione Extra della Festa Internazionale di Roma, dopo la prima mondiale al Festival di Berlino, la presentazione al mercato di Cannes e la selezione in concorso alla Biennale des Cinémas Arabes di Parigi, dove ha raccolto numerosi premi: il Grand Prix IMA per il Miglior film, il premio IMA per il sostegno alla distribuzione e il Premio per il miglior attore, attribuito collettivamente a tre degli attori del film (Adel Imam, Nour El-Sherif et Khaled El-Sawy). La consacrazione finale è arrivata con il premio per la migliore opera al Tribeca Film Festival 2006.

Il film è l’adattamento per il grande schermo del romanzo omonimo di Alaa El Aswany, un best-seller in tutto il mondo arabo che è stato già tradotto in molte lingue (in Italia è edito da Feltrinelli). Anche la versione cinematografica del libro ha tutti i numeri per diventare un “best-seller” ed infatti il film ha già fatto parlare molto di sé, grazie al più grosso budget della storia del cinema egiziano (circa 18 milioni di lire egiziane, ovvero 2,5 milioni di euro) e a un cast che raccoglie le più grandi star del cinema egiziano ed arabo. Malgrado la maestosità dell’impresa mediatica, però, possiamo ben dire che il film è stato realizzato in famiglia: il regista Marwan Hamed ha lavorato fianco a fianco con lo sceneggiatore Wahid Hamed, che non è altri che suo padre. Un passaggio di testimone di padre in figlio, dalla sceneggiatura alla messa in scena, per dare un ritratto a tutto tondo della storia dell’Egitto nei suoi ultimi cinquant’anni.

Il cuore del film è costituito da Palazzo Yacoubian, un edificio moderno e accogliente costruito al centro del Cairo negli anni Trenta da un ricco armeno ed ora ridotto a semplice reperto di uno splendore ormai tramontato. Oggi, attraverso le storie intrecciate degli abitanti del palazzo, il film traccia un ritratto senza veli dell’Egitto moderno: una società complessa, in cui si mescolano corruzione politica, integralismo islamico, spaccature sociali, mancanza di libertà sessuale e oppressione della donna. Le vicende movimentate dei diversi personaggi riassumono le differenti classi sociali e i diversi aspetti della società egiziana: il regista sceglie il racconto corale, genere assai raro nel cinema egiziano, ma assai in voga nella letteratura (basti pensare a Naguib Mahfouz, per citare uno dei più grandi romanzieri egiziani, di recente scomparso).

Il trailer ufficiale del film, uscito da poco in Francia e distribuito per Bac Films, presenta i diversi personaggi a seconda della loro ubicazione nel palazzo: un’idea molto pratica per riassumerne la storia, che vale la pena riprendere. Al primo piano, ecco Haj Azzam (Nour El Sherif): ex lustrascarpe arricchitosi grazie a degli affari illeciti, è un parvenu senza alcuna morale e dalle grandi ambizioni politiche, che ha il rosario sempre tra le mani, ma non esita a costringere ad abortire la seconda moglie, sposata di nascosto. Al secondo piano, Hatem Rachid (Khaled El Sawy): giornalista omosessuale, di madre francese, si lega a un giovane militare arrivato al Cairo da un villaggio del Sud con la moglie, e riesce a sedurlo in cambio del sostegno economico. Al terzo piano, Zaki El Dessouki detto Zaki Pacha (Adel Imam): figlio di un antico pacha, la storia del palazzo è anche la storia della sua famiglia. Viveur rinchiuso nel suo passato aristocratico, Zaki frequenta i locali malfamati, diviso tra le critiche della sorella e il sostegno affettuoso della sua amica Catherine (Yousra). Infine, all’ultimo piano, le famiglie povere dei due giovani fidanzati Bothayna e Taha. Taha (Mohamed Imam, figlio di Adel) studia e sogna di diventare poliziotto, ma viene rifiutato a causa della sua povertà. Bothayna (Hend Sabry) è una giovane donna ribelle e pura che, per mantenere la famiglia, deve sopportare le avances sessuali dei datori di lavoro. Quando Taha si avvicina agli integralisti, lei lo lascia e si lega di un’amicizia amorosa al vecchio Zaki.

Risulta chiaro, già da questo breve résumé, il motivo per cui prima il romanzo e poi il film hanno suscitato tanto scalpore: il regista, come lo scrittore, affronta senza alcun velo il tema dell’omosessualità, argomento tabù nella società egiziana e nel resto del mondo arabo, ma anche molti altri argomenti di scottante attualità, come la corruzione dei più alti livelli dello Stato, la violenza della polizia e la montata integralista. Come nel film Les Enfants du paradis, o in una moderna versione della Divina commedia, sono i personaggi che si trovano più in alto – i giovani che abitano in piccionaia (al teatro come nella vita) – ad avere il cuore più puro e la mente piena di belle speranze, ma finiscono per essere spezzati o trasformati dalla corruzione che li circonda. Il film è molto importante, soprattutto perché ci offre il ritratto di una società in putrefazione, in cui le differenze di classe e le frontiere culturali tracciano delle barriere pressoché insormontabili. Marwan Hamed dà prova di maestria nella direzione degli attori e nel saper dominare una sceneggiatura complessa grazie a uno stile classico e a un ritmo sostenuto, che cattura l’attenzione dello spettatore per tutte le tre ore del film.

Nonostante questo, però, c’è qualcosa che non funziona sul piano della definizione dei personaggi e del loro destino all’interno dell’universo del film. Proprio per la tensione costante a denunciare un tema sociale o a simbolizzare una tendenza della società egiziana, ogni personaggio anziché evolvere finisce per rimanere bloccato in una identità scolpita nel marmo e così le regole filmiche finiscono per essere speculari a quelle imposte dalla società. Un limite che appare particolarmente evidente nell’immagine stereotipata dell’omosessualità – nonostante tutte le polemiche che il film ha suscitato per averla mostrata pubblicamente – che viene legata a un evento traumatico e che viene espiata nel corso del film. La violenza subita da Hatem sembra motivare la sua omosessualità una volta divenuto adulto. Un dettaglio assai significativo se consideriamo che anche Taha subisce un’analoga violenza in prigione e che entrambi pagano con la morte la conseguenza del trauma vissuto: l’omosessualità per Hatem e l’integralismo per Taha.

Nella dissolutezza generale, l’unica coppia che sembra salvarsi è lo strano duo formato dal vecchio Zaki e la giovane Bothayna: il passato e il futuro, l’aristocrazia e la bellezza. Adel Imam, grande star del cinema egiziano, è stato definito “il Charlie Chaplin arabo” e qui, come un moderno Charlot, danza con una ragazza povera ma bella (la stupenda Hend Sabry) verso un nuovo Egitto. Ma è una speranza tinta di nostalgia…

Maria Coletti

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Cast & Credits
Omaret Yacoubian (Palazzo Yacoubian)
Regia: Marwan Hamed; sceneggiatura: Wahid Hamed, dall’omonimo romanzo di Alaa Al Aswany (Palazzo Yacoubian, Edizioni Feltrinelli); fotografia: Sameh Selim; scenografia: Fawzy Awamry; montaggio: Khaled Marei; musica: Khaled Hammad; interpreti: Adel Imam, Nour El-Sherif, Khaled El-Sawy, Yousra, Essad Youniss, Ahmed Bedeir, Hend Sabry; origine: Egitto, 2006; formato: 35 mm; durata: 175’; produzione: Good News Group; distribuzione: Bac International Films; sito ufficiale: www.yacoubianthemovie.com/index.html

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