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Lo straniero

di Luchino Visconti

Da Visconti a Mastroianni, le ragioni di un equivoco

Assai singolare la scelta di onorare Mastroianni inserendo anche Lo straniero (1967) all’interno dell’invero assai ampia retrospettiva a lui dedicata dalla Casa del Cinema in occasione della Festa di Roma. Non solo si tratta di un film tradizionalmente considerato minore nella filmografia di Mastroianni – e di Visconti –, ma per di più si tratta di uno di quei casi cinematografici ricorrenti in cui l’esito discutibile di un film è per una parte consistente attribuibile a un’esperienza attoriale per molti aspetti infelice.

L’intreccio del film, pure forse il meno conosciuto di quelli di Visconti, è noto soprattutto attraverso il romanzo di Albert Camus (1942), una delle punte più alte del romanzo moderno del Novecento, ma tanto vale riepilogarlo in breve. In un’estate di fine anni ’30 ad Algeri, un impiegato francese sulla trentina riceve la notizia della morte della madre, ricoverata in un ospizio. All’indomani del funerale, Meursault incontra al mare Marie, un’ex collega, e riprende a frequentarla. Qualche giorno dopo, un vicino dalla dubbia fama (Raymond) chiede a Meursault di scrivere una lettera all’amante araba (Yasmina). A causa di questa lettera, Raymond ha una colluttazione con la donna, ma Meursault difende l’uomo al commissariato. Quasi per ricompensarlo, il vicino lo invita una domenica al mare insieme a Marie, ma a seguito di una inopinata rissa che scoppia con alcuni arabi che li avevano pedinati, Meursault uccide il fratello di Yasmina. Ai giudici che gli chiedono conto di questo omicidio, accusandolo di insensibilità anche nei confronti della madre morta, Meursault non sa far altro che sottolineare il ruolo del caso e del sole nella sua storia, e finisce condannato a morte.

Non è questo il luogo per aprire un discorso sulle molteplici valenze, storico-ambientali e filosofiche, che, al di là dei valori strettamente letterari, arricchiscono di senso il romanzo di Camus. Certo è che le une come le altre ancorano il discorso a una dialettica profonda di piani – la Storia da una parte, l’apologo dell’Assurdo camusiano dall’altra. Come comprova uno studio attento delle tormentate dinamiche produttive che hanno portato Visconti a trascinarsi questo progetto dal ’62 al ’67, anche perché condizionato da un ottuso controllo esercitato dagli eredi dello scrittore pied noir, il regista ha oscillato per anni sulla strada da prendere nell’adattamento, indeciso se privilegiarne una lettura politica, più legata all’attualità dell’Algeria – indipendente dal ’62 e celebrata nel ’65 da La battaglia di Algeri – e invisa agli eredi, oppure una classicamente ripiegata sugli aspetti della filosofia dell’Assurdo.

Nei primi anni del progetto, il candidato naturale a interpretare Meursault era Alain Delon, reduce dalla doppia, convincente, performance di Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il Gattopardo (1963). Quando però, per ragioni caratteriali e contrattuali, salta l’accordo con Delon, è con altrettanta convinzione che Mastroianni, legato a Visconti fin dai lontani esordi teatrali dei primi anni ’50, si propone per il ruolo, rinunciando anzi a metà dell’ingaggio, che investe nella produzione sotto l’egida dalla Raster Film. Il problema è che Mastroianni, con il suo verismo interpretativo, contribuisce a cristallizzare le incertezze di lettura di Visconti, dando a Meursault una carica di dolorosa, indolente, umana simpatia mediterranea, lontanissima dal personaggio camusiano. Calata nei gesti lenti, nella dizione gentile, nella pigra sensualità di Marcello, l’estraneità di Meursault perde sia la verità filosofica sia quella storica che le sono proprie.

Intendiamoci, la performance di Mastroianni, anche a distanza di anni mantiene una sua dignità profonda, difficilmente attaccabile, per la consueta profondità di lettura che, nell’apparente naturalezza, l’attore offre del personaggio. Si tratta più propriamente e anzitutto di un caso, a mio modo assai palese, di miscasting. A poco potevano valere poi persino l’istinto e la sensibilità di Mastroianni, mal confortato dalla guida di un Visconti palesemente infastidito dal peso delle ingerenze esterne su questo progetto, e incamminato sulla strada di un adattamento di maniera, più complesso di quanto talune recensioni dell’epoca volessero far apparire, ma sostanzialmente involuto e irrisolto.

A distanza di quasi quarant’anni, ma già allora tali dovevano apparire, gli arabi del film, entità rigorosamente plurale, come del resto nell’originale letterario, si presentano come un soggetto metastorico, astratto, naturalmente minaccioso, complici di un gioco del destino che corre molto al di sopra delle loro teste. Trattandosi di una coproduzione italo-algerina, realizzata con i capitali di quella stessa società (la Casbah Film) che due anni prima aveva prodotto La battaglia d’Algeri, è facile immaginare che la controparte algerina non abbia granché apprezzato la filologicamente corretta ma esangue rilettura viscontiana.

Leonardo De Franceschi

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Cast & Credits Lo straniero
Regia: Luchino Visconti; soggetto: dal romanzo omonimo di Albert Camus; sceneggiatura: Luchino Visconti, Suso Cecchi D’Amico, Georges Conchon, in collaborazione con Emmanuel Roblès; fotografia: Giuseppe Rotunno; scenografia: Mario Garbuglia; costumi: Piero Tosi; montaggio: Ruggero Mastroianni; musica: Piero Piccioni; suono: Vittorio Trentino; interpreti: Marcello Mastroianni, Anna Karina, Georges Wilson, Bernard Blier, Jacques Herlin, Georges Geret, Jean-Pierre Zola, Pierre Bertin, Bruno Cremer; origine: Italia/Francia/Algeria, 1967; formato: 35 mm; durata: 110’; produzione: Dino De Laurentiis per Dino De Laurentiis SpA, in coproduzione con Marianne Film, in collaborazione con Casbah Film; distribuzione: Euro International Film

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