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Les Cinémas du Maghreb

di Roy Armes

Se si escludono alcuni numeri monografici di rivista, usciti per lo più sempre in Francia – penso al n. 111, 2004 di «CinemAction» – questo di Roy Armes è probabilmente il primo studio sistematico dedicato alle tre cinematografie del Maghreb. Lo storico inglese, professore emerito alla Middlesex University di Londra, ha alle spalle un’ampia produzione di saggi, dedicati ad alcune cinematografie europee (in particolare quella britannica e quella francese), ma negli ultimi anni di ricerca si è dedicato sempre più spesso al cinema del sud, galassia cui ha dedicato almeno quattro volumi di particolare valore. Mi riferisco a Third World Film Making and the West (Berkeley, University of California Press, 1987), in cui, raccogliendo l’eredità degli studi di Teshome Gabriel, affronta un discorso d’insieme su quello che in origine veniva definito il terzo cinema, con una prospettiva allargata quindi all’Africa ma anche all’Asia e all’America Latina; nel 1991 ha firmato insieme a Lizbeth Malkmus Arab & African Film Making (London, New Jersey), in cui, dopo una sommaria esposizione storica, affronta alcune delle strutture discorsive chiave delle due aree cinematografiche; cinque anni dopo, è la volta di un fondamentale Dictionnaire des cinéastes du Maghreb, edito a Parigi in edizione bilingue dall’Association des Trois Mondes; nel 1998, si concede un momento di riflessione critica su una delle commedie di fondazione del cinema arabo e africano moderno, Omar Gatlato dell’algerino Merzak Allouache (Wiltshire, Flicks Books).

Edita dalla collana Images Plurielles de L’Harmattan, diretta da Olivier Barlet, questa sua ultima fatica ha una struttura bipartita, affiancando a un ampio e documentato excursus storico sulle tre cinematografie, scandito per decenni, una seconda parte di key studies, comprendente dieci analisi di film rappresentativi di varie tendenze, nell’arco di poco meno di un quarto di secolo, dal 1975 (El Chergui ou le silence violent, del marocchino Moumen Smihi) al 1999 (Ali Zaoua – prince de la rue, del marocchino Nabyl Ayouch). Significativa l’inclusione nel breve corpus di opere relativamente poco conosciute e ancor meno studiate come il docudrama La nouba des femmes du Mont Chenoua (Assia Djebar, 1978) e il mélo beur Miss Mona (Mehdi Charef, 1987). Chiudono il volume una preziosa zona di apparati, comprendente un dizionario dei cineasti (180 gli autori indicizzati), una cronologia e una filmografia.

Nella prima parte, abbiamo modo di apprezzare la capacità di sintesi e la chiarezza discorsiva dello storico, che si destreggia con sicurezza in una mole impressionante di informazioni quantitative e non, spesso e a ragione appoggiandosi a una bibliografia critica di area europea ma anche mediterranea. Talvolta, c’è da osservare, il lettore rischia di rimanere schiacciato dal piacere dell’esposizione dei dati raccolti in decenni di ricerca: penso in particolare alle digressioni concesse agli intrecci narrativi dei film, o al ricorrere dei dati statistici che sottolineano gli elementi di comunanza – generazionale ma anche di formazione – tra autori di paesi diversi. Si tratta tuttavia di anse ben delimitate di un discorso che si vuole anzitutto finalizzato a una funzione di inquadramento sistematico, quanto mai preziosa in un orizzonte di studi tutt’altro che consolidato.

Al di là della capacità di cogliere e analizzare le dinamiche di sviluppo comuni alle tre cinematografie, nelle politiche di settore varate all’indomani dell’indipendenza, nel confronto con i modelli filmici dominanti – anzitutto quello dei generi americano, ma anche quello d’autore europeo, senza dimenticare la produzione egiziana e quella asiatica –, nell’emergere spesso parallelo di tendenze formali e problematiche produttive, le pagine più interessanti del testo di Armes mi sembrano quelle in cui il discorso, ben corredato da altri contributi, allarga la prospettiva a una chiave compiutamente postcoloniale, collegando l’esperienza maghrebina a quella di altre cinematografie del sud.

Un discorso a parte merita l’attenzione che Armes dedica alla produzione degli autori di origine maghrebina operanti in Europa: lo storico inglese tesse una minuziosa tela fra le due sponde del Mediterraneo, sottolineando come, a partire dagli anni ’70, che hanno registrato le prime pionieristiche esperienze in Francia di registi nati in Algeria come Ali Ghalem, l’emergenza di un cinema dell’immigrazione – più avanti ribattezzato cinema beur – sia a tutti gli effetti da considerare come un’esperienza che appartiene compiutamente tanto alla storia della cultura del Maghreb quanto a quella francese. Tanto più che, col passare dei decenni, il quadro si è fatto sempre più inestricabile, fra autori di prima e seconda generazione che hanno spostato la propria prospettiva su questioni lontane dall’eredità culturale dei padri, e nuove leve del sud che, essendosi formati come i registi della generazione precedente nelle scuole di cinema europee, sempre più spesso vivono a Parigi o a Bruxelles.

In sede di conclusioni, Armes insiste sul concetto di ibridité culturelle, riscontrando come negli ultimi anni si vadano moltiplicando i casi di film dei quali è di fatto impossibile stabilire una nazionalità anche solo di riferimento, se non sul piano burocraticamente normativizzato della coproduzione maggioritaria, set in cui si incrociano registi nati nel Maghreb, attori o attrici di seconda generazione, tecnici europei, capitali e fondi che vengono da istituzioni pubbliche e private europee e magari extraeuropee. Peccato che, richiamandosi a una tesi riduzionistica di René Predal, tenda a concludere anch’egli che, tutto sommato, questa nuova ribollente galassia non stia poi così stretta sotto la macrodefinizione di cinema francese, quando la logica stessa della globalizzazione sembra suggerire un’evoluzione sempre più centrifuga del quadro categoriale cui siamo abituati a fare riferimento.

Leonardo De Franceschi

Roy Armes
Les Cinémas du Maghreb – Images postcoloniales
Paris, L’Harmattan, 2006, 256 pp.

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