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Bamako

di Abderrahmane Sissako

Per un cinema del domani

«L’oreille collée au sol, j’entendis passer demain»: questa citazione da Aimé Césaire è il sigillo con il quale Abderrahmane Sissako firma il suo processo cinematografico alle istituzioni finanziarie internazionali. Con il suo terzo lungometraggio, il regista torna a Césaire e termina una vera e propria trilogia sui rapporti tra Europa e Africa, dopo La Vie sur terre (1998) e Heremakono (Aspettando la felicità, 2002), pur utilizzando una scrittura molto differente. Al diario poetico e al poema in prosa utilizzati nei due film precedenti, si contrappone qui una sorta di pamphlet politico molto diretto, e insieme molto dialettico, che mette costantemente a confronto parola e immagine, finzione e documentario, pellicola e video. Un film che rappresenta una sorta di rottura, ma insieme la summa della poetica del regista.

L’idea di partenza è geniale. Sissako mette in scena, nel cortile della casa paterna di Bamako dove è cresciuto, un vero e proprio tribunale, con tanto di avvocati professionali e testimoni convocati a rendere la propria testimonianza: tutti riuniti – dall’intellettuale al semplice contadino – per discutere dell’enorme e scandaloso squilibrio di cui è vittima l’Africa, a causa dei famigerati aggiustamenti strutturali imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, così come della privatizzazione delle risorse naturali. Contemporaneamente ai discorsi incessanti del tribunale, però, la vita quotidiana degli abitanti si svolge normalmente all’interno e all’esterno del cortile: le donne tingono le stoffe, gli uomini ascoltano il processo trasmesso per radio, una madre si prende cura della figlioletta, una coppia si sposa e un’altra si separa, i ragazzini giocano, un uomo muore.

I rappresentanti della società civile africana denunciano e mettono sotto processo il debito insensato, e insostenibile, che indebolisce il proprio continente: alle parole sussurrate dei film precedenti Sissako oppone stavolta la potenza e l’urgenza del grido. Ma il regista denuncia nello stesso tempo la complicità dei poteri africani e di una parte della cosiddetta élite del continente, come si vede dal finto western all’africana – incastonato come un piccolo gioiello all’interno del film e in cui è lui stesso uno degli attori, insieme ad altri registi tra cui Danny Glover e Elia Suleiman: per ricordarci, in maniera ironica e cinefila, che le responsabilità sono sempre condivise. «Condividere»: una parola chiave nel cinema di Sissako. Le immagini e le parole si mescolano continuamente, come la finzione e il documentario, la pellicola e il video, in questo film libero e denso. Il processo è reale e viene ripreso in video, ma diviene avvincente come un racconto; mentre le storie che il regista costruisce intorno al tribunale, filmate in 35 mm, sono solo accennate e diventano aperte e oblique, come nella vita. Le immagini che si accumulano intorno al cortile servono spesso a sottolineare le accuse lanciate nel corso del processo, come quando la macchina da presa riprende un uomo molto malato e sofferente, costretto a letto. Ma queste immagini, e le storie che portano con sé, si pongono spesso, e forse con ancora più efficacia, come un’eco poetica dei discorsi politici. Come la storia degli emigrati clandestini, costretti ad attraversare il deserto ed affrontare ogni sorta di privazione, fino alla morte. O come per la storia di Melé, cantante in un bar, e di Chaka, rimasto senza lavoro: una coppia in crisi, che sta per separarsi. Ma la vita continua, malgrado la separazione e la sofferenza, nonostante la morte e le lacrime…

«Con l’orecchio incollato a terra ho sentito passare il domani»: ogni inquadratura del film è incollata a terra, come direbbe Césaire. Abderrahmane Sissako incarna molto bene, nel suo film, l’ossimoro contenuto nella frase dello scrittore martinicano, da lui utilizzata come riferimento letterario, politico e cinematografico al contempo: in ogni immagine passa il respiro di una nuova Africa, e di un nuovo cinema, nell’attesa di un domani già passato, eppure ancora possibile, sospeso tra la sofferenza e lacrime piene di speranza. Perché il grande dramma dell’Africa non sta nella sua povertà, ma nelle sue ricchezze…

Maria Coletti

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Cast & Credits Bamako
Regia e sceneggiatura: Abderrahmane Sissako; fotografia: Jacques Besse; suono: Dana Farzanehpour; montaggio: Nadia Ben Rachid; scenografia: Mahamadou Kouyaté; costumi: Maji-da Abdi; interpreti: Aïssa Maïga, Tiécoura Traoré, Hélène Diarra, Habib Dembélé, Djénéba Koné, Hamadoun Kassogué; gli avvocati: Hamèye Mahalmadane, Aïssata Tall Sall, William Bourdon, Roland Rappaport, Mamadou Konaté, Mamadou Savadogo, Magma Gabriel Konaté; i testimoni: Zegue Bamba, Aminata Traoré, Madou Keita, Georges Keita, Assa Badiallo Souko, Samba Diakité; i cow-boys: Danny Glover, Elia Suleiman, Dramane Bassaro [Abderrahmane Sissako], Jean-Henri Roger, Zeka Laplaine, Ferdinand Batsimba; origine: Francia/Mali, 2006; formato: 35 mm, 1.85, Dolby Srd; durata: 118’; produzione: Danis Freyd, Abderrahmane Sissako per Archipel 33, Chinguitty Film, Mali Images; distribuzione: Les Films du Losange; sito ufficiale: www.bamako-film.com

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