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Da Monaco ad Accra, per sorridere dell’Africa

di Alice Casalini

Conversazione con King Ampaw

Abbiamo incontrato King Ampaw, il regista di No Time to Die (2006) in concorso al 26° Film Festival d’Amiens, durante una mattina alla Maison de la Culture, prima di immergersi nella visione dei film del giorno. Ampaw ha studiato cinema tra Germania e Austria dove ha fatto diverse esperienze come operatore e come attore. In Europa è più noto per le sue interpretazioni nel corto Alabama 2000: Light Years From Home (Alabama 2000 anni luce, Wim Wenders, 1969) e in Cobra verde (id., Werner Herzog, 1987). Ma al suo ritorno in Ghana dopo aver lavorato per tre anni alla televisione di stato, nel 1983 Ampaw fonda una sua casa di produzione, la Afro Movies e realizza come regista Kukurantumi, the Road to Accra (1983). Due anni dopo scrive e dirige Nana Akoto/Juju (1985). Dopo venti anni, nei quali si è dedicato all’attività di produttore e attore, è tornato dietro la cinepresa per girare No Time to Die. Incontrare e parlare con King Ampaw, uno dei pochi registi del Ghana, è stata un’occasione importante per comprendere, attraverso la sua multiforme esperienza di cineasta, la situazione dell’audiovisivo in questo paese africano.

Per cominciare, potrebbe illustrarci il suo percorso professionale che l’ha portata a studiare in Germania e poi a tornare in Ghana per svolgere la sua attività di regista e produttore?
Sono nato in Ghana nel 1940 e sono partito per studiare illuminotecnica in Germania dell’est, ma prima ho dovuto studiare un anno il tedesco perché non lo parlavo. L’anno seguente ho iniziato a studiare camera, ottica, proiettori ecc… ho fatto pratica, ma poi mi sono detto: Non voglio fare l’ingegnere, voglio studiare cinema! Così con un esame sono riuscito a entrare alla Postdam Academy che era la più grande scuola di cinema in Europa, dove si studiava soprattutto il documentario. Poi ci sono stati vari problemi politici in Ghana così ho deciso di andare in Germania Ovest, ma là non c’erano scuole di cinema. Così mi sono trasferito a Vienna dove per entrare nell’Academy of Music and Arts ho dovuto passare un altro esame, ma fortunatamente avevo le carte in regola. Ho studiato a Vienna per due anni ed è lì che ho conosciuto il mio caro amico Fassbinder. La scuola di Vienna però era molto povera e così nel 1966 sono tornato in Germania dove ho dovuto fare altri esami per entrare nell’Academy for Film and Television a Monaco: qui ho studiato ed incontrato alcuni tra i miei amici più cari come Wenders ed Herzog. Ho finito la scuola in Germania in 1972 e sono rimasto li: ho lavorato molto, ho fatto dei film, ma nel 1977 ho deciso di tornare in Ghana dove ho lavorato come regista per la National Television fino al 1982. In Ghana ho trovato una situazione disastrosa, non c’erano soldi, non esistevano produzioni, e così ho iniziato a pensare al mio primo film, Kukurantumi the Road to Accra che fu un successo, e poi è stato seguito da Nana Akoto/Juju. Poi ho iniziato a lavorare a coproduzioni con la Germania, e con Herzog ho fatto Cobra verde. Per diversi anni mi sono impegnato nella produzione e ho collaborato molti film tra cui Anansi di Fritz Baumann e African Timber di Peter Bringmann. Il problema in Ghana è sempre il reperimento dei fondi per trovare i quali occorrono anni. Una volta scritta una sceneggiatura, in genere bisogna aspettare quattro o cinque anni per vederla realizzata.

Lei ha una casa di produzione in Ghana, potrebbe illustrare la situazione del cinema in Ghana?
Se l’industria cinematografica in Africa sta nascendo ora, in Ghana non esiste proprio. Durante il periodo del colonialismo, gli inglesi avevano fatto qualcosa creando il Ghana Film Industry, ma non c’erano altre strutture, quindi l’industria cinematografica praticamente non esisteva. Recentemente i giovani si sono svegliati e hanno iniziato a lavorare con le videocamere e soprattutto dall’introduzione del digitale hanno cominciato a fare film, ma come possiamo chiamarli film? Sono più che altro video, home movies. Si tratta di ragazzi che non hanno studiato cinema, non sanno molto dell’industria del cinema e dell’audiovisivo: gli hanno dato dei soldi, ma non l’arte, gli insegnamenti, la professionalità. Bisogna valutare se nei loro film parlano del Ghana, se cercano solo la fama, se sono veramente interessati a quello che fanno. A me questo lavoro non ha portato molti soldi, mentre ci sono diversi giovani registi più ricchi di me…

Crede che in Ghana il suo ultimo film verrà visto?
Sì, penso di sì.

Ma in televisione o verrà distribuito al cinema?
Quali cinema? In Ghana non esistono sale, come non esistono nella maggior parte dei paesi africani. I film si vedono in sale adibite a proiettare DVD o VHS e spesso non vengono programmati molto neanche dalla televisione: nella maggior parte dei casi i film vengono sponsorizzati dall’estero, e tutto ciò mi rattrista molto.

Pensa che il suo film piacerà in Ghana? Come crede che sarà accolto?
In Africa di solito non si vedono film realizzati in Africa, si vedono film fatti in Europa, in America, i musical indiani, insomma i film stranieri. Ora, da un po’ di tempo l’Africa realizza film sul suo corpo, le sue storie, ma alla fine di tutto si deve solo vedere se si parla di quello che definisco un buon cinema e un cattivo cinema: il cattivo è quello delle cartoline d’Africa. Spero che la situazione possa svilupparsi e diventare più seria, e spero che la gente comprenda la differenza tra i film buoni e quelli cattivi: un film non è africano solo perché è girato in Africa o perché c’è un attore nero che vi recita.

Perché ha deciso proprio di utilizzare la commedia per affrontare un tema come quello della morte e per mostrare le contraddizioni che ci sono in Africa?
Per prima sono stati girati così tanti film d’azione, con uccisioni e violenze, pieni di morti senza significato che credo tutti ne abbiano abbastanza! In secondo luogo penso che una persona che si diverte e non si annoia riflette meglio sui problemi dell’esistenza. Quando si sente parlare dell’Africa sui media, nei giornali, in televisione o dovunque, c’è solo il riferimento alla povertà, alla guerra, al colonialismo, alla corruzione, si affrontano solo gli aspetti negativi: la gente deve capire che anche noi siamo persone e che ci sono problemi ovunque. Io sorrido della mia situazione povera e triste perché dobbiamo anche divertirci nonostante tutte le difficoltà.

A proposito d’ironia, può spiegare il significato della bara a forma di aeroplano? Fa riferimento a una tradizione africana o è una sua invenzione?
No, non è una tradizione, né una mia idea. Spesso la gente costruisce le bare in base al lavoro che faceva la persona che è morta: per esempio se muore un aviatore magari si pensa che voglia continuare a pilotare e allora lo si mette in una bara a forma di aereo. Nel caso della madre di Esi la scena è totalmente simbolica: la donna avrebbe voluto volare, ma non ha mai avuto l’opportunità di farlo, così le prendono una bara con la forma di aeroplano, solo che non volerà nel cielo, ma volerà nella terra. Il cinema fa volare! È tutto simbolico: in Ghana ci sono molti pescatori e così molte famiglie per dare significato al lavoro che ha svolto un pescatore pensano a inumarlo in una bara a forma di pesce. Se muore uno che è un ubriacone la bara sarà una bottiglia! Oppure si pensa a fare bare a forma di animali: se in vita sei stato un uomo, una volta morto potrai essere un leone, o un uccello. Ora molti europei vengono in Ghana e comprano queste bare. È simbolico.

Qual è il suo metodo di lavoro, in particolare con gli attori: lavora con una troupe ghanese?
No, la troupe dei miei film è sempre mista. Guarda, fare un film è una cosa molto tecnica, credimi, il linguaggio è tecnica, il linguaggio è la macchina da presa. La cinepresa parla, vede, racconta e scrive: quindi la tecnica deve essere perfetta, e i miei amici di Monaco hanno un’ottima tecnica, sono grandi professionisti, perché non dovrei usarli? Li metto sempre insieme ai miei colleghi africani. Così la squadra è mista e ho trovato tutto molto interessante. Anche per gli attori è la stessa cosa: se le esperienze di lavoro precedenti di un attore sono valide allora potrà fare un buon film. Per esempio con Esi mi sono trovato molto bene, è una ballerina professionista ed anche un’attrice, la cosa l’ha aiutata ha essere sempre molto attenta e presente e questo ci ha permesso di lavorare bene. Per il personaggio di Asante, ho continuato a lavorare con David Donthon che avevo preso quando era ancora studente di teatro all’università per girare Kukurantumi. Abbiamo lavorato bene, e allora perché non continuare?

Ha fatto il montaggio del film a Roma…
Si, il mio produttore Wolfgang Panzer fatto molti film di successo tra cui Broken Silence [Panzer, 1995] che ha montato a Roma dove ci sono ottimi studi. Un amico ha chiesto a Claudio Di Mauro, che è un bravissimo montatore, di occuparsi di No Time to Die, anche se non c’erano molti soldi. Ho passato dei giorni molto belli a Roma.

Un’ultima domanda. Quali progetti ha per il futuro?
Ascolta, ho 66 anni, ed è molto difficile fare dei film: ci sono molti problemi, politici, economici. Se avessi più fondi forse continuerei, ma a queste condizioni no. In ogni caso, se dovessi mettermi a lavorare farei qualcosa di storico: ogni paese straniero che fa cinema ha film che parlano della loro storia ma non qui in Africa. Pensa agli americani con i cowboy, pensa all’Europa, all’Italia. Guarda Roma e pensa a Cleopatra oppure pensa ai film inglesi tratti da Shakespeare... All’Africa manca un filone storico, bisogna lavorarci e spero di poter dare un contributo in questa direzione.

Vai agli altri articoli sul 26. Festival International du Film d’Amiens

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