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La forza prorompente del silenzio

di Alice Casalini

Conversazione con Jillali Ferhati

Dopo aver finito il suo lavoro come giurato per il Concorso Lungometraggi del 26° Festival d’Amiens, Jillali Ferhati si è concesso al suo pubblico e abbiamo potuto finalmente incontrarlo dopo aver presentato il suo ultimo film Mémoire en détention a Panafricana 2006. Con il suo solito sorriso il regista marocchino al quale il Festival d’Amiens ha dedicato una retrospettiva completa, si lascia andare e davanti ad un caffè iniziamo a parlare.

Per prima cosa, come si è avvicinato al cinema? Perché l’ha scelto come mezzo d’espressione dopo aver fatto degli studi di letteratura?
Perché nella letteratura c’è della poesia, e il cinema è poesia. Perché ho fatto del teatro, perché amavo molto il cinema, dunque è come dire che è un amore che ho appreso naturalmente. Amo la letteratura e scrivere mi serve enormemente perché posso scrivere testi come le poesie, che amo molto, di Mémoire en détention. Trovo che il cinema riunisce un numero enorme di cose che non si potrebbero fare altrimenti: al cinema posso esprimermi contemporaneamente con la musica, la pittura e il teatro e trovo che sia un vantaggio straordinario.

La sua esperienza di attore e soprattutto quella in radio come hanno influenzato il suo lavoro di regista?
Per me è tutto un insieme: la radio mi ricorda cosa può essere l’assenza dell’immagine, parlare a dei radioascoltatori e trasmettere la mia luce, i miei colori, mentre l’esperienza del teatro, che è stata la mia prima, mi è servita enormemente. Ho una formazione d’attore, ho recitato in teatro e ho scritto commedie. Quello che mi ha spinto a vedere un legame intimo tra il cinema e il teatro è che il teatro ci sono duecento persone che guardano apparentemente la stessa cosa, ma ognuna fa un suo piano, osserva una cosa diversa: non vedono tutti la stessa cosa, c’è un montaggio che ogni spettatore fa da solo. Al cinema sei tu che devi imporre la tua visione allo spettatore.

Un elemento importante dei suoi film è il silenzio, è presente quasi fosse un personaggio… Nel suo primo film, Une Brèche dans le mur (1978) il protagonista è un ragazzo muto, ne La Plage des enfants perdus (1991) la ragazza viene rinchiusa e costretta al silenzio...
Il silenzio fa porre più domande, e come dico sempre, meno dialoghi ci sono in un film e più si rispetta il cinema. L’omaggio che possiamo fare al cinema è di non parlare troppo: o non siamo capaci di esprimere qualcosa attraverso le immagini e allora ricorriamo alla parola, oppure lasciamo parlare le immagini. C’è un esercizio che faccio abitualmente, anzi non è più un esercizio ma una sorta di riflesso naturale: quando vedo un film levo il suono, e cerco di vedere a che punto l’immagine può essere lo stesso esplicita. Credo che il silenzio riesca a far passare meglio le cose perché può essere violento, rassicurante. Quando stiamo in silenzio ci poniamo più domande, è per questo che credo che il silenzio al cinema sia indispensabile, vitale.

Un altro elemento fondamentale dei suoi film è l’acqua. Sia ne La Plage des enfantes perdus con la presenza del mare che in Mémoire en détention con la presenza importante della pioggia…
Si c’è la pioggia, c’è Mokhtar che annaffia le piante, c’è sempre l’acqua, ma anche in questo caso non so spiegarlo razionalmente: forse perché vivo in riva al mare, a Tangeri, dove s’incontrano l’Oceano Atlantico e il Mediterraneo, ed è una città dove piove molto, la città più piovosa del Marocco, e mi piace guardare la pioggia quando sono là. Ti racconto una cosa: quando ero piccolo avevo un patio in casa, uno spazio scoperto, e prendevo sempre una scatola di metallo che mettevo fuori, accanto alla finestra, per ascoltare il rumore della pioggia che batteva sul metallo: adoravo quel rumore. La presenza dell’acqua per me risale a molto lontano: il fatto che vivo sul mare, il fatto che adoro vedere cadere la pioggia… in generale amo molto più l’inverno che l’estate, è qualcosa d’inconscio. Tresses (2000) si chiude con l’immagine dei manifesti elettorali dei vari politici, molto colorati, incollati al muro, con la pioggia che fa colare tutto il colore e i manifesti che diventano bianchi: è un’immagine simbolica, come a dire che nessun partito ha un colore autentico, e l’acqua è lì per purificare le cose. Quindi l’acqua, la pioggia hanno un ruolo preciso, e in più nel cinema quando c’è la pioggia, questa dà una brillantezza particolare all’immagine…

Ha raccontato più volte delle storie al femminile. Cosa l’ha portata a guardare il mondo con gli occhi delle donne, ad esplorare il loro universo?
Vuol dire che amo le donne. I problemi degli uomini m’interessano poco, io so come può mentire un uomo: le donne m’interessano perché so che mentono, ma non so come. M’interessano molto di più, le donne sono molto più forti, soffrono molto di più, lo fanno sempre in silenzio, ma piangono, mentre l’uomo soffre ma non può piangere, deve restare un uomo. La donna è generosa, dona la vita, dona il suo corpo, il suo tempo, ho scoperto che il dolore del parto non può essere sopportato da un uomo, questo dimostra che la donna è ancora più forte dell’uomo. Nella società arabo- musulmana le donne, all’interno della casa, sono molto forti, hanno un potere enorme, il solo potere che può avere un uomo sulla donna è il potere fisico, se la picchia: rompere un braccio a una donna, o tagliarla e segnarla, non vuol dire avere un potere sulla donna, è piuttosto un segno di debolezza dell’uomo, perché dimostra che non può vincere su di lei con l’intelligenza. Poi, e questa è una cosa straordinaria, più parlo della donna e più scopro l’uomo.

Ieri ha parlato del rapporto tra padre e figlia, ma in Mémoire en détention in gioco è piuttosto il rapporto tra padre e figlio…
Si è un rapporto padre/figlio: il rapporto tra Mokhtar e Zoubeir è un modo di clonare in qualche modo la natura, è un film molto più sul rapporto padre/figlio, che un film apertamente politico, un film molto più sui sensi, che sulla politica. Che cos’è che il nostro corpo può ricordare? Si può ricordare una carezza, ma non si può ricordare come e perché è stata donata, perché questo chiama in causa un processo intellettuale. Quando una mano si posa su un’altra non è più un fatto intellettuale, è un contatto, è il corpo ora che si ricorda, quando ci sono delle cose che lo colpiscono, lo fanno sentire male, è il corpo che ricorda chi gli ha provocato dolore. Ho scelto quindi di non fare un film con slogan politici, ma piuttosto con il grido del corpo. È soprattutto questo che m’interessava: il bisogno del corpo, come avere un bambino, cercare il padre, vedere dove va, è questo il rapporto costante di un corpo a corpo nella propria esistenza.

Ma è comunque un film politico che analizza un momento particolare della storia del Marocco, quello dei cosiddetti anni di piombo. Perché ha scelto proprio ora di fare questo film e analizzare quel particolare momento storico?
Non ho tanto analizzato un periodo storico, ma ho dato piuttosto la possibilità di ripensare a quel momento, ma non attraverso dei dati storici, ma piuttosto attraverso la sofferenza. Il film è stato visto e distribuito in Marocco senza nessun problema, perché credo che ora sia ridicolo d’impedire a qualcuno di dire qualcosa: è veramente una cosa dell’altro secolo. Il Marocco ha fatto degli sforzi e credo che abbia vinto: nello spazio di sette anni ne abbiamo guadagnati venti anni, nel nostro modo di essere con noi stessi, nella concezione di politica, di democrazia e di libertà. C’è una sorta di coesistenza vitale, per cui si sente che si ha bisogno ciascuno dell’altro e la democrazia è anche questo, perché quando abbiamo bisogno gli uni degli altri, sappiamo anche dov’è la liberta degli uni e degli altri, la loro disponibilità, il loro valore e questo è un inizio di democrazia.

Per quanto riguarda l’immigrazione che lei ha affrontato in Chevaux de fortune (1995) cosa ne pensa, soprattutto in relazione al Marocco di oggi?
Io credo che il problema dell’immigrazione sia eterno, ci sarà sempre un movimento da una parte verso un’altra. Non ho fatto un film sull’immigrazione, ma ancora una volta mi piace parlare di un argomento senza prenderlo di petto, perché non posso farlo che come cineasta. Il cineasta è qualcuno che prende la natura e la ricostruisce, e la felicità di un cineasta è quando lo spettatore guarda il film e ritrova la realtà: è questo lo scambio che possiamo avere. Ho parlato d’immigrazione, ma il protagonista è qualcuno che abbandona il suo lavoro in Marocco, ha un sogno completamente stupido, assurdo, perché scommette sui cavalli e vuole andarli a vedere dal vivo. Attraversare il mare per vedere dei cavalli non è sufficiente per avere un permesso, andare al consolato e chiedere un permesso per vedere correre i cavalli è folle. Ma era un sogno, un sogno al limite di questa poesia assurda, ma allo stesso tempo era rivelatore: questi giovani che vanno all’estero, non sono solo dei giovani miserabili, che non hanno di che mangiare, qualche volta sono dei ragazzi che hanno un lavoro e lo lasciano perché pensano di andare a guadagnare di più, ma hanno solo da perdere, perdono la loro vita, muoiono in qualche modo, attraversare il mare per qualche dollaro in più è un rischio stupido, io credo che essere felici con qualcuno sia la ricchezza dell’altro, il rapporto nel quotidiano, quello che l’altro ti dice, e quello che non ti dice. Quando sento alla tv dei giovani che sono morti, dispersi, è orribile, dico sempre che un giorno il mare crollerà perché è pieno. E tutto questo perché? Perché c’è stato uno che è partito e ha subito guadagnato dei soldi, ha comprato la macchina, e gli altri lo guardano e dicono: guarda, è partito da sei mesi ed è tornato con una macchina…

Cosa pensa della cinematografia marocchina oggi? È un momento molto vivo e interessante…
Ho detto a un giornalista che il Marocco è un esempio vivente per tutta la produzione arabo-africana e anche in certi paesi occidentali si cominciano a porre domande su questa evoluzione. Ora in Marocco possiamo fare un film intero senza far uscire un euro dal paese, abbiamo tutto: laboratori, tecnici ecc… Oggi ci sono molti registi – algerini, siriani, senegalesi come Sembene – che fanno film in coproduzione con il Marocco. Trovano la qualità, ma a dei prezzi che sono meno della metà di quelli che troverebbero altrove, questo è molto vantaggioso e in più questa vivacità a livello tecnico è accompagnata anche da una presenza di cineasti, di tematiche, di crescita artistica. I cineasti marocchini si muovono a livello internazionale, ci sono film di qualità ed è molto importante e questo ha a che vedere con l’apertura del Marocco alla democrazia. Ora possiamo lavorare nella libertà assoluta e i cineasti marocchini sanno quali sono i loro limiti. A me comunque non interessa quello che è vietato, l’arte non può essere alimentata che da questa discrezione, perché quando pensi qualcosa di qualcuno, non gli urli in faccia quello che pensi, ma se lo guardi negli occhi e glielo fai capire è meglio: lo sguardo lo tradirà perché tutti sapranno quello che pensi di lui…

Nel 2006, ha vinto la Gazzella d’Oro a Panafricana, ora fa parte di una giuria e c’è una retrospettiva dedicata al suo cinema...
Il premio di Roma è la prova del momento vivace che sta vivendo il cinema marocchino, è un premio alla cinematografia marocchina in qualche modo. L’omaggio che mi fanno ad Amiens è un elemento di riconoscenza: può essere che l’omaggio sia prematuro, fa un po’ paura perché sembra dire che ho fatto tutto, ma non credo sia così. È un piacere ed un onore essere in una giuria, è valorizzante.

E ha già altri progetti…
Come sempre, ed è quello che mi lascia sperare. Sono in una fase di scrittura molto difficile, perché non so dove vado, qualche volta ho l’impressione che sia tutto molto chiaro, e il giorno dopo mi sembra tutto confuso.

Vai agli altri articoli sul 26. Festival International du Film d’Amiens

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