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La ricerca della felicità

di Gabriele Muccino

L’incolore, universale sogno del capitale

A chi appartiene il sogno sognato o, se volete, la felicità ricercata, in questo film numero cinque di Gabriele Muccino? A un uomo qualunque? A un americano? A un afroamericano? Analizzando The Pursuit of Happyness (La ricerca della felicità), interrogarsi sulla questione del punto di vista significa mappare un territorio assai articolato di soggettività in gioco – il vero protagonista della storia, l’attore/produttore di blockbuster, il regista newcomer –, e al contempo inquadrare il profilo della controparte speculare di questo soggetto plurale, vale a dire lo spettatore ideale che i soggetti si sono prefissi di raggiungere.

Ma andiamo per ordine. Questa storia inizia nel 2003, quando il produttore esecutivo Mark Clayman assiste per caso a una puntata dello show “20/20”, il cui protagonista è appunto un intermediatore finanziario nero, di successo, che si chiama Chris Gardner e racconta con toccante efficacia la sua ascesa, dai ghetti di Milwaukee alla borsa di San Francisco. Clayman drizza subito le antenne, chiama a raccolta i tre soci della Escape Artists, artefici di successi come Forrest Gump (id., 1994), che riescono a conquistare la fiducia di Gardner e di James Lassiter, co-direttore della Overlook Entertainment di Will Smith. È solo a questo punto, una volta che Smith si innamora della storia, che entra in gioco il nostro Muccino, raccomandato alla star afroamericana dall’attrice Eva Mendes, il quale vince la sfida della nutrita concorrenza, sostenendo che solo uno straniero può raccontare una storia come questa, che sembra riattualizzare l’archetipo del sogno americano. Il box office ha dato ragione a Muccino e a Smith, visto che il film, uscito negli States da meno di un mese, ha già incassato circa 130 milioni di dollari ed è tuttora ai vertici delle classifiche, mentre tutto lascia credere che il divo nero possa tanto aggiudicarsi il Golden Globe come migliore attore drammatico, quanto ambire alla nomination negli Oscar.

Siamo dunque a San Francisco nel 1981, agli inizi dell’era reaganiana. Gardner sbarca a malapena il lunario, vendendo costosi e superflui scanner ossei portatili a medici specialisti. Quanto guadagna non basta a coprire le spese dell’affitto e dell’asilo per il piccolo Christopher, tanto che da mesi la moglie è costretta a fare i doppi turni nella lavanderia dove lavora. Finché un bel giorno davanti alla borsa, Chris viene baciato dall’illuminazione di fare domanda per uno stage in uno dei più prestigiosi studi finanziari della città, Dean Witter. Pur di inseguire il suo sogno, sacrifica la moglie – sempre meno disposta a sopportare quelle che considera manifestazioni di inaffidabilità – ma non l’amatissimo Christopher, che farà di tutto per tirare su da solo. Chris si getta anima e corpo nello stage, pur sapendo che ha davanti a sé sei mesi non pagati e che solo uno su venti sarà assunto ma, assediato da poliziotti, creditori e agenti del fisco, finisce per condividere insieme al figlio la vita degli homeless di San Francisco, fra mense religiose e ricoveri.

Chris Gardner, quello vero, da quest’incubo che è il sogno americano per chi non ce la fa – e sono i più, nell’America di Reagan come in quella dei Bush padre e figlio –, si è risvegliato felicemente, e la sua straordinaria avventura è descritta nel romanzo autobiografico che porta il titolo del film ed in Italia è stato appena pubblicato da Fandango libri. A Muccino va riconosciuto il merito di ricordarci che a tanti, troppi, non è concesso svegliarsi, e il precipitare del protagonista lungo la piramide sociale non è descritto come un dantesco viaggio agli inferi, bensì come una drammatica ma concreta esperienza di vita ai margini, in compagnia di migliaia di dannati del capitalismo. Certo si rimane un po’ interdetti dall’immagine di un Muccino difensore del realismo integrale, nella scelta di ambienti (reali e non ricostruiti) e figure di contorno (veri senza dimora), e nella proposizione di modelli nobili, come il Chaplin di The Kid (Il monello, 1921) e il De Sica di Ladri di biciclette (1948) e Umberto D. (1952).

Finché il divo Smith, nella vivace conferenza stampa romana, non ci ricorda indirettamente quanto già De Sica fosse – forse dopo De Santis, e alla pari con Germi – il più hollywoodiano dei neorealisti, e così il cerchio si chiude, come a sparigliare, vanificandolo, il quesito d’apertura. Sul piano del metodo, non c’è dubbio che Muccino, con la sua drammaturgia calibrata su personaggi solidi e il suo filmage fluido e veloce, forse era davvero uno dei pochi a poter raccogliere la sfida di gettare uno sguardo esterno sul sogno americano. Ma eccoci ritornati alla questione del punto di vista. A chiederci chi sogna, o ricerca, cosa. Il sospetto è che Smith e soci si siano rivolti a un europeo per due motivi: da un lato, perché in tempi come questi forse solo un neofita di Hollywood poteva ancora ridare linfa a un simulacro stinto come il sogno americano; dall’altro, perché solo uno straniero poteva raccontare una storia afroamericana rimuovendo con una certa disinvoltura ogni connotazione razziale dal suo discorso sulla società.

Certo, a guardarla dal punto di vista dei produttori, si tratta di portare in primo piano l’universalità della storia di Gardner, di dare risalto a valori profondi come la paternità, la tenacia, la fiducia nei propri mezzi. Ma certo è paradossale che la questione razziale venga evocata nel film anzitutto dalla presenza consistente e vistosa a San Francisco della comunità asiatica – cinese è l’asilo privato dove Chris lascia ogni giorno il figlio e sul cui muro campeggia la scritta happyness con la ipsilon – piuttosto che come fattore di incidenza centrale nelle dinamiche di marginalizzazione economica e pauperizzazione del tessuto sociale. Insomma, se non ci fosse l’antipatico coordinatore dei masterandi che infligge con piacere quasi sadico commissioni umilianti a Chris, ci sarebbe da credere che tutti i boss della Dean Bitter non vedono l’ora di aprire le porte dell’azienda al primo broker nero.

Americano? Afroamericano? Universale? No, italiano. Il sogno di Chris – nella vita come nel film – nasce dalla visione di una Ferrari coupé 308 rossa. Altro che biciclette. La direttrice dello script, condizionata dalla presenza, ingombrante, del vero Gardner sul set, pesa come una sovrastruttura ideologica sul film, costringendoci a constatare, già al primo titolo di coda, che un conto è lottare per la sopravvivenza e un altro per l’affermazione di uno status sociale privilegiato. I dubbi sul senso di questa ricerca rimangono tutti, l’europeo Muccino non li nasconde se non a chi non li vuole vedere; in più, riscatta la sua personale ricerca di riconoscimento hollywoodiano con un sotterraneo ma efficace tour de force registico, visibile soprattutto nell’equilibrata direzione degli attori e nel rigore anticalligrafico che dà alla messinscena. Non possiamo chiedergli di ricordarci anche che Gardner è nero, visto che interessa poco anzitutto al suo protagonista/produttore.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsThe Pursuit of Happyness (La ricerca della felicità)
Regia: Gabriele Muccino; sceneggiatura: Steven Conrad; fotografia: Phedon Papamichael; montaggio: Hugues Winborne; scenografia: J. Michael Riva; costumi: Sharen Davis; musiche: Andrea Guerra; interpreti: Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith, Thandie Newton, Cecil Williams, Kurt Fuller; origine: USA, 2006; formato: 35 mm; durata: 117’; produzione: Todd Black, Jason Blumenthal, Steve Tisch, James Lassiter per Overbrook Entertainment/Escape Artists; distribuzione: Medusa; sito ufficiale: http://www.sonypictures.com; sito italiano:http://www.medusa.it

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