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Blood Diamond

di Edward Zwick

Tirare il sasso e poi…

Per quanto non si discosti troppo dai registri espressivi delle produzioni tipiche hollywoodiane, l’impianto rappresentativo di Blood Diamond si configura in modo molto complesso, andando a collocarsi nella proficua messe di kolossal correctly engaged che di recente ha popolato le nostre sale, dal recente L’ultimo re di Scozia, risalendo a The Constant Gardener fino a Hotel Rwanda. Un impianto rappresentativo che, come vedremo, si addentra con sempre maggior disinvoltura verso il territorio-tabù in cui realtà e finzione si confondono in una maniera del tutto particolare. Infatti, se al livello estetico la schiacciante predominanza della dimensione attoriale sulla dimensione registica e su quella pre e postproduttiva (soggetto, sceneggiatura, dialoghi, montaggio, doppiaggio) sbilancia la natura di Blood Diamond sul versante della grande comunicazione, piuttosto che su quello della complessiva qualità artigianale, dal canto suo il retroterra ideologico della rappresentazione si configura livello di senso sovrano.

Durante la guerra civile in Sierra Leone negli anni ’90, alimentata dalla vendita illecita di diamanti estratti dagli schiavi dell’esercito di ribelli (il R.U.F.), Solomon, strappato a sua moglie e ai suoi figli, costretti a fuggire dopo la distruzione suo villaggio, finisce schiavo in una grande miniera. Qui trova un diamante enorme, che diventa l’oggetto del desiderio di Danny Archer (Leonardo Di Caprio), un contrabbandiere che, con l’aiuto dell’esercito al quale procurava le armi, portava i diamanti in Liberia e da lì li vendeva. Danny offre a Solomon di ritrovare suo figlio Dia (Kagiso Kuypers), nel frattempo divenuto uno delle centinaia di migliaia di bambini-soldato nelle fila del R.U.F., in cambio della pietra. La giovane e intraprendente giornalista americana Maddy (Jennifer Connelly) ottiene a sua volta da Danny, una volta entrato in possesso del diamante, le prove per rendere pubblico questo scandalo.

Due sono – tra i molti – i fattori propulsivi su cui Blood Diamond fonda la sua immagine pubblica. Innanzitutto, la presenza di Leonardo Di Caprio, star di richiamo (inter)nazional-popolare, la cui presenza è spia di una concezione a-corale del film, imperniato su una cura nella resa stilistica dei personaggi che si concreta, in maniera particolare, nel taglio stretto delle inquadrature. D’altro canto, la componente solidale di impegno civile esplicitamente assunta dall’opera, sia nello stile (forte accento da réportage delle inquadrature, caratterizzate dalla marca stilistica ricorrente del crudo realismo), sia nelle tematiche (di per sé finalizzate a rompere il silenzio e l’ignoranza su un circolo vizioso economico che si espande a colpi di vite umane e bambini-soldato), sia in termini postproduttivi: il film si basa sulla storia recente, in merito al tema del commercio di diamanti provenienti da zone di guerra, non si carica di un impegno passivo limitandosi alla denuncia, e si fa promotore attivo. Da segnalare, in tal senso, lo spot sociale contro la fame in cui compaiono Jennifer Connelly e Djimon Hounsou (www.wfp.it).

Quest’immagine impegnata del film – surplus di valore commerciale – coincide con la quintessenza del suo apparato ideologico, ben più essenziale – mi si perdoni il gioco di parole – di quell’essenza impegnata e solidale. Una quintessenza che rientra a pieno titolo nell’analisi dei modi di rappresentazione del cinematografico, dal momento che il prodotto di questa commistione d’intenti non è altro che un’ulteriore identificazione – cronica, in certe espressioni del cinema contemporaneo – tra realtà e finzione.

Questa marca ideologica si concreta, ad esempio, nel tono delle riprese, che con grande equilibrio mescola il richiamo alle consuetudini (tele)visive del pubblico improntate su un tono da réportage giornalistico, con la natura artificiosa dell’ambiente di montaggio in cui queste immagini fanno la loro comparsa, ambiente riconducibile a un genere, l’action movie. Come spesso accade, la rappresentazione si costruisce al confine tra le aspettative/consuetudini del pubblico e il sottotesto drammaturgico insito nel trattamento dei materiali, dalla resa fotografica del profilmico al montaggio, agli effetti speciali, che giocano la loro parte decisiva nella ricostruzione di genere di un materiale sul quale il pubblico nutre un’inconsapevole aspettativa. Ecco che allora la crudezza delle immagini perde in gratuità e si innesta sul senso di colpa congenito – soprattutto dinanzi alle immagini strazianti del Terzo Mondo – dello spettatore odierno.
Nulla da eccepire, dunque, sui nobili scopi manifestati da Blood Diamond. Ma solidarietà e impegno sono tanto più lodevoli quanto più incontrano la consapevolezza critica di chi ne fruisce.

Simone Moraldi

Cast & CreditsBlood Diamond (Blood Diamond - Diamanti di sangue)
Regia: Edward Zwick; soggetto: Charles Leavitt, C. Gaby Mitchell; sceneggiatura: Charles Leavitt; fotografia: Eduardo Serra; montaggio: Steven Rosenblum; scenografia: Olivia Bloch-Lainé; costumi: Ngila Dickson; musica: James Newton Howard; interpreti: Leonardo Di Caprio, Djimon Hounsou, Jennifer Connelly, Kagiso Kuypers, Arnold Vosloo, David Harewood, Jim Mistry, Michael Sheen, Marius Weyers, Stephen Collins, Ntare Mwine; origine: U.S.A., 2006; formato: 35 mm, 1.85, Dolby digital; durata: 143’; produzione: Edward Zwick, Paula Weinstein, Gillian Gorflin, Marshall Herskovitz per Spring Creek/Bedford Falls, in associazione con Initial Entertainment Group; distribuzione: Warner Bros; sito: wwws.warnerbros.it/blooddiamond/

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