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Una scultura interminabile

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Newton I. Aduaka

Abbiamo incontrato e intervistato Newton I. Aduaka che ha presentato il suo ultimo film, Ezra, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, dove il film ha avuto il Premio del Pubblico.

Ieri sera, presentando il film alla proiezione ufficiale qui al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, ha detto che è la prima volta che lavora per così dire su commissione. Il progetto di "Ezra" nasce infatti da una proposta di Arte
In realtà mi hanno semplicemente detto che conoscevano il mio lavoro e volevano facessi un film sui bambini soldato. È la prima volta che parto da un finanziamento sicuro e non devo andare a cercare soldi a destra e a manca, come faccio dal 1990. Non hanno voluto entrare nel merito della storia, mi hanno solo dato dei parametri sul piano operativo.

Però è riuscito a impadronirsi di questa storia, trovando il modo di investire nel lavoro anche la carica di un vissuto personale doloroso…
In effetti, quando ero in fase di scrittura, dentro di me si è risvegliato il ricordo di esperienze che credevo dimenticate. Sono nato nel 1966, mentre nel nord della Nigeria infuriava la guerra del Biafra. A tre anni ricordo che con i miei scappavamo da un fronte all’altro e ho conservato la sensazione dei rumori, delle grida, e soprattutto di quello che provavo. Quando si è piccoli, non c’è niente di più destabilizzante del vedere i tuoi genitori in preda alla paura. Ho cercato di trasmettere al pubblico questa paura uscendo dalla trappola del film a tema sui bambini soldato. Abbiamo investito due anni nella ricerca di base. Dopodichè con Alain-Michel Blanc abbiamo scritto una sceneggiatura molto ricca, tecnicamente perfetta, e ho avuto così il via libera di Arte. Non ero del tutto convinto però, allora sono allora partito per la Sierra Leone, e questo viaggio mi ha cambiato. Ho incontrato e visto vagare con lo sguardo completamente perso tanti ex-bambini soldato che dopo anni di combattimento, in cui credevano in alcuni ideali, sono stati congedati all’improvviso e abbandonati a loro stessi.

La sceneggiatura originale era molto ricca di personaggi
Sì, però, dopo il viaggio in Sierra Leone, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio concentrare l’attenzione su Ezra, senza rinunciare ad affrontare quei motivi che del resto in qualche modo erano già presenti in Rage. Parlo dell’amicizia, la morte, la violenza, l’intimidazione, la negazione del sogno, lo sfruttamento dell’ignoranza, l’ideologia come strumento di manipolazione.

Ezra è un bambino che a 7 anni viene rapito e assoldato dalla Blood Brotherhood, un gruppo di ribelli di ispirazione radicale. Colpisce la sottigliezza con cui riesce a esprimere le ragioni originarie del gruppo: quando il capo Rufus parla di servizi gratuiti e giustizia sociale possiamo diffidare, ma quando lo fa Mariam, coetanea di Ezra e figlia di un intellettuale dissidente che si è volontariamente arruolata, si capisce che crede in quello che dice.
In realtà anche Rufus ci crede. Il problema è che fa quei discorsi a dei bambini, che per la maggior parte sono stati rapiti e arruolati a forza. Mariam invece eredita un sogno dal padre e affronta dei sacrifici per difendere quello in cui crede. D’altra parte non mi interessa costruire dei personaggi a senso unico, come in un film di Hollywood. I miei sono tutti abitati da un dilemma interiore e vivono in una realtà complessa, piena di conflitti, dove i segni dell’eredità coloniale sono ancora tutti presenti e visibili.

Come in "Rage", la struttura narrativa è frammentaria, ellittica, piena di buchi neri. L’impressione è che questa costruzione sia più il risultato di un lavoro al montaggio che di una sceneggiatura definita al minimo dettaglio.
Assolutamente. Ho cercato di creare un tessuto sulla base di una serie di punti, ma volevo che lo spettatore potesse capire i collegamenti in modo non meccanico e poi ho volutamente lasciato una struttura aperta. Durante le riprese diverse cose sono state improvvisate, come l’episodio dell’uccisione del bambino, appena dopo il rapimento di Ezra. Al montaggio la riscrittura è continuata. Per me è un processo di creazione continua, come nella scultura. Mi piace molto Giacometti, come lavora, tormenta i materiali cercando la forma più pura. Anch’io sono un po’ ossessivo e perfezionista come lui.

Ma la scelta di non ancorare il plot a un contesto storico-ambientale preciso, come il Sierra Leone, è stata chiara fin dall’inizio?
Quella sì, perché purtroppo conflitti simili, legati allo sfruttamento di risorse naturali come il petrolio o i diamanti, sono accaduti e accadono un po’ ovunque, in Angola, in Mozambico, in Sudan.

Tanto più che ha girato in Ruanda. E forse non è un caso che a un certo punto nel film i membri della Blood Brotherhood chiamano i nemici dell’ARDP «cockroaches» come gli estremisti Hutu chiamavano i Tutsi.
Sì, ma non volevo fare riferimenti troppo espliciti al genocidio ruandese, sempre per rimanere in una prospettiva generale.

Il modello di “Sometimes in April” di Raoul Peck mi sembra ben presente. Per tutto il film mi è parso di ritrovare l’approccio intimo ed emozionale che Peck ha dato al suo racconto.
In Peck si sente però anche l’esigenza di documentare, ricostruire un evento in modo accurato. Io non volevo invece rimanere limitato a una cornice storico-ambientale troppo precisa.

Che cosa pensi invece di “Blood Diamond” e più in generale dei film hollywoodiani recenti sull’Africa? Secondo te possono servire alla causa, per così dire, o l’Africa rimane solo una carta da giocare per arrivare all’Oscar?
Secondo me questi film esprimono un’ondata di revisionismo pericoloso perché raccontano l’Africa sempre dal punto di vista dei bianchi. Prendi Blood Diamonds: perché dovrei dispiacermi per quello che soffre un mercenario rhodesiano che sfrutta gli africani? Anche in The Last King of Scotland, il personaggio del dottore è stato completamente inventato. Poi certo sì, denunciare i traffici di diamanti va bene, però gli africani rimangono sempre ai lati della scena, mentre i bianchi si baciano o si sparano. In questo modo Hollywood sta riscrivendo la storia africana. Forse non è un’operazione consapevole, ho il sospetto però che lo sia, e poi sono questi i film che la gente vede e rimangono.

Nel tuo film c’è un riferimento preciso a un classico della letteratura africana moderna, “Things Fall Apart” di Chinua Achebe.
Sì, Ezra parla del personaggio di Ikemefuma. È in sostanza un bambino che viene manipolato e ucciso, sacrificato senza averne consapevolezza.

Il tuo prossimo film è tratto invece proprio da un romanzo, “Waiting for an Angel” del nigeriano Helon Abila. A che punto è la preparazione?
È un progetto che ho portato avanti in parallelo a Ezra, ma abbiamo dovuto interrompere. Adesso devo riprendere a pianificare la produzione. Spero di girare all’inizio dell’anno prossimo. Sarà il film del ritorno a casa, in Nigeria. Non potevo pensare di raccontare quello che è successo negli ultimi quindici anni visto che non ci sono stato. Però questo romanzo, che è ambientato negli anni del regime di Abachi, tra manifestazioni e ondate di arresti, mi ha aiutato a rispondere alla domanda che mi porto dietro da anni, sul perché ho dovuto lasciare il mio paese.

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