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L’intercultura vista con un sorriso

di Alice Casalini

Conversazione con Francesco Falaschi

Lo scorso 13 aprile è uscito in Italia con circa 150 copie Last minute Marocco, secondo lungometraggio diretto da Francesco Falaschi. Il regista toscano si è avvicinato al cinema come critico: si è infatti laureato in storia del cinema a Firenze, ha collaborato con diverse riviste specializzate, tra cui "Segnocinema", e solo in un secondo momento è passato dietro la macchina da presa. Dopo alcuni cortometraggi, tra cui Furto con destrezza (1997) e Quasi fratelli (1998), nel 2002 realizza il suo primo lungometraggio, Emma sono io. Tre anni dopo, Falaschi viene contattato per la regia di un soggetto di Carla Casalini, Last minute Marocco: ancora una commedia, come è nelle sue corde, e ancora un film sulle metamorfosi e i cambiamenti della e nella vita.
Alla proiezione di Last minute Marocco è seguita la conferenza stampa con il cast artistico. La maggior parte delle domande, visto il tema centrale del rapporto tra padri e figli, sono state rivolte ai giovani interpreti e a Valerio Mastandrea. Francesco Falaschi si è trovato invece a dover difendere in qualche modo Last minute Marocco da chi aveva visto nel film uno sguardo paternalista nei confronti della generazione dipinta, e chi ha percepito un eccessivo esotismo nel descrivere il Marocco. In seguito alla conferenza stampa, abbiamo avuto la possibilità d’incontrare Francesco Falaschi per approfondire il rapporto con il Marocco, il lavoro che c’è stato intorno alla scelta di questo paese e per riflettere insieme su alcuni temi particolari, quali il confronto tra diverse culture.

Il suo primo rapporto con il cinema è stato come critico e solo in un secondo momento come sceneggiatore e regista. In quanto critico, come si è rapportato con Last minute Marocco che è il primo film del quale non ha scritto il soggetto, e per il quale è stato chiamato a lavorare?
Il film mi è stato proposto da Cinema IDF, era un soggetto di Carla Casalini. Io trovo giusto che un regista abbia la possibilità all’interno di un’industria cinematografica sana, o comunque che esista, di lavorare su progetti che non partano necessariamente da lui, e Last minute Marocco aveva degli elementi che mi appartenevano: l’idea del viaggio, il Marocco, che per me è una delle terre più interessanti proprio visivamente e per l’atmosfera, il rapporto padri/figli e in particolare lo sguardo reciproco del padre sul figlio e del figlio sul padre. Questi temi già appartenevano alle mie riflessioni, ai miei progetti. Il soggetto aveva delle parti più sentimentali e melodrammatiche e io, scrivendo la sceneggiatura, l’ho portata più dalla mia parte, che è quella della commedia leggera. Il soggetto era interessante, ma aveva delle zone che mi appartenevano meno: via via, scrivendo la sceneggiatura e poi con la realizzazione penso di aver realizzato un film su “commissione”, ma mettendoci una parte di me nel tono e nelle cose che mi piacciono di più.

Ha parlato del Marocco come terra interessante visivamente, ma oggi il Marocco ha una cinematografia molto vivace, è una delle più prolifiche e interessanti al momento in Africa: durante il periodo delle riprese avete avuto modo di incontrare registi, o di avere scambi cinematografici, o più in generale se e quanto conosce del cinema marocchino?
Io conosco dei film sul Marocco, come Ideus Kinky (Ideus Kinki – Un treno per Marrakesh, 1998) con Kate Winslet e Said Taghmaoui, ed è un film che mi è piaciuto molto. Poi ho visto delle sequenze del film A Casabalanca gli angeli non volano (Al Malaika la tuhaliq fi al-dar albayda, 2004) di Mohamed Asli, che è anche il produttore esecutivo del nostro film. Diciamo che qualcosa l’ho appreso dai film, ma si cerca sempre di avere uno sguardo personale, che si rifaccia al proprio modo di vedere il cinema. Molto interessante però è stato lo scambio con la scuola di cinema a Ouarzazate, con delle persone molto in gamba, come Rabi el Jawari, l’aiuto regista che nel film interpreta il barista dell’Hotel dove Sergio alloggia a Marrakesh.

Anche in conferenza stampa hanno sottolineato questo sguardo esotico sul Marocco, che in effetti è presente, ma un elemento che potrebbe essere interessante è che molti film che affrontano il tema dell’integrazione e del confronto tra culture diverse spesso lo fanno girando in Europa, e parlano quindi del métissage europeo, mentre in Last minute Marocco i temi che possono essere ricondotti a questo genere che attraversa trasversalmente l’Europa e che inizia ad avere qualche accenno in Italia, vengono trasportati e affrontati direttamente nel “paese d’origine”. Quanto è stata studiata e pensata questa scelta?
Il nucleo del film è la storia di Sergio, del padre interpretato da Valerio Mastandrea, e poi ho voluto lavorare anche sullo sguardo reciproco nel rapporto tra padre e figlio. Nel soggetto di partenza l’accento era molto più spostato sul padre e serviva a sviluppare il tema dell’uomo alla ricerca di una seconda chance con una donna molto diversa. Poi questo tema è diventato più labile, perché m’interessava di più mischiare le carte, volevo che fosse una storia più collettiva e che ci fossero i giovani: io ho sempre questa tendenza a mettere al centro i giovani. La domanda sul paternalismo che mi hanno fatto in conferenza stampa non l’ho capita, perché abbiamo lavorato seriamente sul tema dei giovani. Certo è un film che ha alcune superficialità, perché è una commedia leggera, ma da qui a dire che lo sguardo sui giovani è paternalistico…

C’è anche un altro padre nel film, quello di Jasmina. Il rapporto padre/figlia si ritrova in molti film del métissage europeo, come dicevamo prima, che mette a confronto non solo i padri e i figli, ma anche la prima e la seconda generazione d’immigrati. Anche in questo caso cambia l’ambientazione e si torna al paese d’origine, ma non cambiano le dinamiche, e nonostante quella del padre di Jasmina sia una figura secondaria, nel film viene delineata con una certa cura. Come avete, anche in questo caso, studiato e costruito la figura del padre?
La figura del padre di Jasmina è sicuramente importante e ben recitata, ma la parte di rinforzo del padre e dei ragazzi nella sceneggiatura è stato un momento di scrittura veloce, perché vicina al momento delle riprese.

Ma come avete sviluppato questi personaggi, che tipo d’indagine avete fatto per approfondire e costruire la figura del padre e, più in generale, dei personaggi di origine marocchina del film?
La sceneggiatrice aveva fatto già delle ricerche, poi c’è stato il viaggio in Marocco durante la stesura della sceneggiatura, ma io in particolare ho intervistato a lungo una ragazza marocchina che si è sposata con un mio amico: lei ha quattro sorelle che hanno avuto storie molto diverse e ha anche commentato il primo soggetto... e quindi lei è stata importante. Poi ho raccolto anche altri racconti, commenti utili, anche perché con poche settimane in Marocco è difficile farsi un’idea complessa e quindi sono molto importanti le testimonianze dirette. Ad esempio anche per la storia di Tamu, la donna berbera: sembrava la cosa più romanzesca del film, poi invece attraverso racconti di amici che avevano conosciuto delle donne berbere, ha assunto una sfaccettatura più complessa... Una di queste donne ad esempio ci ha detto che, in fondo, con il velo è più libera, in quanto può fare quello che vuole, perché solo una donna riconosce un’altra donna sotto il velo.

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