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Images et démocratie

di Guido Convents

Congo, per un cinema da (re)inventare

Partiamo da una provocazione. Se andate sul sito di IMDB e fate una ricerca sulla pagina Power Search per trovare i film di produzione congolese, digitando Congo (27 titoli) e poi Zaire (9 titoli), vengono fuori un totale di 36 film. Sfogliando scheda per scheda, ci si rende poi conto che si tratta perlopiù di corti, mediometraggi o film girati da registi stranieri in Congo. Anche ad aggiungere Juju Factory (2006), la recente opera prima girata a Bruxelles da Balufu Bakupa-Kanyinda e presentata in concorso al Fespaco di quest’anno, si superano a malapena le 10 unità. Sia detto senza ironia ma nutro una profonda ammirazione per Guido Convents, codirettore dell’Afrika Film Festival e autore di Images et démocratie, documentatissima monografia di 487 pagine, relative a una delle cinematografie numericamente meno ricche dello scacchiere africano.

In realtà, a sfogliare l’indice e le prime pagine, ma ad indicarlo è già il sottotitolo (Les Congolais face au cinéma et à l’audiovisuel), lo studio è in realtà una sorta di storia dell’interminabile marcia del popolo congolese verso la conquista del diritto ad avere una produzione cinematografica nazionale, marcia le cui sorti vengono opportunamente accostate già nell’introduzione, riprendendo una felice intuizione del regista Mweze Ngangura, ai destini più generali della democrazia in quella che da qualche anno è stata ribattezzata Repubblica Democratica del Congo. Negli otto capitoli in cui si articola il volume, vengono passate in rassegna tutte le tappe più importanti di questa epopea coloniale e postcoloniale, dalle prime spedizioni cinematografiche (fallite) di fine Ottocento fino ai primi vagiti di una nascente mini-industria dell’audiovisivo, legati allo sviluppo del digitale. Il che vuol dire che larga parte dello studio è dedicata all’impatto che il cinema ha avuto, nel susseguirsi delle tormentate fasi della storia del paese, sul pubblico locale. Il cinema che i congolesi potevano vedere, realizzato cioè spesso sul luogo da (non)attori e maestranze locali ma prodotto e diretto da stranieri.

Scopriamo così che fino agli anni Sessanta, buona parte dei film realizzati sul territorio congolese, che fossero documentari didattici o opere di finzione, corti o lungometraggi, erano opera di missionari belgi, che operavano per conto di compagnie legate a doppio filo all’amministrazione coloniale oppure private, spesso curando la distribuzione e persino la diffusione attraverso proiezioni nei villaggi. Stralci di questi grotteschi, a volte edificanti, a volte caricaturali docudrama degli anni Cinquanta, girati a colori e in 16 mm dall’abate André Cornil e dal padre Alexandre Van der Heuvel sono stati inclusi nel piccolo saggio dedicato dal regista Guy Bonyamana Zandu (La Mémoire du Congo en peril, 2005) e mostrato a Panafricana 2006, come testimonianza illuminante di un (lungo) periodo della storia locale in cui le politiche educative e culturali sono state completamente delegate alle numerose missioni cattoliche presenti sul territorio, di fatto organicamente impegnate nel sostegno al governatorato di Leopoldville (come allora si chiamava Kinshasa), alle dipendenze del governo centrale belga.

È quantomeno istruttivo, in tempi come questi di confessionalismo di ritorno, ripercorrere sulle pagine ricche di aneddoti e resoconti di Convents la microstoria coloniale di un paese in cui la segregazione e il razzismo istituzionale si riflettevano nello stesso consumo cinematografico, impegnando registi missionari e autorità in lunghe dispute sui presunti criteri del cinema più adatto ai sudditi congolesi, accuratamente tenuti lontani dalle sale o dagli spettacoli frequentati dal pubblico bianco, perché certi film europei o americani non sarebbero stati adatti alla loro mentalità cronicamente infantile o, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto mettere a rischio l’immagine della potenza coloniale. Come Tam Tam Mayumbe, girato nel 1955 nell’Africa Equatoriale Francese da Gian Gaspare Napolitano e interpretato, oltre che da Charles Vanel, dall’algerina Kerima e da Pedro Armenadariz, da un non ancora divo Marcello Mastroianni. Bisognerà aspettare il 1962, un anno dopo l’uccisione di Patrice Lumumba, per vedere a Cannes il primo film che batte bandiera congolese, Konga Yo, per poi scoprire che è diretto ancora da uno dei campioni del cinéma de papa, Yves Allegret, tornato metaforicamente qualche anno dopo sul luogo del delitto con il tv movie italo-tedesco Orzowei (1976).

Dopo alcuni cortometraggi, il primo lungometraggio arriva in realtà solo nel 1972, con Pour une infidélité dell’autodidatta Ndoma Lwele Mafuta Nlanza, un dramma sul problema della poligamia. Il Congo si chiama ormai da qualche anno Zaire ma Mobutu non sembra granché interessato a promuovere la nascita di una cinematografia nazionale. È infatti solo nel 1986 che nella rete dei festival internazionali si comincia a parlare di Zaire, quando arriva il ciclone La Vie est belle. La frizzante commedia musicale diretta a quattro mani dal debuttante Mweze Ngangura e dal belga, suo ex-maestro all’IAD di Bruxelles, Benoît Lamy, interpretato dalla popstar Papa Wemba, finisce, debitamente piratata in copie VHS, nelle case di migliaia di famiglie dell’Africa subsahariana. Ricalcato sul vissuto personale dell’inteprete, la commedia segue le mosse di un aspirante cantante che sbarca a Kinshasa dal villaggio in cerca di fortuna e amore, che immancabilmente trova, al termine di una serie di peripezie.

Nonostante il successo panafricano del film d’esordio, ormai esule in Belgio, Ngangura ha dovuto aspettare il 1997 per girare Pièces d’identité e il 2005 per chiudere la sua terza cinecommedia, Les Habits neufs du gouverneur. Né più fortuna hanno avuto i filmmaker della generazione successiva, che, nati nello Zaire di Mobutu, negli anni Ottanta hanno quasi tutti preso forzatamente armi e bagagli e si sono trasferiti in Belgio o in Francia. Tra questi, una menzione particolare spetta all’attore-regista Zeka Laplaine, autore dell’asciutto kammerspiel Le Jardin de papa (2003) e del recente crito-homemovie Kinshasa Palace (2006); e al ribelle Balufu-Bakupa Kanyinda, che dopo diversi documentari e corti di pregio, tra cui quel piccolo gioiello di humor nero e politico che è Le Damier (1996), ha esordito, anch’egli in totale regime di autarchia produttiva, con l’anarchico pamphlet Juju Factory. È su di loro, insieme al pioniere dell’animazione Jean-Michel Kibushi e all’ultimissima generazione, composta in larga parte di cineasti della diaspora (Adamo Kiangebeni, Monique Mbeka-Phoba, Claude Haffner), che riposano le speranze per una (ri)nascita del cinema in Congo, alimentata da un (medi)attivismo nella produzione audiovisiva (si pensi ai lavori di Petna Ndaliko Katondolo) che fa ben sperare nella nascita di un mercato locale che possa garantire visibilità e continuità di lavoro a questi nuovi talenti.

Leonardo De Franceschi

Guido Convents
Images et démocratie. Les Congolais face au cinéma et à l’audiovisuel
Kessel-Lo, EPO/Afrika Filmfestival, 2006, 487 pp.

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