title_magazine

Las mil y una imágenes del cine marroquí

a cura di Alberto Elena

Le mille e una immagine del cinema marocchino

Nonostante la produzione cinematografica marocchina abbia una storia giovane – appena quattro decenni – e non superi i duecento lungometraggi, da diversi anni il cinema del Marocco si è affermato in patria e all’estero, facendo addirittura parlare di una “nuova onda”. Una nuova generazione cinematografica che viene celebrata nei festival internazionali (a Cannes e Venezia, ad esempio) e testimoniata dai numerosi appuntamenti cinematografici marocchini, tra cui il Festival del Cinema Nazionale – che si terrà quest’anno a Tangeri, ad ottobre – e il Festival Internazionale del Cinema di Marrakech, che si svolgerà a dicembre.

E proprio una recente retrospettiva dedicata al cinema marocchino – nell’ambito del Festival International de Cinema de Las Palmas de Gran Canaria – ha offerto l’occasione al curatore, il professore e critico spagnolo Alberto Elena, di fare un punto sulla storia e sulle prospettive del cinema in Marocco. Il volume, ben curato e ricco di materiali biblio-filmografici, affronta come in un caleidoscopio le mille immagini del Marocco che ci vengono offerte dai suoi film e dai suoi autori, ma anche i diversi livelli di lettura possibili su questo cinema in movimento: da un punto di vista storico, critico, politico, mediologico.

E’ lo stesso Elena ad aprire il capitolo storico, con un’interessante ricostruzione del periodo coloniale marocchino: al di là del mito del Marocco come luogo deputato di set cinematografici dal gusto esotico da tutto il mondo, è singolare e di grande importanza valutare il diverso impatto cinematografico che hanno avuto in terra coloniale il protettorato spagnolo e quello francese. Una presenza – quella spagnola – che, come nota Elena, è stata mitizzata e propagandata per fini politici, soprattutto nell’epoca franchista, ma che non si è tradotta in campo cinematografico in una vera e propria politica culturale capace di investire l’esercizio, la produzione e la distribuzione. Basti pensare che nel 1950 erano solo una ventina le sale cinematografiche del protettorato spagnolo, contro le ottanta del Marocco francese, le sessanta della Tunisia e le duecentotrenta dell’Algeria. Per non parlare dello sforzo legislativo e istituzionale, del tutto assente: per la Spagna, conclude Elena, il cinema non ha rappresentato un ruolo culturale di primo piano, come per altri paesi coloniali.

Non è un caso che la nascita del cinema marocchino, dopo l’indipendenza, sia dovuta in gran parte alla presenza ed all’attività di sostegno del Centre Cinématographic Marocain (CCM), fondato nel 1944 dalle autorità coloniali francesi. Il saggio di Roy Armes traccia per grandi linee la storia del cinema marocchino, evidenziandone tendenze, rotture e innovazioni. Se negli anni Sessanta, il CCM ha sostenuto soprattutto la produzione di cortometraggi “informativi” sulla sanità, l’educazione, l’agricoltura, questo approccio sociale al cinema è manifesto anche nei primi veri e propri lungometraggi: Vaincre pour vivre (Mohamed Tazi e Ahmed Mesnaoui, 1968), Quand murissent les dattes (Abdelaziz Ramdani e Larbi Bennani, 1968) e Soleil de printemps (Latif Lahlou, 1969). Gli anni Settanta segnano il debutto di registi importanti, tra cui Souheil Ben Barka (Les mille et une mains, 1972), Ahmed El Maanouni (O les jours!, 1978), Jillali Ferhati (Une brèche dans le mur, 1978) e Moumen Smihi (El Chergui ou le silence violent, 1975); mentre negli anni Ottanta compare per la prima volta una legge di sostegno alla produzione cinematografica, con l’introduzione del famoso fondo di sostegno alimentato da una tassa speciale sui biglietti cinematografici e amministrato dal CCM.

Negli anni Ottanta bisogna ricordare soprattutto il debutto di Hakim Noury (Le Facteur, 1980), Farida Benlyazid (Une Porte sur le ciel, 1987) e Mohamed Abderrahane Tazi (Le Grand voyage, 1981). Con la nuova legge sul cinema, nel corso di otto anni sono stati finanziati ben 34 film; ma nel 1987 la legge è stata migliorata, introducendo due tipi di aiuto: alla pre-produzione, sulla base della sceneggiatura, e sulla post-produzione, dopo le riprese. Gli anni Novanta segnano il rilancio della produzione cinematografica, che si assesta sui quattro film per anno e raccoglie per la prima volta anche un certo pubblico marocchino. Un decennio che vede la conferma di tutti i principali autori marocchini, ma anche opere prime. Da segnalare soprattutto i primi passi di Abdelkader Lagtaa (Un Amour à Casablanca, 1991) e di Nabil Ayouch che firma nel 1997 con Mektoub il film che ha fatto parlare di una nouvelle vague marocchina. Nuova ondata cinematografica che si conferma nel nuovo secolo, con una rinascita in gran parte femminile (Narjiss Nejjar, Yasmine Kassari, Laila Marrakchi) e con autori celebrati all’estero e in patria (Daoud Aoulad Syad, Faouzi Bensaidi, Mohamed Asli, Hassan Legzouli e Ismail Ferroukhi).

Ma quali sono i segni stilistici più caratteristici di questi nuovi e giovani autori? Su questo si concentra l’analisi di Giuseppe Gariazzo, che introduce il capitolo più propriamente critico del volume. Se è la provenienza dal cortometraggio – come laboratorio di ricerca e sperimentazione – ad accomunare tutti questi nuovi sguardi sul Marocco, è vero anche che le opere di questa nouvelle vague si caratterizzano per uno sguardo molto personale, che esprime un’idea del linguaggio e della narrazione molto coerente e insieme diversificata. Faouzi Bensaidi (Mille mois, WWW-What A Wonderful World) è forse il più innovativo ed originale, con un linguaggio che coniuga una sapiente esplorazione dello spazio – reale e virtuale – con un gusto teorico, umoristico e sovversivo. Mentre le due registe di punta – Yasmine Kassari (L’Enfant endormi) e Leila Marrakchi (Marock) – si muovono su un senso di spaesamento che lavora sui generi cinematografici e trae spunto dalla contraddizioni fra tradizione e modernità di un paese insieme rurale e metropolitano.

Se è vero che il cinema marocchino contemporaneo è soprattutto un cinema dello spazio, due film in particolare sono un vero e proprio invito al viaggio: fisico e simbolico, letterale e mentale. Un movimento centrifugo, alla ricerca di altri paesi in cui ritrovare la propria appartenenza culturale, come nel caso di Le grand voyage di Ismael Ferroukhi. Oppure un ritorno a casa, un movimento centripeto sulle tracce dei ricordi personali e delle radici familiari e sociali, come nel film di Hassan Legzouli, Tenja. In entrambi i casi un cammino segnato dalla morte e dall’incontro/scontro generazionale, quasi a voler segnare anche anagraficamente un nuovo inizio in Marocco.

Lo spazio come tratto distintivo e insieme unificatore del cinema marocchino è anche la chiave di lettura proposta dal nostro Leonardo De Franceschi, che già nel suo studio universitario - poi pubblicato da Bulzoni - sullo spazio nel cinema del Maghreb (vedi la presentazione su Cinemafrica) aveva sottolineato l’importanza dello spazio come luogo deputato a far deflagrare le contraddizioni sociali, politiche e culturali. Qui De Franceschi indaga soprattutto sull’immagine della città nei film marocchini, notando come anche in questo caso si possa parlare di una rottura delle nuove generazioni. Dalle riflessioni consolidate sul conflitto fra città e campagna, sull’emigrazione interna o sull’opposizione tra medina e ville nouvelle, si passa a un approccio più eterogeneo e contaminato, in cui le città e gli spazi extraurbani diventano laboratori personali di indagine su una realtà in movimento e vengono guardati e mostrati in modo diverso, più libero.

Del resto, approccio estetico ed analisi sociale si intrecciano spesso nei film marocchini: una tendenza che negli ultimi anni si è espressa in maniera più libera anche grazie a registi che hanno avuto il coraggio di riflettere sulla transizione e l’alternanza politica dopo gli anni di piombo marocchini, in un “paese in transe” sociale, come lo definisce nel suo saggio Bernabé Lopez Garcia. Un’acuita attenzione alle trasformazioni sociali e politiche ed alle aspettative della società civile marocchina, che molto probabilmente ha avuto influenze positive anche sul pubblico cinematografico. Come dimostrano i contributi di Moulay Driss Jaibi e Kevin Dwyer – entrambi incentrati su un’analisi mediologica del cinema marocchino contemporaneo – se, da un lato, il sostegno statale al cinema e la capacità dei registi di rappresentare e interpretare la realtà hanno premiato il nuovo cinema marocchino, offrendogli finalmente un grande pubblico anche in patria; dall’altro, è di fondamentale importanza per la crescita e la difesa del patrimonio cinematografico marocchino che la settima arte venga considerata all’interno del dibattito più generale sul cinema nell’epoca della diversità culturale e della globalizzazione.

Chiude il ricco volume un doveroso contributo di Mohamed Bakrim del CCM – tra i principali fautori della rinascita cinematografica in Marocco – che riepiloga le tre principali caratteristiche che hanno contribuito al rilancio del cinema marocchino: la crescita regolare, la visibilità in patria e all’estero e, infine, la diversificazione. Tre aspetti che certo non avrebbero potuto consolidarsi senza delle solide radici storiche, quali l’esistenza di una grande tradizione cinefila, la presenza di una generazione resistente di “pionieri” e la volontà pubblica di sostegno alla produzione cinematografica. Insomma, un cinema nuovo che apre al futuro affondando le radici nell’humus della storia: come ogni nouvelle vague che si rispetti.

Maria Coletti

Cast & CreditsAlberto Elena (a cura di)
Las mil y una imágenes del cine marroquí
Madrid, T&B Editores, 2007, 204 pp.
Edizione bilingue, spagnolo e francese

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 31 maggio 2019

Riapre la Biblioteca IsIAO

Grazie alla collaborazione tra la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e l’Associazione (...)

martedì 9 aprile 2019

Minervini in sala a maggio

CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME? (What You Gonna Do When the World’s on Fire?) il film (...)

lunedì 1 aprile 2019

Il Rwanda alla Casa delle Donne

RWANDA, IL PAESE DELLE DONNE è il documentario di Sabrina Varani che sarà proiettato lunedì 8 (...)

venerdì 29 marzo 2019

FESCAAAL 2019: Tezeta Abraham madrina

Il prossimo sabato 30 marzo alle ore 10.00 presso l’Auditorium San Fedele di Milano si terrà la (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha