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Un film dallo spirito panafricano

a cura di Maria Coletti

Incontro con Charles Burnett

Tra i film più interessanti – e da noi più attesi – alla seconda edizione della Festa di Roma era senz’altro Namibia: The Struggle for Liberation di Charles Burnett, un regista di culto del cinema indipendente afroamericano. Un autore veramente panafricano e libero di assimilare e reinterpretare diverse lezioni di cinema, dal neorealismo al cinema underground fino al cinema popolare e d’autore africano. Recentemente è stato omaggiato al Festival di Berlino, dove è stata presentata la versione restaurata della sua opera prima, Killer of Sheep, da lui realizzata alla Ucla di Los Angeles nel 1977. E non è un caso che al Festival di Amiens, proprio in questi giorni, Killer of Sheep e To Sleep with Anger (1990) siano in programma in una sezione omaggio a Ousmane Sembène, come esempio dell’influenza del maestro senegalese sulla cultura e sul cinema afroamericano indipendente.
All’unica presentazione alla Festa di Roma, nello spazio del Teatro Studio, gli spettatori hanno avuto il privilegio di poter incontrare – fuori programma – un maestro del cinema indipendente, grazie alla presentazione di Mariuccia Ciotta, prima del film e poi alla fine, con un breve incontro con il regista: quelle che ormai, all’americana, vengono definite Q&A Sessions. Il film, che era stato presentato in prima mondiale a Los Angeles, non è certo passato senza suscitare reazioni, anche contrastanti, come ha fatto notare Roberto Silvestri che ha ricordato la stroncatura da parte di Variety. Il film, una vera epopea africana sulla lotta di liberazione della Namibia, ha suscitato in sala un grande applauso, ed il regista si è presentato – molto emozionato e molto disponibile – per rispondere alle domande.

Qual è stata la storia produttiva del film?
E’ una lunga storia… In ogni caso l’idea è venuta proprio da parte della Namibia, interessata a realizzare un film sul primo presidente Sam Nujoma. In effetti la prima sceneggiatura era tratta dal libro scritto da Nujoma [Where Others Wavered: The Autobiography of Sam Nujoma, 2001]. I produttori della Namibia mi hanno poi inviato la sceneggiatura ed io ho pensato che sarebbe stata una bella storia da raccontare, una storia che già avevo avuto modo di approfondire durante il mio periodo di studi. Un anno dopo ci siamo incontrati ad abbiamo deciso di ampliare la storia. Così abbiamo messo mano alla prima sceneggiatura e ne abbiamo scritta una seconda. Ne approfitto per ringraziare i rappresentanti della Namibia Film Commission – qui presenti – perché è anche grazie a loro che il film è stato realizzato [calorosi applausi in sala].

Come è stato finanziato il film? Si tratta di una coproduzione panafricana? Il Sudafrica è coinvolto a livello produttivo?
No, in realtà il film è stato interamente prodotto dal governo della Namibia. Però è vero che il progetto del film è panafricano e per questo abbiamo voluto che nella troupe lavorassero persone provenienti da diversi paesi africani e della diaspora, oltre che della Namibia, come Zimbabwe, Camerun, Sudafrica e anche dagli Stati Uniti.

Come è stato il lavoro sulla sceneggiatura? E’ stato libero di apportare modifiche, di interpretare in maniera personale la figura di Nujoma?
Una bella domanda… Sono stato coinvolto nel film a partire dall’idea di panafricanismo ed era chiaro che i ruoli produttivi principali sarebbero stati dei rappresentanti della Namibia. La prima sceneggiatura era una sorta di versione televisiva dell’autobiografia di Nujoma. Dopo molte conversazioni a riguardo, ho capito che il governo della Namibia era interessato a raccontare non solo la storia di Nujoma, ma anche quella di tutto il popolo namibiano coinvolto nella lotta di liberazione. Così abbiamo cercato di assumere una prospettiva diversa, proprio per dare una visione più ampia del racconto che era incentrato sulla figura di Nujoma. Per quanto riguarda la seconda sceneggiatura, abbiamo rinunciato comunque ad eccessivi effetti drammatici che potessero essere coinvolgenti ma al contempo nuocere alla verità storica, anche se abbiamo creato il personaggio immaginario di Sam Hosea, il giovane orfano che per questo non appartiene a nessuna etnia in particolare e quindi può rappresentare più facilmente – e far identificare in lui – tutto il popolo della Namibia. Per me era molto importante non commettere delle inesattezze storiche. Ad esempio, in una versione della sceneggiatura avevo voluto che Sam Hosea conoscesse il giovane soldato bianco, sudafricano, perché questo poteva creare un momento drammatico molto intenso. Però poi alcuni ex combattenti mi hanno detto che non poteva essere così, perché era stata proprio la cattura di quel soldato a far scatenare poi il massacro nel campo profughi namibiano. Questo è stato, per dire così, l’unico vero limite che ho avuto, ossia quello di non allontanarmi dalla verità storica.

Il film è stato presentato in Namibia? Come è stato accolto? Ha saputo della critica molto negativa di Variety?
In realtà il film ancora non è uscito in Namibia, non è stato proiettato nelle sale, anche se speriamo che entro l’anno possa finalmente essere distribuito. A proposito delle critiche negative, non è una sorpresa: già prima che il film fosse terminato, abbiamo ricevuto molte critiche negative dal Sudafrica, quindi su Internet credo troverete molto materiale a riguardo…

E cosa ci può anticipare del nuovo progetto africano?
Purtroppo non posso dire molto di questo nuovo progetto di film, perché per ora è stato sospeso… Avremmo dovuto cominciare le riprese proprio in questo periodo, e invece l’accordo di distribuzione non è andato in porto. Ora siamo in attesa di un nuovo accordo di distribuzione per poter riprendere il progetto.

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