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Lo squadrone bianco

di Augusto Genina

E’ in distribuzione solo da qualche settimana un titolo fondamentale nella storia del cinema coloniale italiano, e non solo: Lo squadrone bianco, realizzato nel 1936 da Augusto Genina, di cui ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla morte (Roma, 12 settembre 1957). Autore di punta del cinema italiano, uno dei pochi all’epoca a saper incarnare uno spirito europeo (indimenticabile il suo Prix de beauté del 1930 con Louise Brooks), Genina realizza con questo film uno splendido adattamento cinematografico del romanzo omonimo del francese Joseph Peyré, L’escadron blanc.

La trama del film è tipicamente coloniale, legata al mito della legione straniera o, in questo caso, delle truppe coloniali indigene (i meharisti), come mezzo di redenzione virile. Per soffocare una insana passione d’amore, non corrisposta, il giovane tenente Ludovici si fa destinare alle truppe mehariste in Tripolitania. Giunto al fortino nel deserto libico, si scontra subito con la mentalità rude e fiera del comandante, il capitano Santelia. Il rapporto fra i due si fa sempre più stretto e, nel corso di una lunga spedizione attraverso il deserto all’inseguimento di una banda di “ribelli”, il giovane ha modo di dimostrare il proprio valore e di capire la futilità della vita che si è lasciato alle spalle. Dopo aver assistito alla morte eroica del capitano, il tenente riconduce lo squadrone al forte, ormai profondamente cambiato.

Interpretato da due debuttanti, Antonio Centa (il tenente Ludovici) e Fosco Giachetti (il capitano Santelia) – che sarebbe diventato, con Amedeo Nazzari, il divo fascista per eccellenza – il film ha ottenuto a Venezia la Coppa Mussolini per il miglior film italiano. Il cartello iniziale del film fa esplicito riferimento alla missione imperiale italiana in Africa: “Ai valorosi soldati sahariani che sotto il comando di S.A.R. il Duca d’Aosta seppero ricondurre la Libia sotto il segno di Roma”. Eppure l’aspetto in cui si rivela maggiormente l’immaginario coloniale del film non è tanto quello più esplicitamente propagandistico (la missione imperiale del regime fascista e l’esempio della cosiddetta “pacificazione della Libia”, cui rimanda il cartello iniziale), quanto l’elemento simbolico contenuto nella regia e nel riferimento di genere.

Come già all’epoca dell’uscita del film molti recensori hanno notato, la forza de Lo squadrone bianco sta tutta nella sapienza con cui Genina lavora per sottrazione e per astrazione, costruendo un dramma che dagli stilemi noir iniziali si trasforma in un film epico sulla forza redentrice del deserto, alla ricerca di austerità e di eleganza: «Si tratta di un dramma ottenuto per semplificazione da un tema di grande fecondità cinematografica: quello della natura vergine che fa da contravveleno alla passione» (Anonimo, «Cinema», ottobre 1936). Insomma, Genina oppone spazialmente e simbolicamente due mondi: la decadenza del “bel mondo” femminile, urbano e alto borghese (rappresentato dal prologo e da Cristina, la fidanzata del protagonista), e la rigenerazione offerta dal deserto e dalla vita coloniale fatta di dovere, sacrificio e cameratismo maschile. Una contrapposizione che viene resa innanzitutto attraverso la scenografia, e lo splendido lavoro dell’architetto Guido Fiorini, ma anche da una serie di opposizioni dialettiche che danno una forma circolare al film: notte/giorno, interno/esterno, buio/luce, mondo femminile/mondo maschile, città/deserto, amore passionale/amicizia virile.

Il film inizia di notte, con il protagonista folle di passione che guida spericolato la sua automobile in una strada buia, e termina di giorno, nella luce accecante del deserto, con un camera-car in soggettiva della fidanzata che si allontana per sempre, lasciando il protagonista alla sua amata terra coloniale: i ruoli si sono ribaltati. Lo squadrone bianco riprende dunque il topos della legione straniera (una delusione amorosa che conduce il protagonista verso terre lontane) e lo porta all’eccesso, mostrando la sublimazione della passione amorosa attraverso la redenzione offerta dalla conquista coloniale. Il conflitto sessuale si trasforma in conflitto coloniale, e questa metafora è evidente soprattutto nella connotazione simbolica dialettica data ai due opposti mondi. L’amore per Cristina assume nel prologo tratti di violenza estrema (durante il litigio, lui quasi la strangola e lei osserva con piacere i segni sul collo); mentre il dovere nella terra coloniale assume un aspetto sentimentale (i meharisti devoti, l’affetto “paterno” del capitano, l’intimità erotica che si crea tra i due nel deserto): «L’ambivalenza di Ludovici nei confronti di Cristina (cioè il suo desiderio e la sua incapacità ad agire su quel desiderio) è sostituita dalla sua esperienza nel deserto. Nei termini dell’ideologia colonialista del film, la desolazione dell’Africa esalta il tormento emotivo generato dalla mancanza e dal suo desiderio di una donna [...]. L’Africa è divenuta per lui un luogo che riassume le qualità che inizialmente aveva visto in Cristina. Alla fine, Ludovici capisce quello che il pubblico sapeva da tempo – che l’Africa, come Cristina, vuole veramente essere presa» (James Hay, Popular Film Culture in Fascist Italy, 1987).

Insomma, la passione erotica viene sublimata e proiettata sul rapporto virile che unisce i due personaggi maschili: prima antagonisti, poi alleati. E la struttura simbolica del film narra in realtà una doppia storia di passione, morte e resurrezione: simbolica per il tenente Ludovici (che seppellisce il suo passato e rinasce a nuova vita attraverso le prove affrontate nel deserto) e reale per il capitano Santelia (che veglia “paternamente” sulla redenzione del giovane compagno, cui lascerà in eredità con la sua morte l’esempio eroico da seguire). Una storia d’amore virile in terra coloniale, accentuata dall’astrazione con cui viene raffigurata l’idea del nemico, quasi più interiore che realmente esistente: l’immagine degli indigeni è infatti divisa schizofrenicamente in due, tra i meharisti e i civili libici (fedeli alleati) e i “ribelli” che si nascondono tra le dune (un’entità quasi astratta, imprendibile, che si nasconde e agisce con l’inganno). Come ha scritto Sergio Grmek Germani, «Genina percorre all’interno del singolo film l’adesione, l’approfondimento e il distacco dal genere [...], come testimonia mirabilmente soprattutto Squadrone bianco, che è [...] contemporaneamente un meta-melò, un meta-telefono bianco e un meta-film coloniale».

L’edizione homevideo – realizzata dalla Bibax che ha distribuito recentemente anche un altro titolo coloniale che vi presenteremo a breve – non presenta purtroppo materiale extra, a parte la selezione in capitoli del film. Da segnalare, però, l’originale presentazione editoriale: una scatola con immagini e locandine d’epoca contiene il DVD e la riproduzione della fotobusta originale con il lancio promozionale del film, che inizia in questo modo, indicativo della retorica dell’epoca: “Il deserto, il nostro deserto libico alle porte del Sahara, tremendo e appassionante, spaventoso e suggestivo, è lo sfondo e l’ambiente di poesia in cui brillano le passioni, cozzano le diverse mentalità e i diversi temperamenti, si sviluppano i drammi profondamente umani che fanno di “Squadrone bianco” il film avvincente dell’italianissimo tempo nuovo”.

Maria Coletti

Cast & Credits

Lo squadrone bianco
Regia: Augusto Genina; sceneggiatura: Augusto Genina, Gino Valori, Gino Rocca dal romanzo L’escadron blanc di Joseph Peyré; aiuto-regia: Gino Valori; fotografia: Anchise Brizzi, Massimo Terzano; montaggio: Fernando Tropea; scenografia: Guido Fiorini; suono: Vittorio Trentino; musiche: Antonio Veretti; interpreti: Fosco Giachetti, Antonio Centa, Fulvia Lanzi, Francesca Dalpe, Guido Celano, Olinto Cristina, Cesare Polacco, Mohamed Ben Mabrouk; origine: Italia, 1936; formato: 35 mm, b/n; durata: 96’; produzione: Eugenio Fontana per Roma Film.

DVD nella confezione: 1; supporto: 9, singola faccia, doppio strato; regione: 0; formato video: 4/3, b/n; formato audio: Originale italiano (Dolby Digital 2.0 mono); distribuzione homevideo: Bibax; extra: accesso diretto alle scene; riproduzione del materiale promozionale d’epoca.


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