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Un silenzio rumoroso

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Yousry Nasrallah

Incontriamo Yousry Nasrallah in un caffé brulicante di vita festivaliera, che affaccia sul Sony Center. Mi accoglie con la consueta gentilezza e disponibilità, per parlare del suo ultimo film, L’Aquarium , presentato alcuni giorni fa alla sezione Panorama della Berlinale.

È la tua prima volta a Berlino. Sei soddisfatto dell’accoglienza del tuo film?
Nella programmazione ci sono troppi film e ci si preoccupa solo dei film in competizione, che è fatta peraltro di film per lo più con grandi star. Non c’è possibilità per gli autori dei film in Panorama di incontrare la stampa, e i distributori stranieri sono indotti a pensare che i film in Panorama non hanno possibilità commerciali. Peccato, perché invece il pubblico è numeroso e interessato.

L’Aquarium è un film molto complesso e stratificato. È la prima volta che affronti la società egiziana in termini espliciti, anche se sulla carta ci si sarebbe potuti aspettare una storia a due. Da quale idea sei partito?
Da una storia a due, centrata su due personaggi vincenti, affermati, in un’età in cui ci si immagina si possa avere dalla vita quello che si vuole. Detesto in genere i personaggi-vittima, in questo caso tanto più non volevo trovargli alibi: persino i loro rapporti con i genitori sono perversi. La domanda era: perché dei personaggi che formano la crème della società egiziana vivono così male?

È come se dicessi che tutta la società vive in uno stato di anestesia...
... e di paura. La gente ha paura di tutto e fa finta di niente ma questa paura provoca infelicità. Nessuno si prende rischi, nel politico, nel sociale, nelle scelte matrimoniali, persino la sofferenza viene nascosta e rimossa, e non arriva ad esprimersi, salvo nei luoghi oscuri, nel delirio, nell’anonimato. Questa era l’idea iniziale, però poi in fase di scrittura, mi sono detto che no, che ci sono delle persone che comunque riescono ad esprimersi, però non avevo voglia di drammatizzare, quindi mi è venuta l’idea di farli parlare direttamente davanti alla macchina da presa. Esiste una versione che ha lo stesso montaggio di quella mostrata qui a Berlino, ma è priva delle interviste: è più dura e astratta e fa risaltare più la miseria dei due protagonisti, anche se indovini che invece gli altri hanno una maggiore ricchezza interiore. Amo entrambe le versioni, così quando Arte mi ha prospettato la possibilità di trasmettere quella senza interviste, ho accettato senza esitazioni, perché le rivendico entrambe.

Ad esprimersi sono solo personaggi che appartengono a classi popolari...
Sì, ma anche la gente del popolo tende a esprimersi sempre meno, come fa il guardiano della clinica clandestina che, a scapito del suo presunto spirito religioso, riceve il suo tornaconto per quello che fa.

La classica ipocrisia sociale...
No, l’ipocrisia sociale è divertente e dà materia alle commedie. L’ho raccontata un po’ in A propos des garçons, des filles et du voile [1995]: è quella in cui uno pensa «io so che tu sai che io so», per cui io dico tutto quello che mi passa per la testa, tanto poi ci capiamo. Qui ci sono dei personaggi che per paura assumono un punto di vista conformista: persino il malato di Aids arriva ad assumere il punto di vista della società sulla malattia e non vuole più avere rapporti con la cugina anche se è innamorato di lei. È una società molto malata.

Nei tuoi film la sessualità è una sfera di comunicazione privilegiata, ci sono scene d’amore molto sensuali. Qui invece persino il sesso sembra povero, triste...
È un film sulla paura di toccarsi. I giornalisti che venivano in Egitto fino a dieci-quindici anni erano colpiti dall’abitudine dei ragazzi di camminare tenendosi per mano, pensavano fossero tutti gay. Oggi è cambiato. Dopo aver finito il film, mi è capitato di leggere Lettere luterane di Pasolini ed è incredibile quanto l’Egitto di oggi assomigli all’Italia degli anni ’60-’70, con questa mutazione antropologica che porta i giovani di cultura contadina verso la criminalità. Le strade della città sono sempre meno sicure. Il che non impedisce che si faccia sesso, ma è un sesso meno gioioso. Lo si vede anche nel film di Chahine, Le Chaos. Anche nel comportamento delle ragazze, che a un certo punto della loro vita, quando arrivano alla trentina, perdono bruscamente la freschezza che avevano, cambiano trucco e i loro visi diventano duri. Quando Hend Sabri mi ha chiesto di parlarle un po’ di Leila, le ho detto che il film è la storia di una ragazza che cambia trucco.

Le immagini di manifestazioni del movimento Kifaya - basta, in arabo - dimostrano che c’è però qualcosa che si sta muovendo...
Ma non è neanche così. La prima volta che ho visto una manifestazione di Kifaya era alla sede della Misr di Chahine, che si trova a fianco del Sindacato dei giornalisti e degli avvocati, e nella strada c’erano tanti manifestanti con la bocca chiusa da una sciarpa con su scritto Kifaya. Ne abbiamo abbastanza, lo sanno tutti, però davanti a questa scena mi sono detto: accidenti come siamo ridotti, era una manifestazione al limite patetica.

Alla fine, tacendo, anche loro si sono uniti al silenzio generale...
Sì, ma è un silenzio molto rumoroso [loud]. C’è un giornalista tedesco che ha notato come nel film inizialmente si sentano molto i rumori della città e poi progressivamente scompaiono e rimangono solo le voci interiori dei personaggi: mi ha fatto molto piacere perché abbiamo lavorato molto sul sonoro per ottenere questo effetto. E anche sulle immagini, è la prima volta che lavoro in totale libertà.

A proposito di libertà, ho letto che la Misr International di Chahine ha fatto un accordo con l’emittente saudita ART che riguardava anche il tuo film. Questo ti ha creato problemi?
Nessun problema, né per la sceneggiatura né sul set. So che quando trasmetteranno il film faranno dei tagli ma non mi importa. Del resto i miei film sono trasmessi regolarmente sul satellite e alla fine sono diventati popolari a distanza di anni, anche se magari in sala erano rimasti dieci giorni.

Progetti per il futuro?
Un produttore e sceneggiatore importante mi ha proposto un film costruito sul modello delle Mille e una notte, con più storie intrecciate di donne che hanno subito abusi, e poi ho un progetto folle di fare un adattamento egiziano dei Demoni di Dostoevskij, che ho riletto da poco su consiglio di Marie-Claire Muller e mi pare straordinariamente moderno e adatto a raccontare la follia politica di oggi.

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