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Spike Lee

di Fernanda Moneta

The Life and Times of a Self made Black Man

Il successo al box office di Inside Man (2006) e l’attesa suscitata da Miracle at St. Anna, sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, con nel cast John Turturro, John Gandolfini ma anche i nostri Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi e Omero Antonutti, ha riportato Spike Lee nelle prime pagine dei magazine di cinema ma ha determinato anche la possibilità di alcune operazioni di rilettura critica. Dopo il volume Nero su bianco, curato da Gabriele Rizzi e Giovanni Maria Rossi e legato alla consegna del Premio Fiesole Maestri del Cinema, più che mai opportuna arriva negli scaffali la riedizione aggiornata del Castoro pubblicato nel 1998 dalla giornalista e filmmaker Fernanda Moneta, peraltro uno dei primi dedicati a Spike, dopo gli ormai introvabili volumetti curati a suo tempo da Francesca Audino e Leonardo Fasoli, e da Giona A. Nazzaro.

Più che mai opportuna, visto che negli ultimi dieci anni, pur disperdendo tra mille rivoli la sua proverbiale energia di filmmaker e producer, Lee ha realizzato almeno tre fra le punte più alte della sua filmografia. Anzitutto Bamboozled (id., 2000), riflessione controversa e discutibile sull’immagine dei neri nell’universo statunitense dei media ma anche saggio di grande spregiudicatezza sulle possibilità metadiscorsive del digitale, che però la Moneta liquida senza troppe parafrasi, accodandosi a buona parte della critica. In verità, lascia perplessi anche la copertura poco più che giornalistica riservata a uno degli sguardi più dolenti ma lucidi prodotti dal cinema americano sulla sindrome post-11 settembre, proprio nella sua natura eccentrica e soggettiva: parlo naturalmente de La 25a ora (25th Hour, 2002). Purtroppo poche righe anche per il fluviale omaggio alla memoria e alla resistenza dei cittadini di New Orleans, realizzato da Lee nel 2006: When the Levees Broke - A Requiem in Four Acts, insieme a 4 Little Girls (1997) e A Huey P. Newton Story (2001), è la dimostrazione più lampante di come Lee sappia affrontare la dimensione della non fiction senza rinunciare affatto alla cifra stilistica aggressiva e non riconciliata che lo rendono unico nel panorama statunitense contemporaneo.

Ma è dura star dietro al vulcanico Spike, che lavora in parallelo a due-tre progetti, accelerando o ritardando questo o quello a seconda degli incastri produttivi, e proseguendo nella sua politica di incoraggiamento degli esordi, che porta avanti anche attraverso iniziative come il festival on line di Babelgum. Già il lavoro di aggiornamento bibliofilmografico merita l’acquisto e la lettura di questa riedizione, che peraltro presenta anche un nuovo apparato iconografico, composto da una novantina di riproduzioni di fotogrammi, relative a titoli televisivi poco noti come John Leguizamo: Freak (1998) e The Original Kings of Comedy (2000). Alla luce del percorso compiuto negli ultimi anni dal genietto di Atlanta che, dopo più di vent’anni di grande cinema, continua incredibilmente ad essere ignorato dalle giurie degli Oscar e dei festival che contano, vale la pena rileggersi il racconto dei suoi inizi da studente alla NYU, unico nero - insieme al futuro direttore della fotografia e regista Ernest Dickerson -, quando coinvolge tutto il ghetto di Bedford-Stuyuesant nelle riprese del suo primo, fortunato, medio (Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads e, soprattutto, si risolleva dal fallimento del non realizzato The Messenger, chiudendo in dodici giorni e con meno di duecentomila dollari il suo lungo d’esordio che lo farà conoscere anche in Italia: She’s Gotta Have It (Lola Darling, 1986). Un esempio che vale a ricordare come, in tempi di digitale e internet, gli aspiranti filmmaker hanno sempre meno alibi. Persino in Italia.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Fernanda Moneta
Spike Lee
Milano, Editrice Il Castoro, 2007 (prima edizione: 1998), pp. 180.

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