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Postcolonial African Cinema

di David Murphy e Patrick Williams

Tutti i colori del cinema africano

Nella tradizione della critica e storiografia del cinema africano, Postcolonial African cinema, scritto a quattro mani da due studiosi inglesi di Cultural Studies, David Murphy e Patrick Williams, si presenta come un gesto di salutare discontinuità metodologica, suggerendo l’opportunità, per quanti si affacciano oggi all’analisi dei testi filmici di produzione africana, di aggiornare il proprio kit di attrezzi. Non è più tempo di alibi né scorciatoie veterostoricistiche: alla stanca riproposizione di saperi critici isteriliti da un opaco eccezionalismo - che ha sovrestimato le presunte specificità africane di poetiche ed esperienze da analizzare piuttosto sulla base di prospettive trasversali - è arrivato il momento di opporre un nuovo corpo a corpo ermeneutico, sistematico, coerente e calibrato su categorie interdisciplinari ridefinite alla luce della recente linea dei Postcolonial Studies.

È quanto tentano i due studiosi inglesi, assumendosi tutti i rischi derivanti da un’operazione di rilancio storiografico, organizzata sulla base della scelta di dieci filmografie in qualche modo esemplari, leggibili secondo una progressione storica plurale ma riconoscibile nei contorni di fondo, e in grado di dar conto di dinamiche stilistico-produttive e contesti politico-culturali più ampi. Ampiamente problematizzata e giustificata nell’accurata premessa metodologica che apre il volume (Introduction: Representing postcolonial African cinema), la scelta, aperta intelligentemente a tutte le aree culturali e linguistiche del continente - Maghreb, Egitto e Sudafrica compresi -, ha incluso autori esordienti negli anni Cinquanta (l’egiziano Youssef Chahine), Sessanta (il senegalese Sembene Ousmane, il mauritano Med Hondo), Settanta (il senegalese Djibril Diop Mambety, il maliano Souleymane Cissé), Ottanta (il guineano Flora Gomes, il burkinabè Idrissa Ouedraogo, il sudafricano Darrell James Roodt) e Novanta (la tunisina Moufida Tlatli, il camerunese Jean-Pierre Bekolo).

Diversamente da quanto accade sovente nella lettura di saggi di storia del cinema africano (e arabo), i due studiosi, pur dimostrando di aver assimilato la letteratura critica esistente (soprattutto quella di espressione anglofona e francofona), non si limitano a microoperazioni di riassetto storiografico ma, alla luce di una fertile prospettiva d’analisi interpretata al meglio dagli americani Robert Stam ed Ella Shohat (Unthinking Eurocentrism, 1994; Multiculturalism, postcoloniality, and translation media, 2003), a sua volta puntellata su un lessico di concetti critici mutuati da teorici del pensiero terzomondista e postcoloniale (da Amilcar Cabral a Frantz Fanon, da Edward Said a Gayatri Spivak), si assumono l’onere di rifondare metodologicamente lo studio critico di autori consacrati (Chahine, Sembene, Cissé), ma spesso oggetto di controversie accese (Mambety, Ouedraogo, Bekolo), dimenticati (Hondo) o considerati al più mestieranti (Roodt).

Innervando sistematicamente l’analisi intorno a interrogativi che investono il carattere popolare del cinema africano e la capacità, da parte dei registi, di rappresentare le istanze delle proprie nazioni, recuperando un problematico status di screen griot, i due studiosi ci aiutano a rileggere per esempio il modo personale in cui Chahine, consacrato dal successo internazionale de Il destino (1997), lavorando sull’opposizione Io/Altro, riesce a reinterpretare la lezione dell’universalismo della cultura di Said. O ancora, ci guidano a rivedere il cinema di Sembene, riscoperto di recente con il tardo Moolaadé (1994), negli elementi meno riconducibili a una chiave naturalistica, come il brechtismo di Xala (1976), l’uso contrappuntistico della musica in Ceddo (1976), l’umorismo con cui è riuscito ad affrontare questioni di peso come l’emancipazione femminile in Faat Kiné (2000).

L’operazione ha il merito sostanziale di riaprire la discussione storiografica sul cinema africano, evidenziando come la presunta dominante didascalico-politica degli anni Sessanta-Settanta fosse palesemente contraddetta da figure di tutto rilievo come Mambety (per tacere di Mustapha Alassane), il cui sperimentalismo linguistico, coniugato con una riflessione non meno acuta sui mali delle democrazie all’africana (basti pensare a Hyènes, 1992), ha lasciato tracce nell’opera di un altro eretico come Jean-Pierre Bekolo (il cui ultimo Les Saignantes, è stato visto in concorso a Torino tre anni fa). Come importante è impostare una discussione sulle vie al popolare tentate dai cineasti africani, nel dialogo con le pratiche basse (Chahine, Bekolo, e l’eclettico Roodt, che svaria con disinvoltura tra impegno civile e action movie) e nella ricerca di un’universalità che sposa le tecnologie leggere (Ouedraogo).

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
David Murphy and Patrick Williams
Postcolonial African cinema
Manchester and New York, Manchester University Press, 2007, pp. 239.

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