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Sahara, la passione del deserto

di Enrico Azzano

Il Sahara è il più vasto deserto della Terra, “un oceano di rocce e sabbia tra l’Africa mediterranea e l’Africa Nera, l’Atlantico e il Mar Rosso”: quasi 9.000.000 di chilometri quadrati, dall’aspetto non uniforme, modellato dall’erosione del vento e dalle avverse condizioni climatiche. Il Sahara, non solo dune e sabbia (erg o idehan), è caratterizzato anche da ciottoli e ghiaia (serir), dalla nuda roccia, levigata e lavorata dai venti (hamada) e da elevati massicci (il Tibesti, l’Hoggar, l’Aïr e via discorrendo). Dal punto di vista politico, il deserto del Sahara è territorialmente suddiviso tra Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Sudan, Egitto, Libia e Tunisia.

Il conte László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós, nobiluomo ungherese, aviatore, militare ed esploratore, è vissuto tra il 1895 e il 1951, attraversando le due Guerre e contribuendo in maniera determinante alla scoperta dell’area sahariana e ai relativi studi scientifici: nonostante l’inutile ricerca della leggendaria città di Zerzura, Almásy contribuì alla prima mappatura dettagliata dei siti di arte rupestre preistorica di Uweinat e Gilf Kebir, alla scoperta della più alta montagna del Sahara orientale (Jebel Uweinat) e all’identificazione di una tribù nubiana, i Magyarab.

Nella soirée thema dell’11 maggio, Sahara, la passion du désert, proposta dal mai troppo lodato canale televisivo pubblico franco-tedesco ARTE (visibile sul canale Sky 544), il temerario conte László e il Sahara si sono idealmente riuniti, grazie al troppo frettolosamente pluripremiato lungometraggio cinematografico di Anthony Minghella The English Patient (Il paziente inglese, 1996) e al documentario televisivo Sahara - Das versunkene Paradies di Michael Schlamberger (id., 2002). La soirée, anche una sorta di piccolo omaggio al recentemente scomparso Minghella, di cui è utile ricordare i successivi The Talented Mr. Ripley (Il talento di Mr. Ripley, 1999) e Cold Mountain (Ritorno a Cold Mountain, 2003), ha indubbiamente il pregio di aver offerto due ben distinti punti di vista sul deserto del Sahara. È interessante contrapporre, infatti, la differente messa in scena del paesaggio sahariano nella pellicola di Minghella, molto più attratto dallo sviluppo tragico-amoroso della vicenda, e nel documentario, piacevole ma un po’ troppo didascalico, di Schlamberger, che utilizza stralci dell’avventurosa vita del conte Almásy come pretesto per raccontare i paesaggi, la storia e gli abitanti, animali e umani, del deserto.

Era inevitabile, in fin dei conti, che il Sahara si riducesse nella pellicola di Minghella ad uno sfondo seducente, ad un incomparabile spettacolo visivo. Il regista inglese si serve del deserto come di un abbagliante paesaggio da cartolina, una meraviglia naturale perfetta per esaltare le riprese cinematografiche, tralasciando qualsiasi accenno storico, antropologico, scientifico. Il modo di osservare il Sahara coincide perfettamente con il punto di vista colonialista: il deserto è una zona da riportare su una mappa, una pista d’atterraggio, un luogo alieno, ostile, un ricordo glorioso da esibire di fronte ai connazionali e alla comunità scientifica. E diventerà, in seguito, un teatro di guerra. Minghella, più interessato ad altri aspetti, riporta solo uno dei tanti possibili volti del Sahara, immedesimandosi nell’osservatore (e fruitore) straniero: è il Sahara dei colonizzatori, degli inglesi, di Hollywood.

Diametralmente opposto l’approccio e lo sguardo del documentarista Schlamberger, regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e produttore con una filmografia di tutto rispetto: il conte Almásy è giusto un punto di partenza che lascia presto spazio ad una descrizione, a volo di rondine ma intrigante, del deserto e dei suoi misteri, dei luoghi, degli animali che lottano ogni giorno contro il soffocante caldo diurno e le rigide temperature notturne. Sahara - Das versunkene Paradies, pur mostrando panorami che tolgono il fiato, cerca tra le dune, fin sotto la sabbia, la vita: una vipera delle sabbie, un riccio del deserto, uno scorpione…. La macchina da presa, contrariamente a Il paziente inglese, si sofferma tra le rocce e focalizza la sua attenzione su tutto quello che un film di finzione non ha il tempo (o la voglia) di mostrare: le rovine romane e berbere, i tuareg, l’incessante erosione del vento, i cobra e i falconi, le rigogliose oasi, gli ultimi coccodrilli, i dromedari, la cerimonia del tè, i laghi vulcanici, le rane…

Cast & Credits

Cast & Credits

The English Patient (Il paziente inglese)
Regia: Anthony Minghella; sceneggiatura: Anthony Minghella; fotografia: John Seale; suono: Walter Murch, Mark Berger, David Parker, Christopher Newman; montaggio: Walter Murch; scenografia: Stuart Craig; costumi: Ann Roth; interpreti: Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Willem Dafoe, Kristin Scott Thomas, Naveen Andrews; origine: Usa, 1996; formato: 35 mm, 1.85, Dolby Digital; durata: 162; produzione: Miramax Films; distribuzione: Miramax Film

Sahara - Das versunkene Paradies
Regia: Michael Schlamberger; fotografia: Michael Schlamberger, Rolando Menardi; montaggio: Andrew Naylor; origine: Austria, Germania; formato: video; durata: 50’; produzione: ScienceVision, ZDF, ORF


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