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L'eredità di Chahine

di Leonardo De Franceschi

La morte del più grande regista egiziano

La notizia è stata confermata da uno dei suoi assistenti e collaboratori più affezionati, Khaled Youssef, co-regista dell’ultimo film, Heya fawda (Il caos), presentato in concorso a Venezia lo scorso anno. Youssef Chahine, ultimo grande esponente dell’età dell’oro del cinema egiziano, si è spento domenica 27 luglio al Cairo, in seguito ad un’emorragia celebrale che l’aveva ridotto in coma da giugno. Ricoverato un mese circa all’ospedale americano di Neuilly, appena fuori Parigi, era rientrato nella capitale egiziana la scorsa settimana.

Nato il 25 gennaio 1926 nella cosmopolita Alessandria da una famiglia cristiana (il padre è un avvocato libanese, la madre è greca), Youssef si appassiona fin da ragazzino al cinema, organizzando con il suo proiettore amatoriale serate per gli amici. Studente al prestigioso Victoria College del Cairo, dove conosce quello che più tardi trasformerà nel primo divo internazionale del cinema egiziano (Michel Shalhoub, alias Omar Sharif), comincia a recitare in alcuni spettacoli shakespeariani. Dissuadendo i genitori, che sognavano per lui una carriera da ingegnere, riesce a farsi inviare in California, a studiare recitazione alla Pasadena Playhouse.

Nel 1948 rientra in patria, deciso più che mai a farsi strada nella “Hollywood sul Nilo” e riesce nell’arco di due anni prima a farsi assumere dalla Twentieth Century Fox e poi addirittura ad esordire con un lungometraggio, Baba Amin (Papà amin, 1950). Se la monarchia corrotta di re Farouk volge al declinare, e viene abbattuta nel 1952 dalla rivoluzione degli Ufficiali Liberi, sono anni di grande floridezza per lo Studio System cairota. Nel 1954, con Siraa fi al-wadi (Lotta nella valle) Chahine lancia con Sharif il primo sex symbol maschile egiziano. Nel 1955, Chahine sposa una francese anche lei di Alessandria, Colette Favodon. Nel 1958, esce il primo grande film personale, Bab al-hadid (Stazione centrale), un melodramma che combina atmosfere noir e un realismo ancora memore della lezione italiana, in cui ha modo di recuperare la passione per la recitazione, vestendo i panni di Kinnawi, un povero e zoppo venditore di giornali, ossessionato dalla prorompente venditrice di bibite Hannouma. Nello stesso anno, firma con il controverso biopic Jamila il primo film che fiancheggia apertamente il movimento di liberazione nazionale algerino.

Convinto seguace del nuove ordine nasseriano, Chahine si presta a realizzare film di genere diverso che rispecchiano questo orientamento, dal kolossal storico Al-nassir Salah ad-din (Saladino, 1963) al pamphlet modernista Fajr yaum jadid (L’alba del nuovo giorno, 1964), rimanendo impigliato nella censura di regime allorché nel 1968 accetta di dirigere con Al-nass wa al-nil (La gente e il Nilo, 1968-72) la prima coproduzione con l’Unione Sovietica per un docufiction celebrativo della diga di Assuan. Se con Al-ard (La terra, 1969) si ricollega alla grande tradizione ruralista della narrativa egiziana, con Al-ikhtiyar (La scelta, 1970) e Al-usfur (Il passero, 1973) si espone in prima persona, per descrivere un paese sconvolto dalla sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni e dal tramonto del nasserismo. Le accuse di ermetismo scagliategli contro per il primo film lo spingono a rompere gli indugi, fondando una propria compagnia di produzione, la Misr International, e avviando un rapporto di coproduzione con la compagnia pubblica algerina Oncic che prosegue fino al 1978. Ma questo non lo protegge dagli assalti della censura, che blocca Al-usfur per tre anni.

Nel 1978, con un colpo d’ala da maestro, Chahine ottiene il riconoscimento internazionale inseguito da tempo. Il Premio Speciale della Giuria a Berlino tributato al primo capitolo della sua quadrilogia autobiografica, Al-iskandariya… lih? (Alessandria… perché?) inaugura un tempo nuovo nella sua poetica: superando definitivamente la vecchia dicotomia fra un’estetica di impegno civile affidata a un regista testimone (Salah Abu Seif) e una votata allo spettacolo popolare, ancorata al sistema dei generi, Chahine imbocca con rinnovata convinzione un’eretica terza via, che lo porterà a raccontare la storia e il presente dell’Egitto attraverso una consapevole autonarrazione, ancorata al punto di vista di un alterego come lo Yahia di Hadduta misriya (Una storia egiziana, 1982), Iskandariah kaman wa kaman (Alessandria ancora e sempre, 1989) e Iskandariah-New York (Alessandria-New York, 2004), o di altre figure controcorrente come l’Averroè di Il destino (Al massir, 1997), il film che lo consacra anche a Cannes, valendogli la Palma d’Oro del Cinquantenario.

Sfruttando al massimo il partenariato produttivo con la Francia, a partire dalla sua personale rilettura dell’impresa napoleonica in Egitto (Al-wadaa ya Bonaparte, Addio Bonaparte, 1985), e quindi la maggiore libertà di espressione che gli deriva dal riconoscimento internazionale, Chahine accetta di diventare il portabandiera ideale di un vasto fronte di opposizione al regime di Mubarak che rifiuta il ricatto dell’allineamento per contrastare l’offensiva dei gruppi religiosi radicali. In questi anni di notorietà, seguiti al successo internazionale de Il destino, Chahine ha assunto in prima persona l’onere di articolare una visione antagonista del suo paese, popolare ma non populista, anti-Bush ma non antiamericana, senza rinunciare all’apertura radicalmente antiessenzialista di un cinema che persegue da sempre una vocazione all’entertainement popolare e alla commistione dei generi, mettendo in scena un teatro altamente erotizzato di corpi desideranti, a dispetto di ogni appartenza culturale o confessionale, o di ogni orientamento sessuale monolitico. È la lezione che ci consegna, tra gli altri, forse il suo ultimo grande film, Al Akhar (L’altro, 1999), ritrasmesso di recente da Rai Tre/Fuori Orario, che si apre non caso con un invito esplicito del grande intellettuale palestinese-americano Edward Said ad osare assumere uno sguardo che superi l’opposizione binaria io-altro, aprendosi a un dialogo interculturale autenticamente paritetico e postcoloniale.

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