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Miracolo a Sant'Anna

di Spike Lee

Ciò che il bufalo non ha saputo vedere

Come e più di Malcolm X (id., 1992), basta sfogliarsi i quotidiani italiani di questi giorni per rendersene conto, Miracolo a Sant’Anna (Miracle at St. Anna, 2008) è destinato a scontentare molti, al di qua e al di là dell’Oceano, detrattori ed estimatori del folletto di Atlanta. Non è la prima volta e non sarà l’ultima per un cineasta-contro come Spike Lee, che ha sempre rivendicato con un orgoglio non alieno dalla provocazione aperta il diritto – talvolta la prerogativa naturale – a restituire sul grande schermo i profili di personalità chiave della cultura afroamericana, a mettere in valore esperienze storiche passate sotto silenzio, a prendere posizione su eventi che hanno segnato la sua comunità.


Fornito da Filmtrailer.com

Quale sia il giudizio che si voglia dare del suo lungometraggio numero 17 (esclusi doc e film per la tv), ritengo essenziale riconoscere il giusto valore a due suoi aspetti qualificanti sul piano progettuale. Anzitutto, la decisione di raccontare la Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista dei militari della 92a divisione, la prima unità operativa di colore sul fronte europeo che, dislocata in Italia dall’agosto 1944 al novembre 1945, ha pagato un tributo di sangue pesantissimo per la liberazione di buona parte della Toscana e di Genova. In secondo luogo, il coraggio di fare affidamento su un’inedita compagine produttiva, capitanata da Roberto Cicutto e Luigi Musini con la loro On My Own, e di scommettere così sulla realizzazione del suo primo war film e primo lavoro fuori dagli Stati Uniti, proprio in Italia, su un set in triplice presa diretta (inglese, italiano e tedesco).

Harlem, 1983. In un ufficio postale, un impiegato di colore a pochi giorni dalla pensione, fredda a bruciapelo con una Luger tedesca un vecchio dall’accento italiano. Nel suo appartamento, viene ritrovata la testa della Primavera, una delle statue del ponte distrutto di Santa Trinita a Firenze. Toscana, settembre 1944, una squadra della 92a divisione (i “Buffalo Soldiers”) cerca di guadare il fiume Serchio ma viene investita da una tempesta di fuoco. Passano solo in quattro, il sottotenente Aubrey Stamps (Derek Luke) e i soldati Bishop Cummings (Michael Ealy), Hector Negron (Luz Alonso) e Sam Train (Omar Benson Miller). Quest’ultimo, un omone grande e grosso dall’anima infantile, soccorre e prende con sé un bambino ferito, Angelo (l’esordiente Matteo Sciabordi), costringendo gli altri a superare le linee nemiche e a cercare rifugio a Colognora, nella Val di Serchio. Sono accolti fra diffidenza e paura nella casa di un fascista convinto, il vecchio Ludovico (Omero Antonutti), da dove riescono a tenere i contatti con i comandi, mentre la giovane e fiera Renata, figlia di Ludovico (Valentina Cervi) li aiuta a comunicare con gli altri del paese.

Superate le prime reciproche incomprensioni, i quattro finiscono in breve tempo per familiarizzare con la gente del posto. Nessuno lì sembra dare importanza al colore della loro pelle, nessuno li fa sentire inferiori. Non certo Renata, attratta per opposti motivi dall’orgoglioso Stamps che nonostante le umiliazioni subite nel campo di addestramento, sente sua questa guerra, e dal seducente Bishop, un ex-sedicente pastore del sud, che mira solo a riportare a casa la pelle, insieme a un po’ di soldi e scalpi femminili. Ma l’arrivo di un piccolo gruppo di partigiani, capeggiati da Peppi Grotta (Pierfrancesco Favino), con un prigioniero tedesco in possesso di informazioni utili sulla strage di civili accaduta nella vicina Sant’Anna di Stazzema, e sull’imminente avanzata tedesca nella regione, fa saltare i fragili equilibri instauratisi. Quando l’ufficiale Nokes arriva a Colognora per interrogare il tedesco, si scatena l’inferno, da cui escono solo un bambino e il più schivo dei quattro GI, con la testa di una statua sotto il braccio e una pistola tedesca in tasca. Ma un nuovo miracolo attende il vecchio veterano, sulla spiaggia bianca di un’isola del Pacifico.

Com’è noto, Lee ha varato l’impresa di Miracolo a Sant’Anna, sulla scorta del romanzo omonimo di James McBride, uscito nel 2002, e ha voluto che lo scrittore ne curasse anche lo script. La pubblicazione della sceneggiatura originale all’interno del volume Miracolo a Sant’Anna. Il film (Milano, Rizzoli, 2008) rende possibile l’articolazione di un sintetico parallelo a tre. Se il McBride romanziere, ma su questo rinvio a una più compiuta analisi operata altrove, pur all’interno di una cornice da thriller, sviluppa un plot ricco di aperture e digressioni, lasciando trasparire una visione deterministico-religiosa che sacrifica ragioni e circostanze storiche, Spike Lee ottiene dallo sceneggiatore una costruzione molto più robusta ed essenziale. Nel gioco dei tagli e delle aggiunte, per il tratteggio dei caratteri principali molto si scommette sulla direzione degli attori, pur di ritagliare spazio per una serie di figure di contorno, alcune delle quali restituiscono peso storico e dignità al punto di vista tedesco. Fondamentale, nella sua valenza didascalica ma anche nella tenuta degli interpreti, la lunga scena (79, nello script pubblicato), in cui il colonnello Pflüger (Waldemar Kobus) impartisce seccamente a un perplesso capitano Eichholz (Christian Berkel) l’ordine di applicare la nuova direttiva Kesselring, che impone in caso di uccisione di militari tedeschi di giustiziare in rappresaglia dieci civili.

Ancor più simbolicamente efficace è l’inserimento del personaggio di Axis Sally (Alexandra Maria Lara), teutonica bellezza bionda che dai microfoni di una radio da campo solletica in inglese gli appetiti dei ragazzoni afroamericani, sollecitandone la diserzione come risposta contro il razzismo esplicito dei superiori bianchi, mentre le ultime leve tedesche sul fronte litigano, stremate e disilluse, per qualche galletta. Queste aperture prospettiche non possono non ricordare lo sguardo e l’orecchio multiplanare, oltre che multilinguistico, del Rossellini di Paisà (1946). Se la relazione duale fra il mite e possente gigante di cioccolata e il piccolo sfollato di Sant’Anna echeggia quella fra il GI nero e l’orfano dell’episodio napoletano, alcune dinamiche di interazione fra militari e paesani ricordano l’episodio siciliano. La forza modellizzante del neorealismo rosselliano, filtrato dal suo recupero in chiave orale già effettuato dai Taviani in La notte di San Lorenzo (1982), argina la tentazione, pur presente, di effettuare una controstoria della Seconda Guerra Mondiale, recuperando l’epica dei kolossal bianchi alla Lean, evocata da Lee nella sequenza di Il giorno più lungo (1962), così da dirottare l’alone edificante da John Wayne agli (originariamente previsti nel casting) Wesley Snipes e Terrence Howard. La tentazione di rifare, insomma, un Glory (Edward Zwick, 1989) spostato dalla guerra di secessione alla campagna d’Italia.

Ma Lee ha una intelligenza e un senso del cinema lontani anni luce da Zwick. Nel momento in cui arriva sul set con la sceneggiatura di McBride, non è difficile vedere, anche con l’ausilio del citato volume di testimonianze e foto edito da Rizzoli, come Lee faccia di tutto per tradirne lo spiritualismo disneyano (che tanto avranno apprezzato alla Touchstone), andando a caccia di un realismo integrale che investe anzitutto la dimensione della messinscena, affidata a un impeccabile team rigorosamente made in Italy (scenografia, arredamento, costumi). Lee non è neppure Rachid Bouchareb, anche se il suo Miracolo di Indigènes (2006) travalica le rigidità didascaliche d’impianto, ma recupera non solo le finalità controstoriche (ridare dignità al punto di vista delle unità dell’esercito francese composte da maghrebini), ma anche una certa configurazione dei rapporti fra militari e locali, e la disincantata riflessione sul ruolo dei media.

È soprattutto su questo terreno, quello dell’immaginario razzista veicolato dalle armi della guerra psicologica prima, e dal sistema dei media dopo (cinema in testa, appunto) che Lee mette a segno sequenze in linea con il suo cinema più potente, come quella citata di Axis Sally e il flashback nel bar in Louisiana che si chiude, grazie a una sinapsi da brividi, con il totale dei quattro col bambino che guardano fissi verso lo spettatore, seguito dal controcampo che mostra alcuni odiosi manifesti della propaganda nazista, che invitano a resistere a un esercito di liberatori con la pelle nera. È in passaggi come questi che Lee fa entrare in cortocircuito il sistema valoriale dello spettatore, mettendolo alla prova. Qui e altrove ritroviamo al contempo il fraseggio jazz più lirico della sua scrittura filmica. Basti pensare alla sequenza di montaggio che racconta in parallelo la preghiera dei neri nel campo di addestramento, insieme a quella dei tedeschi e dei paesani di Colognora, in cui abbiamo modo di apprezzare la sicurezza di Terence Blanchard, alle prese con la sua colonna sonora più difficile. Oppure a quella del guado del fiume, dove invece vediamo alla prova la capacità dell’operatore Matthew Libatique di trasformare la nebbia e la luce naturale in un grumo atmosferico freddo che trasuda morte.

Mi rendo conto che chi non ha letto il romanzo di McBride possa non accontentarsi del rigoroso realismo della messinscena, né del limpido talento registico di Lee, né della misurata prova attoriale che offre il composito cast, non comprendendo che a venire al pettine sono tutti nodi mutuati dalla pagina scritta. Anzitutto, la questione della trasposizione finzionale dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e in secondo luogo, la componente fantastico-religiosa del racconto. Nel primo caso, la ricostruzione di Lee rispetto alla pagina di McBride ha il merito di recuperare, e in modo plurale, il punto di vista tedesco, ma chiama pesantemente in causa la direttiva Kesselring, invocata per giustificare una rappresaglia a seguito dell’uccisione da parte dei partigiani non più di due ma di una squadra più nutrita di tedeschi, tanto è vero che nel faccia a faccia fra il traditore Rodolfo e il maggiore tedesco che ha materialmente dato il via alla strage, Bergmann (come l’ufficiale torturatore di Roma città aperta) suggerisce che questa si sarebbe evitata se Peppi fosse stato catturato come previsto. Rispetto alla seconda questione, nel suo lavoro di trasposizione, Lee ne asciuga i cedimenti più pesanti ma non riesce a rovesciare di segno la matrice spiritualistica della visione di McBride. Continuo a pensare che Spike avrebbe reso maggior servizio alla memoria dei suoi, e nostri “Buffalo Soldiers”, se avesse messo mano a una sceneggiatura originale.

Nella conferenza stampa, lo scrittore e a maggior regione il regista si sono difesi con orgoglio, rivendicando l’opportunità di risollevare l’attenzione, oltre che sul ruolo della 92a divisione, sulla strage di Sant’Anna di Stazzema. Anche a costo di raccontarla secondo modalità che possono mettere in discussione verità storiche acquisite e attizzare polemiche interessate. Alla luce delle polemiche che ne sono seguite da parte dell’ANPI, spiace che, sul piano simbolico e della comunicazione, questa battaglia, tesa a mettere in valore il punto di vista di una parte in campo, sia stata persa, nella misura in cui il punto di vista di un’altra parte in campo nello stesso schieramento, se n’è sentita, a torto o a ragione, lesa. Ma in questi casi, la verità, intima ed ultima, appartiene al film. Immagini e suoni che, superata la cortina di fumo delle polemiche e delle rivendicazioni, talvolta improvvide, ogni cittadino-spettatore è chiamato a leggere come sedimentazioni di percorsi complessi che, spesso, per fortuna, sfuggono al controllo di autori, custodi e censori.

Leonardo De Franceschi

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Cast & CreditsMiracolo a Sant’Anna (Miracle at St. Anna)
Regia: Spike Lee; soggetto e sceneggiatura: James McBride, dal romanzo omonimo (Rizzoli, 2002); adattamento dialoghi italiani: Francesco Bruni; adattamento dialoghi tedeschi: Heidrun Schleef; fotografia: Matthew Libatique; musiche: Terence Blanchard; montaggio: Barry Alexander Brown; scenografia: Tonino Zera; costumi: Carlo Poggioli; interpreti: Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Matteo Sciabordi, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Omero Antonutti, Sergio Albelli, Lydia Biondi, Luigi Lo Cascio, John Turturro, John Leguizamo, Kerry Washington; origine: Italia/USA/Francia, 2008; formato: 35 mm, 1:2.35, Dolby Srd; durata: 144’; produzione: Roberto Cicutto, Luigi Musini e Spike Lee per On My Own, Buffalo Soldiers in Italy, in collaborazione con Rai Cinema, Touchstone Pictures, TF1 International e in associazione con Mediateca Regionale-Toscana Film Commission; distribuzione: 01 Distribution; sito originale: www.miraclemovie.com; scheda del film: www.01distribution.it

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