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Afroitaliani: un sogno lungo un film?

di Maria Coletti

Gli attori black italians del film di Spike Lee

Sono una cinquantina gli attori afroitaliani che Spike Lee ha selezionato come comparse per interpretare i soldati afroamericani della 92a divisione, i cosiddetti Buffalo Soldiers. Entusiasti di prendere parte a Miracolo a Sant’Anna (Miracle at St. Anna, 2008), si sono sottoposti ad un duro allenamento, iniziato già parecchi giorni prima delle riprese del film: sveglia alle 5 ogni mattina, per iniziare l’addestramento militare in montagna con un ex-marine dell’esercito britannico. Le riprese tra l’altro hanno coinciso in parte con la festa islamica del Ramadan e Spike Lee ha rispettato il digiuno degli attori musulmani presenti sul set.

Tra questi attori afroitaliani, anche Fred Kuwornu, che ha lavorato sul set di Lee come controfigura di uno dei protagonisti e come assistente di produzione, e che abbiamo avuto occasione di conoscere grazie al suo progetto di documentario sui Buffalo Soldiers, Inside Buffalo, ormai quasi terminato.
Fred Kuwornu è nato nel 1971 a Bologna, da madre bolognese e padre ghanese (un chirurgo che vive da 43 anni in Italia): laureato in Sociologia della comunicazione e diplomato in regia e recitazione al Teatro polivalente di Occhiobello, Fred è attore, produttore, ma soprattutto autore televisivo e vive a Roma. Ed è grazie al suo entusiasmo ed alla sua determinazione se ci siamo posti qualche domanda in più, sulla scia del film di Spike Lee. Innanzitutto, chi erano i Buffalo Soldiers? E poi, com’è stata l’esperienza sul set di questi afroitaliani? E, soprattutto, quale futuro offrono le produzioni audiovisive in Italia per gli attori italiani di origine africana?

Domanda cruciale, in un momento storico in cui forse mai la cultura italiana è scesa così in basso ed in cui la questione dell’identità interculturale e della cittadinanza agli italiani di origine straniera è più che mai all’ordine del giorno, anche se la politica sembra dimenticarlo.
E così ecco che gli immigrati africani residenti in Italia da anni ed addirittura gli italiani di origine africana, le famose G2 (seconde generazioni), continuano a ritrovarsi in un limbo sociale, politico e culturale: spesso cittadini italiani di serie B, con tutti i doveri e con meno diritti.
Ma come si traduce questa situazione di stallo sul piano dell’industria audiovisiva italiana? Come vivono sulla loro pelle questa situazione gli afroitaliani che hanno intenzione di lavorare nell’ambito dello spettacolo, del cinema o della televisione?

Ecco così l’idea di tracciare un piccolo ritratto di alcuni di questi afroitaliani che hanno lavorato sul set di Spike Lee, per conoscerli meglio e per capire cosa ha lasciato loro questa esperienza.
Fred Kuwornu ha le idee chiare, anche grazie alla sua esperienza, e non nasconde le perplessità di fronte ad una situazione a dir poco asfittica: «La mia esperienza diretta di attore ha avuto a che fare finora con una diffusa cecità tra gli addetti ai lavori nel prendere atto che la società italiana è già cambiata. Spesso, pur essendo nato in Italia ed avendo un accento emiliano, mi è stato infatti chiesto (nella fiction Un papà quasi perfetto con Michele Placido) di recitare esplicitamente con accento “africano”, ciò a conferma del fatto che gli unici ruoli pensati e richiesti dalle produzioni attualmente sono solo quelli dell’immigrato (un esempio recente è Fiona May che fa la colf in Butta la luna). A nessuno, invece, viene mai in mente che, per ricoprire ruoli di studenti universitari o infermieri, a volte si potrebbe scegliere qualche attore dai tratti somatici stranieri ma italiano a tutti gli effetti, cosi come avviene in Inghilterra, in Francia, ma anche in paesi di immigrazione più recente come la Germania, dove in ruoli secondari di poliziotto nelle fiction sono presenti anche attori tedeschi di origine turca. Cristina Comencini ha fatto un buon lavoro, ma ha comunque scelto attori stranieri; il mio discorso invece è sulla integrazione di chi è italiano al 100%, seppure con i tratti somatici stranieri. Infine, spero che anche la più grande azienda culturale pubblica, la Rai, che ha contribuito ai cambiamenti sociali di questo paese dagli anni Cinquanta, sia di nuovo in prima linea a rappresentare con più aderenza la nuova società italiana, persuadendo le società di produzione che le forniscono le fiction a rinnovare i cast, inserendo facce “colorate”, ma italiane a tutti gli effetti. Ne guadagnerebbe anche l’appeal commerciale, così come avviene in molti paesi europei».

E gli altri afroitaliani di Miracolo a Sant’Anna? Come sono arrivati al set di Spike Lee e come vedono il futuro?
Daniel Mba, italo-nigeriano, è nato a Roma ed ha 23 anni. Studente di informatica all’Università La Sapienza, ha iniziato a fare la comparsa per necessità: studiando, aveva bisogno di un lavoro che gli permettesse di continuare gli studi universitari. Daniel ha alle spalle alcune comparsate (tra cui la serie tv Carabinieri e L’allenatore nel pallone 2 con Lino Banfi), ma sogna di diventare attore, anche se è consapevole del fatto che nel cinema e nella tv in Italia c’è ancora chiusura verso gli italiani di origine straniera: «Ho fatto diversi provini, ma il fatto di essere nero non mi ha aiutato e mi hanno fatto fare solo piccole cose».
Paolo Barros ha 18 anni ed il più giovane tra le comparse italiane del film di Spike Lee. Cittadino italiano, nato a Roma da madre capoverdiana e padre originario della Guinea Bissau, Paolo vive con la madre e la sorella maggiore, nata a Capoverde e non ancora cittadina italiana. Il basket è in realtà la sua vera passione e lui sogna di andare a giocare con la Virtus Roma, per provare a intraprendere la carriera da professionista, anche se servono sacrifici.
Michael Uwechie, italo-nigeriano, 30 anni, padre di un bimbo di un anno e due mesi, vive a Roma da otto anni, ma presto si trasferirà a Londra per un master in marketing e la sua storia è un po’ diversa: ha avuto diverse esperienze nel mondo dello spettacolo, come attore in alcune pubblicità e documentari sul canale satellitare Hallmark, ma di professione è direttore dell’area marketing di una società romana che opera nel campo alberghiero. Una parte della sua famiglia è rimasta in Nigeria, mentre molti parenti vivono negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è lì che Michael vede il suo futuro.
Daniel La Face, 32 anni, è stato selezionato da Spike Lee grazie a un amico che lavora nel mondo del cinema. Nato ad Addis Abeba, in Etiopia, Daniel vive a Roma da 24 anni ed ha lavorato come comparsa nelle serie televisive Medico legale e Il bello delle donne 2. L’esperienza sul set di Spike Lee l’ha molto segnato: «Prima di conoscere la storia raccontata da Spike Lee in questo film non sapevo nulla dei Buffalo Soldiers. È un film che mi ha fatto molto riflettere sulla storia degli afro-americani venuti a combattere per liberare l’Italia e sulla storia dell’Italia. Una storia che non va dimenticata e che questo film sicuramente contribuirà a far conoscere tra i giovani».
Stefano Morelli, di origine eritrea, è nato a Torino e vive a Roma da dieci anni, non nascondendo l’attrazione che ha per la capitale. «Mi piacerebbe lavorare a livello professionale come attore — dice Stefano — ma il cinema italiano è ancora chiuso alla multietnicità».
Lamin Bangura, 25 anni, è nato in Sierra Leone ed è arrivato in Italia nel 1996, per ricongiungimento con la madre Miriam e le due sorelle, mentre il suo paese era insanguinato dalla guerra civile. Lamin lavora come facchino in un albergo a 5 stelle nel centro di Roma, frequente meta di vip, ed è per questo che è diventato un Buffalo Soldier: Spike Lee alloggiava al suo albergo e un giorno lo ha fatto convocare dal suo aiuto regista, per sapere se sarebbe stato disponibile a girare tre settimane per il film. Di Spike Lee lo ha colpito soprattutto la grande dignità: l’esperienza con lui lo ha avvicinato al cinema, ma si rende conto di come sia difficile la situazione in Italia per un attore dalla pelle nera.

Fred, Daniel, Paolo, Michael, Daniel, Stefano, Lamin: nomi diversi, storie diverse, ma forse accomunate oggi dalla stessa esperienza e dallo stesso sogno. L’esperienza di aver condiviso e rivissuto la doppia lotta condotta dagli afroamericani: contro il nazifascismo in Italia e contro la segregazione razziale negli Usa. Il sogno di vincere anch’essi un giorno, e non solo in un film, la battaglia per un’identità condivisa e rispettata, per una cittadinanza completa, che possa solo essere arricchita da una differente tonalità di pelle o dalle proprie radici culturali.
«Spike Lee ci ha fatto vivere un’esperienza irripetibile - rilancia l’italo-eritreo Stefano Morelli - e dopo questa esperienza speriamo di creare un gruppo italiano di G2 impegnati nel mondo dello spettacolo». Fred Kuwornu conferma: «Spike Lee ci ha dato coraggio e consapevolezza delle nostre capacità artistiche. Sarebbe bello se ora riuscissimo a fare qualcosa insieme di concreto».

Nella foto Fred Kuwornu nel ruolo di Buffalo Soldier
© Fred Kuwornu

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