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Per non dimenticare

a cura di Maria Coletti

I fatti storici intorno a Miracolo a Sant'Anna

Per orientarsi meglio tra film, romanzo e Storia, ecco una sintesi dei principali avvenimenti riguardanti la seconda guerra mondiale, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema e la 92a Divisione dei Buffalo Soldiers.

Il 1944
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, seguito allo sbarco del 9 luglio in Sicilia, le truppe alleate effettuarono un ulteriore sbarco a Salerno per prendere Napoli e poi puntare su Roma. L’avanzata fu difficilissima in seguito alla forte presenza delle armate tedesche comandate da Kesselring, che riuscì a tener fermi gli alleati nella zona di Cassino (circa 130 km a sud di Roma), vera e propria roccaforte tedesca che gli anglo-americani riuscirono a conquistare dopo ben tre battaglie, iniziate nel gennaio 1944, l’ultima delle quali il 10 maggio. Intanto il 22 gennaio gli alleati effettuarono uno sbarco anche ad Anzio, per rinforzare le truppe provenienti da sud, ma anche in questo caso la dura reazione tedesca provocò ingenti perdite e una lunga situazione di stallo, che si sbloccò solo il 25 maggio, quando le truppe provenienti da Cassino si incontrarono presso Littoria (l’odierna Latina) con quelle di Anzio, e il 4 giugno entrarono a Roma. A quel punto, l’obiettivo era procedere verso nord e attaccare il baluardo del sistema difensivo tedesco dell’Europa meridionale, la Linea Gotica.

La Linea Gotica
Fin dallo sbarco in Sicilia, i tedeschi decisero di approntare una linea difensiva con lo scopo di impedire l’avanzata verso la Pianura Padana delle truppe alleate, da dove, attraverso il Passo del Brennero, sarebbero facilmente arrivate in Germania. Decisero così di utilizzare la barriera naturale dell’Appennino, fortificando un tratto di circa 300 km da Massa Carrara a Pesaro e profondo in alcuni punti fino a 30 km, che i tedeschi chiamarono Gotenstellung (Linea Gotica). Vennero costruiti così bunker, postazioni di artiglieria, ricoveri, trincee, fossati anticarro, barriere di cemento armato. Lo sfondamento della Linea Gotica era strategico per gli alleati, che potevano contare sull’aiuto dei partigiani (il generale Alexander aveva lanciato un appello ai patrioti d’Italia a combattere il comune nemico tedesco), mentre le truppe tedesche cercavano di difenderla ad ogni costo. La battaglia vera e propria per la Linea Gotica cominciò nel settembre del 1944 e si concluse nell’aprile del 1945. La Wehrmacht (l’esercito tedesco) perse sulla Linea Gotica circa 75.000 uomini, mentre gli alleati circa 65.000.

La Toscana e gli eccidi nazisti
Ai primi di agosto del 1944 l’esercito tedesco, che si trovava a nord dell’Arno, tra Pisa e Firenze, fece saltare tutti i ponti sul fiume (tranne il Ponte Vecchio), ma l’11 agosto, con il massiccio intervento dei partigiani, ebbe inizio la battaglia di liberazione di Firenze e già il 13 gli alleati raggiunsero il centro della città. In provincia di Lucca, la dorsale difensiva tedesca si delineava fra l’altopiano delle Pizzorne, correva lungo la media Valle del Serchio nella zona di Borgo a Mozzano, saliva sulle Alpi Apuane e terminava sul Tirreno all’altezza di Massa. Il compito di respingere i tedeschi in quest’area venne affidato alla 92a Divisione Buffalo, l’unica divisione di soldati di colore della Quinta Armata americana. L’esercito tedesco aveva intenzione di difendere la Linea Gotica ad ogni prezzo, cercando da un lato di fronteggiare gli anglo-americani e, dall’altro, di indebolire la Resistenza, senza esitare a compiere veri e propri eccidi, dando seguito alla minaccia di Kesselring di generare “immensi lutti” alle famiglie che sostenevano la lotta partigiana: eccidi non dunque come rappresaglia, ma allo scopo di terrorizzare tutti quanti stavano con i partigiani.
Il 12 agosto 1944, nell’ambito di questa strategia volta a terrorizzare tutti coloro che fiancheggiavano la lotta partigiana, tre reparti della XVI Divisione SS uccisero in poche ore 560 civili a Sant’Anna di Stazzema, per poi continuare a perpetrare altri eccidi in Toscana nei mesi seguenti.

Sant’Anna di Stazzema e gli altri crimini contro l’umanità
I primi di agosto 1944, Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò, all’alba del 12 agosto 1944, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.
In poco più di tre ore vennero invece massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. Infine il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non si trattò di rappresaglia. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare della Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l’eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al tribunale militare della Spezia e conclusosi solo nel 2005, con la condanna all’ergastolo per dieci ex SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al Pm Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant’Anna.
Fondamentale per l’avvio del processo, nel 1994, a cinquanta anni dall’eccidio, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi “Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra.
Ma i crimini contro l’umanità commessi dai nazisti in Toscana, non si fermarono purtroppo all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spinsero nel comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel giro di cinque giorni uccisero oltre 340 persone: mitragliate, impiccate, addirittura bruciate con i lanciafiamme. Nella prima metà di settembre, con lo sconfino del massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portarono avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido vennero fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), mentre a Bergiola e a Forno ci furono circa 200 vittime. I nazisti avrebbero poi continuato la strage con il massacro di Marzabotto, che, fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole, costò la vita a più di 800 civili.

Gli Usa e il “Problema Nero”
La 92a Divisione viene generalmente ritenuta come la prima divisione di colore dell’esercito americano. Tuttavia, la realtà storica è alquanto diversa e complessa. Truppe di neri hanno combattuto per l’America fin dalle origini. Crispus Attacks, un afroamericano, è stato il primo a cadere nel massacro di Boston del 1770. La nona e la decima cavalleria, composte esclusivamente da uomini di colore, si sono fatte onore nei giorni della Frontiera e nella guerra col Messico, guadagnandosi il nome di "Buffalo Soldiers" da parte dei nativi americani, che vedevano i loro capelli crespi e i loro lineamenti come un emblema delle origini del paese, come i loro amatissimi bufali. Nel corso della Guerra Civile 180.000 neri hanno indossato l’uniforme dell’Unione, mentre altri 30.000 hanno prestato servizio come operai, ingegneri e personale medico, e più di 33.000 di loro hanno dato la vita per la libertà. Dopo la Guerra Civile, Frederick Douglass ha scritto: «I negri sono stati cittadini americani tre volte nella storia: nel 1776, nel 1812 e nel 1865. Nei periodi complicati i negri erano cittadini, nei momenti di pace erano degli alieni». Ma i neri sono tornati ad essere cittadini anche nella prima guerra mondiale (ben quattro reggimenti composti solo da afroamericani) e nella seconda guerra mondiale: i decessi di americani bianchi erano arrivati a cifre spaventose e la Germania stava perdendo, ma non era assolutamente stata sconfitta in Europa, mentre in Italia si era arrivati alla guerra civile. In questa situazione difficile, l’America gettò in campo 15.000 rappresentanti del suo “Problema Nero”.

I Buffalo Soldiers
La 92a Divisione faceva parte della Quinta Armata ed era composta da 15.000 soldati afroamericani che prestarono servizio in Italia dall’agosto del 1944 al novembre del 1945. La 92a Divisione era composta inizialmente da tre reggimenti: il 370°, il 371° e il 365°. All’apice della campagna in Italia, venne aggiunto il 366°, mentre nelle fasi finali vennero aggregati anche il 442° e il 473°, prima che la 92 Divisione venisse sciolta nel novembre del 1945.
All’inizio del 1943, con oltre 1 milione di neri impegnati nello sforzo bellico e a causa della pressione della stampa nera e di Eleanor Roosevelt, l’esercito americano decise di tentare un esperimento: vedere se i neri potevano essere utilizzati in fanteria. Sostanzialmente l’America mise il problema razziale ai piedi dei militari. I vertici militari, da parte loro, pensarono che i bianchi del Sud fossero i più adatti a comandare i soldati afroamericani, grazie alla “familiarità” che avevano con loro. La soluzione si dimostrò una ricetta perfetta per il disastro, anche se diede origine a quello che sarebbe diventato il movimento per i diritti civili. I reggimenti vennero raggruppati in quattro basi separate, per evitare la rivolta dei cittadini locali: all’epoca nessuna comunità voleva diverse migliaia di afroamericani insieme sul proprio territorio. Nonostante i tentativi dell’esercito di placare le popolazioni locali, ci sono numerosissime testimonianze di storie orribili subite da parte dei soldati afroamericani: rivolte razziali, pestaggi da parte di poliziotti locali, minacce, linciaggi, insulti e rifiuti di essere serviti da commercianti locali o da linee di autobus mentre si trovavano ai campi di addestramento. Nel maggio del 1943, l’intera Divisione venne messa insieme a Fort Huachuca, in Arizona: i soldati semplici, i sergenti, i primi e secondi tenenti erano neri, mentre i comandanti erano tutti bianchi, fino al Comandante della Divisione, il Generale Almond, un sudista cresciuto in Virginia che trattava i soldati afroamericani sulla base di un’ideologia razzista.
La 92 Divisione sbarcò a Napoli il 29 agosto del 1944 e, risalendo verso nord, venne coinvolta in numerose battaglie minori e in due maggiori: l’attacco a sorpresa contro i tedeschi il giorno di Natale del 1944 a Lama di Sotto nella Val di Serchio e il tentativo fallito di attraversare il Canale di Cinquale nel febbraio del 1945. Nell’aprile del 1945, la Divisione liberò Genova e restituì le ceneri di Cristoforo Colombo alla città.

La memoria condivisa
La 92 Divisione catturò migliaia di prigionieri nemici e nutrì decine di migliaia di rifugiati italiani. I suoi ingegneri scavarono pozzi e ripararono ponti, mentre i suoi dottori si preoccupavano dei civili malati e feriti. Molti italiani che sono sopravissuti alla guerra non hanno mai dimenticato la gentilezza e il coraggio dei Buffalo Soldiers, che hanno combattuto, e in molti casi sono morti, nelle loro case, nei loro cortili. Allo stesso modo, il coraggio e la gentilezza di molti italiani civili e partigiani, che li aiutarono talvolta a costo della vita, sono ricordi che molti Buffalo Soldiers hanno portato con sé, fino alla tomba, consapevoli che mentre i loro sacrifici non vennero riconosciuti in America, gli italiani li tennero invece nella massima considerazione.
Negli anni che seguirono alla guerra, diversi comuni italiani – tra cui Genova, Barga, Sommocolonia e Lucca – organizzarono delle cerimonie per commemorare la 92 Divisione, onorandola con targhe, parate e anche una statua vicino a La Spezia.
Negli Usa, invece, solo più di cinquant’anni dopo la fine della guerra, i soldati afroamericani vennero onorati per i loro atti eroici: il tenente Vernon Baker fu l’unico a ricevere la Medaglia d’Onore da vivo, nel 1997, quando il Presidente Clinton decorò sei soldati afroamericani. In precedenza, nessuna delle 432 Medaglie d’Onore assegnate ai veterani della Seconda Guerra Mondiale era stata mai assegnata ad uno del milione di soldati afroamericani che prestarono servizio nel conflitto.

Più di 50 anni per avviare il processo degli eccidi nazifascisti in Italia, più di 50 anni per avviare il riconoscimento ufficiale negli Usa dei sacrifici dei soldati afroamericani nella seconda guerra mondiale: davvero un oblio, e poi finalmente una memoria, che possiamo dire condivisi, al di là di ogni polemica...

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