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L'Africa vista dal DIFF

di Leonardo De Franceschi

Il 5. Dubai International Film Festival

Grande attesa per l’arrivo del 5. Dubai International Film Festival (DIFF, 11-18 dicembre), insieme a quella di Marrakech, l’altra grande vetrina internazionale nata negli ultimi anni per presentare ad accreditati e buyer di tutto il mondo gli ultimi titoli che contano nel panorama arabo (e, in subordine, asiatico e africano). Il tema della quinta edizione, cui verrà dedicata una tavola rotonda, è “collegare culture, far incontrare le menti”. Ben dodici le sezioni del ricco cartellone, forte di una zona industry che si va irrobustendo anno dopo anno: le monografiche rendono omaggio al cinema indiano, a quello di casa nostra e a tre piccoli maestri del cinema contemporaneo, come Terry Gilliam, Tsui Hark e il francese di origini algerine Rachid Bouchareb (Indigènes, 2006), di cui verranno riproposti l’opera prima Cheb (1991), e Little Senegal (2001), girato in Carolina del sud.

Ma l’attenzione di tutti è per gli ambiti e ricchi Muhr Awards, che verranno attribuiti a tre categorie di film, a loro volta distinte per origine (arabi vs. asiatico-africani): film di finzione, documentari e cortometraggi. Tra i paesi arabi, la presenza più marcata è quella del Marocco, che figura nella sezione maggiore con Française, di Souad El Bouhati, e in prima mondiale il dramma urbano Casanegra, di Noureddine Lakhmari; mentre sa anche di Italia Hal ta dakkar Adil (Ti ricordi Adil?), girato a low budget, fra Bologna e Casablanca, da Mohammed Zineddaine. Ben piazzato anche nella sezione documentari, il Marocco mette in competizione tre talenti come Hakim Belabbes (Hazihi Al-ayadi/ Queste mani, sul dialogo fra globalizzazione e tradizioni), Dalila Ennadre (J’ai tant aimé/Ho tanto amato, sulle prostitute arabe ingaggiate dai francesi nella guerra d’Indocina), e Leila Kilani (Nos lieux interdits, I nostri luoghi proibiti, sui desaparecidos politici marocchini). In anteprima internazionale ma fuori concorso, presentato il thriller fantastico Kandisha di Jerome Cohen Olivar, con un cast stellare (Amira Casar, David Carradine, Hiam Abbas, Saïd Taghmaoui...).

Anche l’Algeria, dopo anni di appannamento, torna a battere più di un colpo, grazie alla vitalità della sua diaspora francese. A disputarsi il Premio per il miglior film di finzione (50 mila dollari) saranno infatti Rabah Ameur-Zaimeche con Adhen/Dernier maquis e Mascarades dell’esordiente Lyes Salem, oltre al veterano Ahmed Rachedi con Mostefa Ben Boulaid, biopic dedicato a un eroe della resistenza anticoloniale, mentre il solido documentarista Malek Bensmail torna ancora agli anni della guerra di liberazione, con La Chine est encore loin. Cospicua la rappresentanza della cinematografia egiziana, presente in concorso fiction con L’aquarium di Yousry Nasrallah, ma anche, nella competizione doc, con Malaf Khas (Vita privata), di Saad Hendawi, sui rapporti di genere nell’Egitto di oggi, e con Marina of the Zabbaleen, di Engi Wassef, ritratto di una bimba di 11 anni che cresce in uno squallido sobborgo del Cairo. L’Egitto è presente del resto anche fuori concorso con il pregevole Ein shams/L’occhio del sole, di Ibrahim El Batout.

Sempre fuori concorso, c’è spazio per numerosi altri titoli della galassia panafricana, che chiamano in causa il protagonismo di paesi europei come la Spagna (Retorno a Hansala, di Chus Gutiérrez), Un novio para Yasmina, di Irene Cardona), l’Olanda (Hitte Harara, di Lodewijk Crijns), e la Francia (C’est dimanche!, di Samir Guesmi), ma anche per altri, presentati con successo in altre vetrine internazionali, come Khamsa di Karim Dridi, Skin di Anthony Fabian e i nostri Pa-ra-da di Marco Pontecorvo, e Bab el samah di Francesco Sperandeo. Vetrine di lusso anche per altri must dell’anno, da Ballast a Blindness, da La classe a Hunger, a The Hurt Locker. Difficile tenere il passo con lo scalpitante DIFF.

Leonardo De Franceschi

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